D’Onofrio: se la democrazia diventa Pil

2010-02-24T17:45:00

Nel contesto delle riflessioni che si stanno compiendo o che si sono compiute in riferimento alle conseguenze che il processo di globalizzazione in atto può avere, occorre dedicare una particolare attenzione al rapporto tra globalizzazione e democrazia. Allorché si consideri che l’avvento di forme considerate democratiche si è concretizzato in molti Stati europei soltanto da non più di un secolo, e che negli stessi Stati Uniti d’America la proposta politica democratico-costituzionale è avvenuta poco più di due secoli or sono, è necessario riflettere proprio sul rapporto tra globalizzazione e democrazia perché si tratta di una questione di fondo che concerne la natura stessa liberal-democratica o meno dei sistemi politici nei quali ragionevolmente siamo chiamati a vivere.

Nell’intero mondo occidentale si dà infatti quasi per acquisita la evoluzione democratica dei rispettivi sistemi politici, finendo col porre in qualche modo tra parentesi tutte le forme autocratiche, e persino quelle espressamente dittatoriali, quasi che si consideri naturale l’evoluzione democratica dei sistemi politici occidentali medesimi. A far riflettere proprio sul nesso tra globalizzazione e democrazia, è la constatazione che dopo i lunghi anni della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica – caratterizzati infatti da uno scontro sul concetto stesso di democrazia – si sta passando agli anni della globalizzazione, nei quali sembra che il giudizio non concerna più la natura più o meno democratica dei rispettivi sistemi, ma la rispettiva capacità di incidere sul prodotto interno lordo mondiale.

Si sta passando in qualche modo da un confronto-scontro sul concetto di democrazia ad un confronto-scontro sulle diverse capacità dei singoli Stati a concorrere al prodotto interno lordo mondiale. Si tratta pertanto di un passaggio (forse non sufficientemente avvertito), dal concetto politico degli istituti di democrazia, al criterio quasi statistico dell’incidenza economica delle decisioni politiche. Risulta quindi di particolare significato considerare proprio quale è il contributo di fondo, che ciascuno degli Stati che concorrono al prodotto interno lordo mondiale porta alla democrazia da un lato e all’incidenza economica dall’altro. Può essere infatti sufficiente – per noi europei in particolare – ricordare che proprio sullo scontro tra la democrazia ritenuta imbelle e l’efficienza ritenuta propria degli Stati totalitari, fu combattuta a lungo una stagione nella quale in molti Stati europei si riteneva che la democrazia fosse un intralcio per l’efficienza. Allorché dunque consideriamo soggetti decisivi del processo di globalizzazione in atto Stati quali la Cina, l’India, il Brasile, l’Iran, dobbiamo valutare con il dovuto rigore il rapporto che in ciascuno di essi vi è proprio tra partecipazione al processo di globalizzazione da un lato ed istituti democratici dall’altro. È di tutta evidenza, infatti, che le esperienze dei Paesi sopra richiamati sono radicalmente diverse, in riferimento a ciascuno degli aspetti che il processo di democratizzazione ha conosciuto negli ultimi due secoli: il rapporto tra religiosità e Stato; il rapporto tra ricchi e poveri; il rapporto tra etnie e razze; la concezione del rapporto tra madrepatria e colonie; il rapporto tra Stato e mercato nell’equilibrio tra libertà ed eguaglianza.

Allorché dunque si esaminano le conseguenze complessive che il processo di globalizzazione in atto può avere su ciascuno degli aspetti considerati fondamentali nella esperienza democratica, che ha incarnato una stagione ancora non troppo lunga e di una parte soltanto del pianeta, è opportuno soffermarsi a riflettere su ciascuna delle conseguenze, senza peraltro mai perdere di vista il significato complessivo delle modificazioni in atto. Si tratta – da questo punto di vista – di sottoporre ad una riflessione complessiva proprio il significato ed il funzionamento di alcune grandi istituzioni globali, nate tutte sull’onda di una scelta complessiva per la liberalizzazione degli scambi. Vi è stata in qualche modo la convinzione che la liberalizzazione significasse di per sé la vittoria della democrazia rispetto alle tentazioni protezionistiche. Occorre infatti considerare che l’evoluzione democratica dei regimi liberali è stata frequentemente registrata in molti Stati occidentali, ma che essa oggi appare del tutto compatibile con sistemi politici autoritari o persino dittatoriali.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 24 febbraio 2010

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