D’Onofrio: identità e globalizzazione

2010-04-10T13:08:00

Stiamo vivendo in un’epoca caratterizzata da una sorta di ricerca ossessiva della identità, sia che si tratti della cultura, dell’economia, della religione, della lingua, della razza, del sesso, delle istituzioni politiche.

In questa puntuale ed ossessiva rivendicazione della identità si gioca, infatti, una parte molto rilevante del passaggio avvenuto negli ultimi decenni dalla proposta comunista di modello sovietico ad altre e non sempre universali proposte di identità. Se ci considera che proprio sulla identità sono stati costruiti – soprattutto in Occidente – i concetti dapprima di Nazione e quindi di Stato, non può sorprendere che il tema identitario è posto molto spesso al centro di rivendicazioni, che hanno tutte in fondo un qualche territorio minore rispetto al mondo intero.

Anche il grandioso fenomeno (che come europei abbiamo conosciuto nei secoli scorsi) di costruzione degli Stati Nazionali ha finito con l’avere il tema della identità nazionale quale elemento costitutivo della specifica identità statuale. Questo fenomeno è progressivamente entrato in crisi con il passaggio dal prevalere del sistema produttivo di tipo industriale al sistema economico tendenzialmente globalizzato, nel quale la finanza ha pian piano preso il sopravvento sull’industria.

L’analisi della crisi economica conosciuta nel corso degli ultimi due anni ha infatti posto in evidenza che la crisi è stata più incisiva proprio negli Stati nei quali la finanza aveva preso il sopravvento sull’industria. Per quel che concerne l’Italia, si è infatti ripetutamente affermato che la nostra “arretratezza” finanziaria ha consentito al nostro Paese di reggere meglio di altri la crisi economica in atto. Ma questi non sono tempi di riposo per nessuno.

Si può infatti essere astrattamente favorevoli o contrari al processo di globalizzazione in atto, ma non è certo con una opposizione paurosa e timida al processo medesimo che si può riuscire ad impedire l’avvento della globalizzazione anche nelle nostre contrade. Così come fu duramente contrastato il passaggio dall’agricoltura all’industria, proprio in nome di una presunta superiorità di una cosiddetta “identità agricola”, non sorprende che oggi vi sia un contrasto proprio in riferimento al processo di globalizzazione in atto, in nome di una presunta superiorità di una sedicente “identità industriale”.

Può sembrare che si tratti di questioni lontane da una più urgente attualità politica, quale sembra essere l’attualità delle cosiddette riforme istituzionali. Allorché infatti si affrontano temi quali il rapporto tra il governo centrale e i governi regionali, occorre aver chiaro in modo netto e visibile se si parla di una Italia profondamente immersa nella nuova centralità del Mediterraneo; rigorosamente ancorata ai vincoli derivanti dal processo di costruzione dell’Unità europea, partecipe al processo di globalizzazione, o se si immagina possibile oggi operare nella sostanziale indifferenza delle necessità di centralizzazione riscontrate anche in antichi Stati federali – quali gli Stati Uniti d’America -; nella indifferenza alla nuova centralità del Mediterraneo, nel quale è l’Italia tutta – e non singole sue parti – che può avere un ruolo significativo culturale, economico e politico allo stesso tempo; nella velleitaria contrarietà al processo di globalizzazione in atto in nome della paura per tutto ciò che è nuovo, sia che si tratti di immigrati, sia che si tratti di complessi italiani di imprese multinazionali, sia che si tratti della competitività stessa dell’impresa italiana nel mondo attuale sempre più globalizzato. Così come nel passaggio da una civiltà prevalentemente agricola ad una civiltà prevalentemente industriale si è dovuto affrontare, anche in termini giuridici nuovi, il tema fondamentale dell’equilibrio tra capitale e lavoro (basti pensare all’avvento dell’istituto della società per azioni ed alla provvista di capitali di rischio tipica degli istituti borsistici), anche oggi occorre saper guardare al futuro del passaggio dal sistema quasi esclusivamente agricolo-industriale al nuovo sistema, nel quale la componente finanziaria assume un significato crescente con uno spirito non certo di acquiescenza supina al nuovo, ma di apertura culturale e giuridica al nuovo sistema in termini appunto di un nuovo equilibrio.

In questo contesto anche le riforme istituzionali, delle quali si parla tanto diffusamente anche oggi, dovranno esser viste nella luce della ricerca di un nuovo equilibrio: nella cosiddetta Prima Repubblica, l’equilibrio fu ricercato ponendo l’accento da un lato su persona umana ed eguaglianza, e dall’altro su Stato e mercato. Il nuovo equilibrio oggi va cercato nella consapevolezza che il concetto stesso di persona ci fa aprire alla globalizzazione in termini di speranza, mentre il concetto di eguaglianza va oggi affrontato superando coraggiosamente la stessa dimensione dell’Occidente quale area all’interno soltanto della quale l’eguaglianza ha significato. Per quel che concerne il rapporto tra Stato e mercato, occorre saper guardare al nuovo equilibrio senza illudersi di potersi rinserrare all’interno del proprio Stato, e senza cedere al mercato il compito di ricercare il nuovo equilibrio tra industria e finanza senza nuove regole.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 10 aprile 2010

10_04_liberal_10.pdf








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