D’Onofrio: Tra Prima e Seconda Repubblica

2010-05-15T14:26:00

II nuovo soggetto politico sarà un’alternativa istituzionale e quindi politica a Pdl e Pd.

Solo raramente si registrano scritti sulla situazione politica italiana a partire dal 1994, particolarmente interessati a porre in evidenza il rapporto tra unità nazionale da un lato e idea di partito politico e di popolo dall’altro. Si assiste infatti ad un dibattito giornalistico ed accademico ad un tempo, come se le questioni strategiche poste dalla cosiddetta Prima Repubblica in riferimento all’unità nazionale siano da dimenticare del tutto. Si tratta – invece – di una questione fondamentale non ancora risolta in questa stagione che chiamiamo il tempo della Seconda Repubblica. Nel contesto della Prima Repubblica, infatti, si deve registrare una sostanziale divisione tra il principio della unità nazionale – realizzato sostanzialmente nella Costituzione repubblicana, e nel molto significativo articolo 138 della Costituzione medesima – e il principio della legittimità democratica del governo del Paese fondato sul sistema elettorale proporzionale.

In quel lungo periodo tutti i partiti politici presenti nel Parlamento repubblicano avevano sostanzialmente accettato questa distinzione radicale tra la Costituzione di tutti da un lato, e il governo della maggioranza parlamentare dall’altro. L’articolo 138 della Costituzione era sostanzialmente vissuto nel senso che, per modifiche significative della Costituzione medesima, non si sarebbe potuto fare appello al corpo elettorale se alla revisione avesse concorso anche l’opposizione di governo. Con l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica siamo entrati in un sistema che oggi appare limpidamente nella sua radicalità: democrazia elettorale a legittimazione sostanzialmente populista da un lato, e trasformazione della Costituzione vigente nel senso che essa non appartiene più a tutti, ma ad una parte soltanto del sistema politico italiano. La distinzione tra unità nazionale e governo è stata resa molto evidente con la nascita della commissione D’Alema, che era anche formalmente distinta dal governo dell’epoca. Negli anni successivi si è progressivamente andati verso un sostanziale mutamento del principio costituzionale della Prima Repubblica allorché si è proceduto sia dal centrosinistra sia dal centrodestra – a produrre modifiche radicali della Costituzione adottate – e dichiaratamente volute – dalla sola maggioranza di governo del momento. Negli ultimissimi anni stiamo assistendo al fatto radicalmente nuovo del tentativo di innestare la cultura istituzionale-politica dell’unità nazionale in un soggetto politico quale è un partito vero e proprio, laddove chiunque si richiami alla volontà popolare espressa al momento delle elezioni, sembra privo proprio della cultura istituzionale e politica dell’unità nazionale.

Per partito politico vero e proprio si intende, infatti, un partito politico che abbia nella propria identità costitutiva sia il principio della legittimazione democratica di governo fondata sul consenso popolare e quindi – anche e soprattutto – elettorale, sia il principio istituzionale e politico della disponibilità a governi di unità nazionale da realizzare proprio con la parte politica avversa, che viene in tal modo sostanzialmente legittimata quanto meno per quel che concerne l’unità nazionale.

Per quel che concerne partiti che si richiamino direttamente al voto popolare, vedendo in esso la fonte unica della propria legittimazione a governare, si tratta di partiti privi di questa specifica cultura della unità nazionale intesa quale punto di approdo da realizzare anche formalmente con un governo di unità nazionale, e non già soltanto con l’allargamento all’opposizione delle riforme costituzionali intese per loro natura a costituire regole comuni per qualunque soggetto chiamato a governare. Questa è l’innovazione istituzionale e politica più radicale che il nuovo soggetto politico che l’Unione di centro intende realizzare. Si è affermato infatti di voler essere alternativi sia al Pdl sia al Pd. Ora è sempre più chiaro che si tratta di un’alternativa istituzionale e politica, prima ancora che di governo quotidiano.

Si diventerebbe in tal caso infatti alternativi rispetto a quanti vedono solo nel popolo che si esprime con le elezioni il soggetto che legittima sia a governare – come è del tutto naturale secondo la cultura democratica – sia a produrre regole costituzionali comuni per tutti gli schieramenti politici, perché in tal caso un soggetto di questo tipo deve necessariamente affermare che se non vi è intesa parlamentare larghissima – come l’articolo 138 della Costituzione afferma, se letto con lo spirito costituente della Prima Repubblica -, si deve necessariamente procedere a maggioranza. Si diventerebbe allo stesso tempo alternativi anche rispetto a quanti dovessero ritenere che l’alternativa di governo non consente di per sé la disponibilità a dar vita a governi politici di unità nazionale. Siamo dunque in presenza di un sostanziale arricchimento istituzionale e politico che finirebbe con il riconciliare la cosiddetta Seconda Repubblica con il principio costitutivo dell’altrettanto cosiddetta Prima Repubblica. Il progressivo irrigidimento europeo successivo alla crisi greca rende sempre a sua volta sempre più evidente che la forza complessiva del nostro Paese è conseguenza anche del fatto che le cultura politiche in esso operanti contemplino o no l’unità nazionale.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 15 maggio 2010

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