D’Onofrio: Quale federalismo fiscale?

2010-05-05T12:56:00

Con un crescendo a volte persino tumultuoso ci si sta rendendo conto che la questione del federalismo fiscale non è una semplice, tecnica e organizzativa questione giuridico-economica ma è di fatto la questione di fondo della trasformazione dell’Italia da Stato tendenzialmente centralizzato a Stato prevalentemente delle autonomie e persino federale.

Sarebbe stato certamente opportuno se della trasformazione dell’Italia in senso federalistico si fosse adeguatamente trattato quantomeno durante la cosiddetta Bicamerale D’Alema o, se si vuole, al tempo della riforma costituzionale approvata nel 2005 e bocciata dal referendum popolare del 2006 o, infine, al momento in cui – nel 2008 – il Parlamento conferì delega al governo per attuare proprio il federalismo fiscale, per tale intendendosi il nuovo ordinamento tributario e di spesa dell’intero sistema delle autonomi locali, regioni innanzitutto incluse.

Purtroppo non vi fu adeguato dibattito sul tema della trasformazione federalistica dell’Italia al tempo della Bicamerale D’Alema. E d’altra parte, malauguratamente la riforma costituzionale approvata nel 2005 fu respinta dal referendum popolare del 2006 più per ragioni di lettura costituzionale delle origini della Repubblica che non per la questione strutturale del mutamento dello Stato in senso asseritamente federalistico. E vale la pena ricordare che purtroppo – infine – soltanto l’Udc votò contro la delega al governo sul cosiddetto federalismo fiscale e allora non fu mai seriamente approfondita la questione del perché soltanto l’Udc si comportasse in quel modo: non si trattava infatti di avversione di principio alla trasformazione federalistica dello Stato – come pure è stato detto – ma di una impostazione del tutto razionale della questione fiscale nuova.

L’Udc chiese infatti allora: chi paga (e come) il debito pubblico accumulato dallo Stato italiano?; se non si conoscono ancora in via ragionevolmente compiuta le funzioni dei comuni, delle regioni e dello Stato, come si può procedere a distribuire le risorse finanziarie tra questi medesimi soggetti?; che fine fanno le Province – della cui soppressione si era pure ufficialmente parlato in campagna elettorale da parte soprattutto del Pdl-?; cosa sono le fantomatiche”città metropolitane”di cui pure si parla nell’ormai famigerato Titolo V della Costituzione approvato dal centro sinistra sul finire della legislatura 1996-2001? Nessuna risposta fu data allora all’Udc e non risulta che su questo silenzio drammatico per le sorti stesse dell’Italia si siano registrate analisi rigorose ed approfondite da parte di studiosi o di autorevoli quotidiani.

Siamo dunque ora a registrare finalmente con soddisfazione che stanno venendo al pettine tutti i nodi che solo l’Udc aveva evidenziato, perché alle domande poste da noi all’epoca si sta rispondendo con vere e proprie “affabulazioni retoriche”: si dice che non vi è questione di incremento della spesa perché il federalismo fiscale comporterebbe addirittura una riduzione complessiva della spesa medesima; si dice che si passerà dalla spesa storica considerata quasi una sorta di vergogna nazionale a mitici costi standard, che rappresentano il più mostruoso fatto di centralizzazione che l’Italia abbia mai conosciuto; si dice che gli amministratori che non rispetteranno i nuovi costi saranno puniti con il divieto di rielezione: ma su questo punto nulla si dice su come garantire questo principio di buona amministrazione. Siamo finalmente al passaggio della verità e della serietà.

La questione di fondo era e rimane la stessa: si vuole comunque attuare una qualche separazione dallo Stato italiano per dar vita ad una sostanziale pluralità di aggregati istituzionali dotati di risorse in modo tale da sconfessare sostanzialmente l’intera storia nazionale unitaria che è tale dal 1861 ad oggi o si vuole – come pur si dice soprattutto da parte della Lega Nord – una nuova articolazione fiscale dello Stato che pur rimanendo unitario si riconosce m una pluralità di istituti territoriali regionali e in una miriade di unità territoriali comunali? Insomma, al dunque la questione di fondo rimane la stessa: quale è l’idea complessiva di Italia che si ha in mente? Si è consapevoli che questa idea complessiva ha convissuto per centocinquanta anni con una struttura sostanzialmente centralizzata, sicché su questa struttura si sono venute modellando non soltanto decisioni concernenti i costi degli apparati amministrativi pubblici ma anche e soprattutto le stesse culture civili di fondo?

Allorché dunque si finisce con il ritenere che la spesa storica è di per sé un fatto di spreco si deve essere consapevoli che in essa vi è certamente un prezzo dovuto alle tutele delle classi dirigenti – politiche ma non solo – che va oltre i servigi da esse resi alle popolazioni locali, regionali e nazionali amministrate, ma che non si può certamente affermare che la storia italiana è complessivamente una storia di sprechi. Non si tratta della tradizionale contrapposizione tra Nord e Sud dell’Italia, ma dei modi con i quali le diverse parti del territorio italiano si sono rapportate proprio alla centralizzazione sabaudo-francese che prevalse al tempo dell’Unità d’Italia sulle proposte federalistiche comunque minoritarie- soprattutto di Gioberti e di Cattaneo. Si può certamente trarre dalla Costituzione italiana una indicazione favorevole al potenziamento quantitativo e qualitativo di tutto il sistema delle autonomie locali – regioni comprese – come l’insegnamento sturziano ci mostra, e non solo in riferimento alla Sicilia. Si tratta dunque di una scelta di fondo: tra Padania e Italia occorre definitivamente decidersi.

di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 5 maggio 2010

 

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