Intervento dell’On. Mario Tassone sulla conversione in legge del decreto-legge recante interventi urgenti concernenti enti locali e regioni

2010-03-03T20:19:00
 

Seguito della discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 25 gennaio 2010, n. 2, recante interventi urgenti concernenti enti locali e regioni (3146-A)

 

Signor Presidente, come spesso avviene in queste occasioni vi è un certo disagio, qualche elemento di frustrazione, un certo disincanto in più, qualche elemento ulteriore di sfiducia nei confronti anche del nostro essere e del nostro impegno parlamentare. Dico ciò non per riproporre vecchie lamentele ma – come ha fatto questa mattina l’onorevole Compagnon – per evidenziare qual è il rammarico di un gruppo parlamentare che si richiama ad una storia democratica vera e sostanziale all’interno del nostro Paese; e questo rammarico si stringe di più, si espande di più rispetto alla cosiddetta «velocità» dei tempi imposta da una legislazione da parte del Governo che non lascia spazio a seri approfondimenti e a serie considerazioni.

È una legislazione per alcuni versi anche un po’ schizofrenica, visto e considerato che, anche per chi ha dimestichezza con le Aule parlamentari, non trova spesso una ratio, un filo logico o una evoluzione corretta rispetto al modo di legiferare e quindi di affrontare norme che si accavallano l’un l’altra.

Signor Presidente, quando parliamo di autonomie locali occorre ricordare che in tale materia sono stati adottati una serie di provvedimenti: mi riferisco cioè a talune norme della legge finanziaria, ma vi sono poi stati altri provvedimenti, compreso quello ora al nostro esame, mentre tutto viene rinviato, a volte, al codice delle autonomie. Sono stati presentati anche provvedimenti di cui risultavo primo firmatario e che, per sollecitazione del relatore, ho ritirato al fine di recuperare poi l’argomento e il tema che ponevo nel cosiddetto codice delle autonomie.

Ma anche nel provvedimento in esame compaiono delle anticipazioni rispetto a quella che dovrà essere la materia normata e regolata dal codice delle autonomie. Non abbiamo allora ben capito se questo provvedimento ripropone e disciplina temi e fatti che erano già disciplinati e normati nella legge finanziaria: perché riproporli e perché porli anche nella legge finanziaria se poi si intende adottare un codice delle autonomie che dovrebbe dare un impianto più lucido e più organico – così si dice – a tutta una serie e una selva di argomenti, di temi e di problemi che riguardano certamente le province così come i comuni, le comunità montane, gli ATO.

A proposito delle province, signor Presidente, affrontammo anche questo tema e questo argomento nel corso dell’esame – mi pare – del disegno di legge sul federalismo fiscale, quando sostenemmo chiaramente che bisognava eliminare le province proprio per dare il senso di una razionalizzazione e del nostro impegno anche sul piano politico, e quindi per regolare anche le istituzioni rappresentative della democrazia di base, delle autonomie locali o delle autonomie territoriali che dir si voglia.

Vedevamo quindi le province come un surplus, un elemento un po’ sovrastante e, per alcuni versi, non sostanziale né utile (e raccogliemmo in quel momento anche le posizioni espresse dalla maggioranza che poi ha dato vita a questo Governo).

Ricordiamo chiaramente quello che disse allora la maggioranza: via le province, bisogna risparmiare ed eliminare le spese inutili, la politica costa troppo; e a tutto ciò faceva eco anche il Partito Democratico. Guarda caso, poi ci siamo ritrovati in Commissione affari costituzionali, e, per dire la verità, anche in Aula, un’alleanza sull’abolizione delle province. Questo non mi scandalizza, signor Presidente, perché successivamente vi è stata anche un’alleanza sul federalismo fiscale tra la maggioranza e il partito più grande dell’opposizione (grande sul piano della quantità, perché ognuno di noi svolge il proprio ruolo).

Certamente il senso e il significato dell’opposizione si misura anche sulla sua qualità e sulla coerenza. Noi abbiamo votato contro la legge sul federalismo fiscale, abbiamo mantenuto una posizione ferma per quanto riguarda l’abolizione delle province e siamo rimasti da soli, insieme all’Italia dei Valori, a svolgere una battaglia che, seppure non ha avuto successo, certamente ha lasciato una traccia profonda e indelebile nell’opinione pubblica. 
Ma vi è un’altra questione ed è quella di voler abbassare i costi della politica attraverso un infingimento, una valutazione semplicemente pubblicitaria di una problematica che dovrebbe essere presa e manovrata con maggiore senso di responsabilità e delle istituzioni. Questo provvedimento nasce per regolamentare e migliorare le situazioni economiche e finanziarie delle autonomie locali. Si tratta quindi, di norme urgenti che riguardano la sistemazione della finanza locale, e vi è anche un richiamo alla legge finanziaria, a cui facevo riferimento prima, sui costi della politica. E come risolviamo il problema dei costi della politica? Lo risolviamo, signor Presidente, attraverso la riduzione dei consigli comunali e provinciali.

Non vedo presente al banco del Comitato dei diciotto il relatore per la I Commissione, Giuseppe Calderisi, che è un membro di questo Parlamento (anche se siamo quattro persone, non ci dobbiamo mettere a fare capannello). Lo dico perché tengo moltissimo all’attenzione e alla benevolenza dell’onorevole Calderisi, che è stato relatore in Commissione e che spero abbia almeno l’amabilità di ascoltare chi in questo momento, anche su sollecitazione del suo gruppo, prende la parola, non per scherzo, ma per esprimere una posizione politica, che certamente dovrà essere considerata. 
L’onorevole Calderisi parla dei consigli comunali, sottolineando il taglio di più di 120 mila consiglieri comunali e di 35 mila assessori e la riduzione dei consiglieri provinciali, e così via. Spero che il relatore torni, visto che ha consegnato questa relazione all’attenzione dell’Aula il 1o marzo, e che ci dica qual è la sua concezione della democrazia e se la presenza di tanti consiglieri comunali e provinciali sia un ostacolo, un appesantimento o un incidente. Siamo stati abituati, anche in questa legislatura, ad ascoltare questo tipo di considerazioni. Pensavamo che si guardasse più alla quantità, invece ritengo che, se anche il Parlamento fosse composto di 200 o 100 membri, sarebbe visto e valutato come un’istituzione che rappresenta un condizionamento, un peso alla libertà di movimento e di conduzione del Governo della Repubblica.

Io ritengo che qui ci sia un errore di fondo. Vogliamo sistemare i problemi finanziari dei comuni, per quanto riguarda le rimesse ai comuni e la relativa riduzione, secondo i parametri previsti dal maxiemendamento di rivalutazione, aggiornamento e puntualizzazione, considerato che tale maxiemendamento non fa che razionalizzare alcuni conti? Ritengo che sia un errore. Lo ripeto: è un errore. Potevamo anche capire che forse si doveva eliminare qualche assessore, ma ridimensionare la rappresentanza istituzionale locale, a mio avviso, è un nocumento, un vulnus alla democrazia rappresentativa a livello locale.

E poi si vuole l’eliminazione delle circoscrizioni nei comuni al di sotto di 250 mila abitanti. Perché non si dà la possibilità anche ai giovani di fare l’esperienza di consigliere circoscrizionale in un comune, per esempio, di 248 mila abitanti? Perché no? Eliminiamo anche il gettone di presenza laddove esiste Riduciamo i gettoni di presenza nei consigli comunali e provinciali. Vediamo quali sono le spese inutili! Vediamo qual è la situazione degli appalti! Vediamo quali sono le connessioni nelle istituzioni con gli ambienti criminosi, che pure esistono non soltanto nelle regioni monitorate come aree interessate dalla criminalità interna (questo è vero, ma ci sono anche altre regioni). Perché non abbiamo fatto questa valutazione? Possiamo fare politica nell’ambito delle autonomie locali attraverso riduzioni ed eliminazioni? Ritengo che questo sia stato, e sia tutt’ora, un grande errore. 
Se in questo modo si intende andare nella direzione di una sanatoria di una situazione economicamente ingovernabile, ritengo che sia il tragitto e il percorso più impervio e che ponga dei problemi seri sul piano della rappresentazione democratica.

Ma c’è un altro elemento. Signora Presidente, considerato che ho soltanto la sua cortese attenzione…

Per questo sono lusingato e mi sento arricchito, signora Presidente. Per me è un privilegio la sua cortesia. Questa mattina nelle Commissioni riunite I e V ho sollevato qualche eccezione e ho fatto una battuta, come spesso mi accade (anche improvvidamente). Ho detto che questo maxiemendamento trancia un po’ il dibattito. Qualcuno allora ha replicato che erano state accolte tutte le proposte. L’hanno detto due colleghi che fanno parte del Governo, colleghi che tra le altre cose io stimo; ma lo hanno detto anche dei colleghi della maggioranza. 
Ebbene, signora Presidente, le debbo dire che noi avevamo ritirato tutti gli emendamenti a seguito della sollecitazione ad accelerare i lavori. Ci è stato detto: ritirate gli emendamenti perché poi andremo in Aula per discutere. Poi, però, mi si viene a dire che sono stati accolti gli emendamenti? Forse si riferivano alle proposte della maggioranza, che hanno trovato l’accordo con il Governo, ma certamente non è stato considerato l’apporto di contributi di un’altra parte del Parlamento, quelli dell’opposizione che, in quanto tale, non è che per presunzione iuris et de iure deve sempre dire delle cretinate, oppure portare avanti delle proposte inopportune. Tali proposte non sono state tenute in considerazione. Eppure qui c’è un’altra filosofia! La filosofia alternativa alla nostra si estrinseca attraverso quell’emendamento, condiviso anche dall’ANCI, che riguarda il ruolo dei segretari comunali. Qual è questa filosofia? Parliamo anche di finanza, di economia e di risparmi e in questo provvedimento si elimina il direttore generale. Come nasceva questa figura? Nasceva sulla base di una volontà e di una cultura economicistica nuova, in cui si poneva al centro dell’attenzione di tutto un movimento economico all’interno del nostro Paese il management, il manager
Con i direttori generali i comuni facevano un passo avanti verso una loro privatizzazione, verso una concezione quasi privatistica, tant’è vero che questo processo era partito da lontano quando avevamo eliminato i controlli sui comuni. Ciò crea anche una dispersione delle risorse. 
Ieri, in Commissione, ho detto che guardo sempre con grande attenzione e soprattutto con grande «nostalgia» ai comitati di controllo, che davano certezza. Oggi – lo dico tra parentesi – alcuni comuni hanno adottato i loro controlli, perché se qualche sindaco ha paura su una delibera delicata, si reca preventivamente in cerca di consigli dal procuratore della Repubblica, per chiedere se quella delibera sia legale e legittima, se può dargli fastidio o violare alcune norme o alcune leggi, e così via. 
Avevamo detto che il direttore generale è una figura che rispecchiava questo tipo di filosofia, invece non c’è più il direttore generale, ma chi comanda gli uffici? Abbiamo sempre più mortificato il ruolo del segretario comunale. Per tale ragione, avevamo presentato un emendamento riguardante le fasce uno, due, tre e quattro, con riferimento al momento apicale del ruolo del segretario comunale, sino a definire anche la fascia, per così dire, meno forte dei segretari comunali, a cui era attribuita la gestione e, quindi, l’impiego professionale per un’unione di tre o quattro comuni. Questo, signor Presidente, era un emendamento che avevamo confezionato con grande intelligenza, visto e considerato che quasi tutti gli emendamenti che abbiamo presentato, come il Presidente della Camera Fini ci ha detto questa mattina nello speech, sono stati dichiarati inammissibili. Qualche emendamento, tuttavia, si è salvato, perché c’era stata una strutturazione e un’articolazione puntuali. 
Dunque, si sceglie un’altra filosofia: manteniamo i comuni senza controllo. Il problema del controllo va posto per evitare che delibere e decisioni adottate secondo la concezione dell’autocontrollo si espandano, straripino e soprattutto creino disfunzioni sul piano economico e finanziario. Non c’è dubbio che questo sia un tema che noi riproporremo quando discuteremo del codice delle autonomie, considerato che ne hanno discusso moltissimo nella Conferenza Stato-regioni e autonomie locali, ne hanno discusso ovunque e dappertutto, e a noi come Parlamento perverrà questo provvedimento confezionato al quale certamente forniremo il nostro contributo. 
Per tale ragione, signor Presidente, dicevo che si tratta di due concezioni diverse, due filosofie diverse perché, altrimenti, questi aggiustamenti sui trasferimenti erariali ai comuni e agli altri enti potevano certamente avere una loro dignità e una loro forza, una loro capacità. Ma noi dobbiamo inserire tutto questo nell’ambito di una riforma organica e soprattutto in un processo più razionale che adegui i comuni alla loro funzione e al loro ruolo primario, non vi è dubbio che questo sia importante; come certamente è importante collegare i comuni alle regioni. 
Alle regioni adesso si attribuiscono più poteri, perché le comunità montane non vengono più rifinanziate. Anzi, si parla semplicemente di contributi per i comuni montani, tuttavia tutta la problematica della montagna e dei comuni montani di certo non viene risolta e non vi è dubbio che vi sia tutta una materia in fieri che non è affrontata da questo provvedimento. Se il provvedimento non la affronta seriamente, non la può risolvere, e la mancata risoluzione non vi è dubbio che determinerà delle situazioni di maggior aggravio, di maggiore spesa e di spese inutili. 
Inoltre c’è problema degli ATO.

Qui si dovrebbe fare anche un lungo discorso sugli ATO: non li hanno più le province, le aboliamo, quindi si passa alle regioni. Riguardo alle competenze delle regioni, vogliamo affrontare la problematica delle regioni, perché quando noi parliamo di finanza pubblica, signor Presidente, le regioni vivono quasi in una zona di extraterritorialità. Eppure sappiamo che molti aggravi e molte situazioni disfunzionali di carattere economico vengono proprio dalle regioni stesse, però delle regioni non si può parlare: «giochiamo» fra regioni, province, comuni, ATO, comunità montane e delle regioni non si parla.

 Poi vi è il problema che oggi si crea per quanto riguarda il compito delle regioni relativo alla diminuzione dei consiglieri delle province e soprattutto dei comuni. Mentre in Friuli Venezia Giulia il presidente ed il sindaco non vengono computati fra i consiglieri da ridurre, nei comuni e province delle altre regioni sì, e questo lo capiamo rispetto alla diversità degli statuti, soprattutto degli statuti speciali, come quello che presiede le attività ed il territorio del Friuli Venezia Giulia. 
Signor Presidente, credo di avere concluso questo mio speach, questo mio intervento. Che cosa rimane di questo mio intervento? Poco o nulla: si va al voto di fiducia, vi è il maxiemendamento. Si va avanti. Ma noi siamo arrivati, signor Presidente, ai tempi di oggi e se ci rapportiamo ai vecchi tempi o ai vecchi documenti e rileggiamo molti documenti anche politici, spesso ci troviamo a dover dare ragione a chi ci indicava un percorso, mentre noi ci siamo assunti la responsabilità di seguirne un altro. I tempi di oggi sono drammatici, lo sono sul piano politico, perché quando noi manovriamo sulla rappresentanza nelle istituzioni democratiche, ci troviamo di fronte ad un sistema bipolare che restringe l’area della democrazia. Voglio dire che questo provvedimento e prima la finanziaria sono funzionali alla visione della società, delle istituzioni e dell’ordinamento. 
La democrazia reale si realizza dalla base, sul territorio, nei comuni: lì si esalta la democrazia, lì si coinvolgono le persone, lì si costruisce la classe dirigente, lì si costruiscono le persone che si confrontano giorno per giorno con i problemi del proprio territorio. Ma noi abbiamo una visione ormai quasi carismatica e personale dei vertici e non sappiamo quali sono i vertici. Oggi ci troviamo di fronte uno scenario politico estremamente preoccupante, che dissolve le energie e tutto il mio discorso iniziale puntava sulle energie e soprattutto sull’uomo, sulla sua capacità di costruirsi e di costruire. 
Quando noi parliamo ad esempio di legalità e di criminalità, ma chi crede alle norme, soltanto alle norme, se non vi è un dato culturale forte ed un’assunzione forte di responsabilità ad una formazione e ad un’educazione? Certo uno si forma sui problemi della propria terra, stando nei consigli comunali, nei consigli provinciali. Ecco perché, signor Presidente, avevo proposto la sfiducia costruttiva per quanto riguarda il sindaco ed il presidente, per evitare che i consigli comunali e i consigli provinciali decadessero, proprio per salvare quello che era un patrimonio umano che noi dobbiamo certamente rispettare. Questi provvedimenti non lo rispettano. Non mi illudo che faccia una cosa diversa il codice delle autonomie, non credo che innoverà: nasce attraverso una griglia di trattative e soprattutto di impegni che si sono assunti fuori dalle istituzioni e fuori dall’aula. 
Ecco perché avremmo preferito, certamente, un rigurgito forte di amore e di amor proprio verso noi e verso le istituzioni.

Come dicevo all’inizio del mio intervento – e concludo – andiamo verso la fiducia in modo scontato, perché ci siamo abituati a tutto. In questo Paese, ci siamo abituati agli incidenti stradali, alle truffe ed anche a questo: viene posta la questione di fiducia e facciamo i «siparietti» con il Ministro per i rapporti con il Parlamento che, oggi, ha affidato al Presidente della Camera l’intenzione di porre la questione di fiducia…

Concludo signor Presidente, vi è un problema serio. Abbiamo presentato emendamenti con cui abbiamo anche proposto di dare alcuni milioni di euro in più ai comuni e alle province, ma vi è un dato vero ed importante: un impoverimento delle istituzioni di base, dove vi è la democrazia e si gioca il suo destino. 

Di questo sono molto preoccupato e la preoccupazione di oggi si unisce alla speranza che, domani, vi saranno forze che avranno maggiore sensibilità, che svolgeranno un’azione diversa verso la democrazia e sapranno dare la giusta misura, il giusto contributo e la giusta dimensione di ciò che può fare chi opera, e chi deve operare, in libertà, senza alcun condizionamento a livello di periferia e di territorio

 

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