D’Onofrio: Primo marzo degli immigrati

2010-03-02T17:04:00

Ieri, in molte città italiane si sono svolte manifestazioni di immigrati all’insegna di un unico slogan: «Una giornata senza di noi». Si è trattato di un insieme di manifestazioni che si era già svolto in Francia, e che ora approda in Italia e – sembra – in Grecia e in Spagna. Si è in presenza di una iniziativa culturale di grande rilievo, perché si può ritenere che questo movimento del “1° marzo” finirà con l’assumere un grande significato, così come è avvenuto in passato per il 1° maggio in riferimento al lavoro, e per l’8 marzo in riferimento alle donne.

Le manifestazioni del “1° marzo” costituiscono infatti una sorta di embrionale questione tendenzialmente occidentale di questa nuovissima immigrazione, che sempre più si differenzia dalle precedenti ondate. Siamo in presenza di un insieme di manifestazioni che tendono con orgoglio e forse con rabbia a dimostrare che ormai la presenza di molti immigrati – regolari o meno – costituisce un aspetto essenziale della vita quotidiana familiare e imprenditoriale di molti di noi: basti pensare alle centinaia di migliaia di immigrate che svolgono il lavoro di domestiche o di assistenti nelle nostre famiglie. Ma basti anche pensare ai tantissimi immigrati che concorrono alla raccolta di tanti prodotti ortofrutticoli nei nostri campi; basti pensare ai tanti giovanissimi che studiano nelle nostre scuole e ormai anche nelle nostre università; basti pensare, infine, a quanti svolgono attività micro-imprenditoriali soprattutto nel commercio e nell’artigianato. Queste manifestazioni del 1° marzo tendono dunque soprattutto a esprimere un giudizio duramente negativo nei confronti di quanti hanno finito con il sostenere che si tratta prevalentemente di un problema di criminalità, connesso proprio alla presenza degli immigrati.Occorre pertanto una prima seria riflessione culturale: porre sullo stesso piatto della bilancia i lavori socialmente utili ed economicamente produttivi e la commissione di reati.

Saper mettere insieme il positivo e il negativo della immigrazione significa pertanto saper intraprendere una strategia complessiva di politica dell’immigrazione, che sappia cogliere gli elementi comuni: chi opera in tal senso finisce con il dover ammettere che si è in presenza di persone e non emblematicamente di immigrati. Questo sentimento deve pertanto essere posto a base del giudizio che una qualunque politica dell’immigrazione deve avere, se vuole essere cristianamente ispirata nei fatti e non solo a parole. Il giudizio complessivo di convenienza o di inconvenienza della immigrazione deve pertanto tener conto dell’insieme delle valutazioni che la politica deve compiere allorché pone mano ad una specifica disciplina legislativa concernente l’immigrazione medesima. Ma le manifestazioni del 1° marzo devono indurre a considerare l’intero fenomeno, non più soltanto in termini di convenienza: siamo infatti in presenza di una complessiva ondata di immigrazione non più intra-europea, ma parte – anche se soltanto embrionale – di quel più vasto e straordinario fenomeno che abbiamo iniziato a chiamare globalizzazione. Di questo fenomeno occorre considerare fino in fondo la sfida che esso pone per il significato stesso della parola eguaglianza: i nuovi immigrati, infatti, provengono ormai prevalentemente da Continenti lontani e da Paesi che burocraticamente chiamiamo extracomunitari. Africa e Asia da un lato,Paesi extraeuropei di tradizione latina dall’altro e immigrati di etnia slava provenienti da Paesi non integrati ancora nell’Unione europea infine, sono ormai luoghi dai quali provengono in misura crescente, e non soltanto in Italia, le nuove ondate di immigrazione.

Si tratta di disuguaglianze non più soltanto contenute all’interno dell’universo cristiano e delle diverse etnie che avevano popolato l’Europa e gli Stati Uniti nel corso degli ultimi secoli. Si tratta ormai di disuguaglianze molto più radicali, che interpellano la nostra coscienza in riferimento alla tentazione di restare in qualche modo all’interno delle nostre sicurezze, territoriali o familiari che siano. Questo 1° marzo va dunque considerato per quel che esso significa: occorre che la politica sappia muoversi tra convenienze antiche e disuguaglianze nuove.   

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 2 marzo 2010 

 

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