Resoconto Aula: Intervento dell’On. Mario Tassone

2010-05-17T19:45:00
Signor Presidente, abbiamo ascoltato alcuni interventi, iniziando da quello dell’onorevole Donato Bruno, e sono state fatte alcune considerazioni. Questo provvedimento viene all’esame dell’Assemblea dopo una serie di sedute in Commissione di merito (anche con audizioni), ed è corredato dai pareri di quasi tutte le Commissioni coinvolte. Quindi la Commissione di merito è stata destinataria di una serie di valutazioni ed osservazioni che le varie Commissioni hanno espresso, oltre al parere della I Commissione (Affari costituzionali). Dobbiamo tuttavia fare altre valutazioni, e in particolare dobbiamo dire che i pareri di queste Commissioni sono arrivati quasi all’ultimo momento. Capisco bene che ci sono diverse valutazioni da fare. Mi riferisco ai lavori della Commissione, agli emendamenti da esaminare, per cui il testo viene definito e confezionato dopo l’approvazione degli emendamenti, però non c’è dubbio che molte delle Commissioni in sede consultiva – come è stato ricordato – hanno espresso osservazioni che avrebbero meritato un approfondimento molto più stringente e più forte.

 

Si è detto, quindi, che sarà poi il Comitato dei nove a farsi carico e a valutare queste osservazioni, però c’è  un aspetto che non può essere sottaciuto, signor Presidente, ed è quello riguardante il Comitato per la legislazione. Il Comitato per la legislazione porta alla nostra attenzione un parere articolato con un’ampia motivazione ed ampi riferimenti. Qui bisogna mettersi d’accordo: in una famosa riforma (l’ultima) del Regolamento, si pensò di istituire il Comitato per la legislazione per favorire l’intelligibilità delle norme.

Una lettura, dunque, più attenta che, soprattutto, ha consentito una più facile reinterpretazione e un’accelerazione nella fase di attuazione delle norme stesse. Se dovessimo rifarci al Regolamento della Camera e a ciò che afferma il Comitato per la legislazione, questo provvedimento, che stiamo affrontando ed analizzando in quest’Aula, non dovrebbe essere esaminato ma quantomeno rivisto fin dalle fondamenta. Arrivati a questo punto poi – ovviamente mi rivolgo al Governo ma, soprattutto, alla Presidenza, che è garante del rispetto e dell’osservanza del Regolamento -, vorrei capire perché fu approvato questo Comitato per la legislazione.

Se il Comitato per la legislazione fa delle osservazioni su questo provvedimento, soprattutto in termini di sollecitazione ad una chiarezza delle norme stesse, e poi individua anche alcuni passaggi, evidenziando la confusione delle norme stesse, smentisce di fatto, quindi, quella che è l’esigenza di una semplificazione da cui trae origine questo stesso provvedimento. Ci troviamo, cioè, di fronte ad una situazione kafkiana, paradossale, non so come definirla: stiamo esaminando il provvedimento sulla semplificazione, su un’amministrazione molto più flessibile e poi, invece, abbiamo la norma a monte che crea dei problemi, delle complicazioni.

Voglio richiamare su questo aspetto – proprio in questa fase – l’attenzione del relatore (che, per dire la verità, è stato attento in tutta la fase del lavoro e dell’impegno della Commissione), del Governo, ma, soprattutto, del Presidente di turno di questa Assemblea. Vi sono dei rilievi contenuti nel parere del Comitato per la legislazione, come quando si fa riferimento ad una serie di vicende, di norme, per quanto riguarda i VAS e i VIA e, quindi, una duplicazione, un  passaggio e una sovrapposizione di norme e delle norme di riferimento e dove, anche nella lettura della norma, vi è un lavoro, un affaticamento nel seguire queste procedure che dovrebbero essere di semplificazione, di accelerazione e di facile osservanza.

 Ritengo che questo è un problema e mi riferisco all’articolo 5-bis, comma 2, lettera c) ed e), perché a tutto questo fa riferimento il Comitato per la legislazione. Vi sono poi anche altri aspetti che riguardano gli articoli 9-bis e 10-bis, richiamati dallo stesso Comitato per la legislazione. 
Poi vi è anche un riferimento nell’articolo 7-quater ad una legge recante misure straordinarie per il sostegno al reddito e la tutela di determinate categorie di lavori, che è stata approvata dalla Camera ed è all’esame del Senato della Repubblica. Abbiamo, perciò, un quadro di grande confusione: ci si richiama a norme in fieri, che sono all’esame dell’altro ramo del Parlamento. Prevediamo tutto questo e poi vi è tutta una problematica, quella delle deleghe, che qualche collega prima di me ha voluto richiamare e ha voluto portare all’attenzione dell’Assemblea.

Per fare altre valutazioni, signor Presidente – lo dico con estrema chiarezza – parliamo da parecchio tempo di riforma della pubblica amministrazione.

 Chi ha un po’ di memoria storica sa che molti anni fa fu istituito il Ministero per la riforma della pubblica amministrazione. Poi qualcuno pensò di cambiare il nome del Ministero: non più Ministero per la riforma della pubblica amministrazione, ma Ministero per l’organizzazione della pubblica amministrazione. Siccome il Ministero aveva lavorato, forse, con approdi insufficienti e con risultati lacunosi, si pensò di dare uno stimolo attraverso il cambiamento della dicitura. Mi ricordo il periodo in cui il Ministro era Gui, poi fu Cossiga: si interessarono anche di questa problematica, ma quello per la riforma della pubblica amministrazione fu un Ministero soprattutto di contrattazione in ordine alle controversie tra Governo e dipendenti pubblici. Vi fu un versamento di energie – non so se posso usare questo termine – da parte di chi aveva la responsabilità di quel Dicastero, sia a livello di Ministro sia a livello di sottosegretario di Stato, nel trascorrere nottate e lunghe giornate defatiganti in una contrattazione molte volte forte e improduttiva, alcune volte certamente con qualche risultato; però le energie spese non furono mai pari ai risultati raggiunti. 
Intanto nascevano anche le regioni: la fase dell’attuazione di tali enti spinse maggiormente a rivedere, soprattutto in tema di competenze dello Stato e delle regioni, quale era l’ambito della potestà burocratica, gestionale e amministrativa per le materie riservate allo Stato rispetto alle materie riservate alle regioni.

 In questo vi è stata anche una qualche disattenzione (diciamocelo con estrema chiarezza), perché ci si è preoccupati più di definire le vicende burocratiche e gestionali nell’ambito del Governo centrale e non di essere stringenti per quanto riguarda l’attività delle regioni, delle autonomie locali, degli enti partecipati e quant’altro.

Devo anche ringraziare il sottosegretario per il riferimento che ha fatto in Commissione ad una mia sollecitazione, accogliendone lo spirito e vedendo nel tema posto un accento di verità e di realtà, che esiste all’interno della nostra pubblica amministrazione, soprattutto nelle regioni, nelle autonomie locali, negli enti a partecipazione pubblica e negli enti economici di utilità pubblica con partecipazione pubblica. 
Non vi è dubbio che tutto questo ci porti ad una fase (è stata richiamata più volte): i provvedimenti che passano sotto il nome della riforma Bassanini. Cosa si è fatto con tale riforma? Con essa si è dato un taglio netto tra la responsabilità della politica e la responsabilità dell’amministrazione.

Sappiamo che vi sono, all’interno di tali riforme, alcuni punti realizzati, andati avanti, altri invece non portati a compimento; alcuni elementi hanno avuto il pregio della novità, e della modernità rispetto alla pesantezza della struttura burocratica. Non v’è dubbio, soprattutto, che abbiamo individuato le responsabilità della gestione amministrativa rispetto alla responsabilità di indirizzo, che rimane nell’ambito della politica. Anche con lo spoil system, e quindi la nomina dei dirigenti e dei dirigenti generali, dei capi dipartimento, si è evidenziata sempre di più in termini marcati la responsabilità di chi aveva la gestione decisionale, e poi, al di sotto di questa, la gestione dei procedimenti. Non v’è dubbio che abbiamo individuato un ambito di competenza: a chi ha la responsabilità politica, la gestione politica, a chi ha la responsabilità gestionale-amministrativa, la gestione amministrativa (faccio riferimento ai capi dipartimento, ai dirigenti generali, e quant’altro). 
La semplificazione va in due direzioni: quella di un miglior funzionamento dello Stato, e quella – lo ha detto anche collega Andrea Orsini nella sua relazione – dello sviluppo economico, perché ammodernando le strutture, facilitando le pratiche, e quindi i finanziamenti, si raggiungono degli obiettivi che ricadono sul mercato in termini positivi, rispetto a varie pesantezze. Molte volte – lo debbo ricordare al mio amico Orsini – le pesantezze burocratiche servono affinché le spese vengano ad essere dilazionate: sono vecchie situazioni che si ripropongono anche nel presente, al di là degli auspici, al di là delle grandi disponibilità. 

 

Quanto poi alla responsabilità dei dirigenti pubblici, al di là dello spoil system, vi è il problema della potestà della sostituzione da parte del Governo. Quant’è difficile sostituire i dirigenti generali dopo che li hai nominati! Queste cose ce le dobbiamo dire con estrema tranquillità. 
Oltre a ciò, nel provvedimento in esame mancano le sanzioni. Non abbiamo capito che vi è un problema forte all’interno della pubblica amministrazione: è quello della sanzione, di chi non ottempera! Certo, vi sono i controlli, vi sono le sanzioni, ma tutto ciò non è nella centralità, nello spirito del provvedimento in esame. Possiamo infatti approvare centinaia e centinaia di norme di semplificazione: abbattiamo i termini, abbattiamo la tenuta dei registri inutili, cartacei, e li sostituiamo con i sistemi telematici. Possiamo fare tutto, ma se non vi è una responsabilizzazione, e l’istituto della destituzione, dal dirigente generale all’impiegato, abbiamo mancato un obiettivo fondamentale: quello di dare contenuto e certezza a tali riforme. 

Ma soprattutto sappiamo che dobbiamo agire sulla semplificazione: molte volte le pratiche sono rendite di posizione di impiegati pubblici; esse rappresentano una fonte di potere, che diventa vessatorio nei confronti dell’utenza. I cittadini vanno certamente rispettati, come dispone il provvedimento, ma non v’è dubbio che si tratta di una problematica più complessa: anche i provvedimenti di riforma che vi sono stati nel passato non è che non nascessero sotto l’auspicio delle buone intenzioni, sotto le più rosee previsioni, per quanto riguarda i risultati e gli approdi, i traguardi da raggiungere; però sono mancati dei fattori importanti per la loro riuscita. 
E poi, anche se viene contenuto lo squilibrio tra il Governo centrale e le pubbliche amministrazioni locali, le regioni, vedo in proposito ulteriori elementi di perplessità.

 

Quanto alle regioni, un chiarimento forse dovrà essere dato se ha un senso anche questo nostro dibattito, questa discussione sulle linee generali e quello che decideremo nel corso dell’esame degli articoli e degli emendamenti. Vorrei capire il ruolo delle regioni in tutto questo, al di là di avere esse presidenti che si fanno chiamare governatori, anche se non esiste in alcuna legge la dicitura di «governatore». Ma si fanno chiamare governatori (e saranno contenti i colleghi della Lega), quindi abbiamo un «governatorato», stiamo andando verso un federalismo che punta sui governatori secondo un’analogia con la situazione statunitense dove sono presenti gli Stati, per cui tra qualche tempo sostituiremo le regioni con gli Stati (ed avremo i governatori)! Questa è la corsa – credo – che si sta facendo in modo spasmodico, per cui tutto il lavoro che stiamo affrontando anche con questo provvedimento rischia di essere quantomeno non dico inutile ma incompleto, perché rivela una visione parziale e particolare di quella che è l’evoluzione dei tempi e dei fatti. 
Ritengo che non esista alcun controllo e vorrei capire che controllo si esercita poi, ad esempio, sulle Ferrovie dello Stato: il controllo viene forse esercitato dal Ministero delle comunicazioni o da quello delle infrastrutture e dei trasporti? Che dire poi sulle grandi società, sui dipendenti delle authority? Mi dispiace che non sia presente il mio amico, il Ministro Calderoli, che parla di riduzione del 5 per cento dell’indennità ai parlamentari. Sono d’accordo, però facciamo un conteggio: lui che è a favore della semplificazione ci riferisca quanto prendono di liquidazione gli amministratori delle Ferrovie dello Stato, dell’Alitalia e delle authority con tutti i benefit, e quanto prendono alcuni impiegati e dirigenti pubblici con tutti i benefit!

 Facciamo giustizia in modo che il Paese non abbia soltanto da puntare il dito verso i parlamentari ma quanto meno – questo è un fatto di giustizia, di onestà e di semplificazione, ma soprattutto di onestà – abbia un quadro complessivo di una situazione di remunerazioni e di benefit rispetto alla quale i parlamentari dovranno certamente fare la loro parte: ma vi sono amministratori che prendono milioni e milioni e che sono pagati come i calciatori!

Questo Parlamento e questo Paese non lo sanno, ma credo che il mio amico Calderoli lo sappia e lo deve sapere: quindi ritengo che, se ha un senso intervenire in quest’Aula, egli deve venire a riferire all’Assemblea quanto prende l’amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato e quello dell’Alitalia, quelli delle authority, i dirigenti generali. È tutto un insieme di dati per verificare a quanto ammontano le liquidazioni erogate, in modo che il Paese sappia quali sono i benefit, quali gli oneri e soprattutto quali sono i poteri.

 Mentre infatti discutiamo di questo disegno di legge che vale per lo Stato, per il Governo centrale, per le regioni e per i comuni, esiste un’area di extraterritorialità sul piano decisionale tra quegli enti che svolgono un servizio pubblico e sono a partecipazione statale, ma che sfuggono ad ogni controllo: quando gli conviene affermano di essere soggetti al diritto privato, quando invece gli conviene dire che sono soggetti al diritto pubblico allora sono soggetti al diritto pubblico! Questa è una Repubblica frastagliata in cui esiste un tipo di federalismo per cui ognuno fa le sue cose in una visione egoistica, mentre manca certamente un principio ed un dato di solidarietà che dovrebbero essere realizzati.

Detto questo, siamo per un esame attento anche di questo provvedimento ma siamo oltremodo delusi perché non è possibile adottare, ad esempio, una misura per dare più forza al Dipartimento della funzione pubblica (anche se capisco il problema della formazione, con il 40 per cento che deve andare al Dipartimento della funzione pubblica).

 Vi è poi anche una serie di fatti, di dati e di aspetti che bisognerebbe certamente perlustrare per avere soprattutto il senso di una maggiore collaborazione e di un maggior accordo tra il Governo e il Parlamento, al fine di dare un significato alla funzionalità della pubblica amministrazione.

Vi sono poi delle situazioni che noi abbiamo più volte rilevato in Commissione. Cosa significa che entro i due anni successivi alla data di entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 1 possono essere adottati ulteriori decreti legislativi correttivi e integrativi? Si tratta di un periodo lunghissimo con situazioni che non possono essere accettate.

 Vi sono inoltre anche altri temi e problemi che abbiamo posto e che continueremo a proporre. Così ad esempio, non sono riuscito a capire il ruolo della Conferenza Stato-regioni e alcuni conflitti che possono essere sorti all’interno della Conferenza unificata, di cui agli articoli del provvedimento (vi è una riunione del Consiglio dei ministri, con i presidenti delle regioni interessate o delle province di Trento e Bolzano per dirimere le controversie).

Vorrei capire alcuni problemi, temi e passaggi che credo siano importanti e su cui certamente bisognerebbe fare il punto della situazione e soprattutto riflettere. Non credo di avere altro da aggiungere; ho voluto soltanto fornire questi riferimenti, soprattutto dicendo chiaramente quanto accennato da Orsini in relazione alla legge n. 241 del 1990 e sulla reale attuazione della stessa, che rappresentò un momento forte e pulsante anche rispetto alla trasparenza della pubblica amministrazione. 
Sono a favore per una accelerazione e per limitare le griglie e le vecchie visioni di supremazia e di gestione di potere della pubblica amministrazione, dove il cittadino si trova più volte, come dicevo poc’anzi, ad essere vessato e in una situazione diversa. Dovremmo cambiare culturalmente il rapporto di fondo: non vi sono dei diritti dei cittadini e un dovere della pubblica amministrazione, ma tutti quanti, pubblica amministrazione e cittadini, devono assumersi egualmente diritti e doveri, perché entrambi vogliono e si rivolgono verso la tutela di un diritto soggettivo che va a sfociare in un interesse legittimo perché, difendendo i diritti legittimi e veri, certamente si va avanti e questo Paese va avanti per evitare vecchi privilegi e supremazie per cui le pratiche vanno avanti. Non è un problema infatti semplicemente di iscrizioni, ma anche delle pratiche e dei progetti. Che dire delle regioni che mantengono i progetti di cui scadono i termini e che non si sa dove vanno a finire, perché fanno sparire i documenti? Ci sono delle responsabilità, ma nessuno paga in questo Paese. Noi rischiamo di fare una bella normativa, un nuovo principio, una «grida manzoniana» in più, ma non riusciamo a capire soprattutto che si devono ottenere delle responsabilità in una visione molto più stringente.

Debbo fare un’altra considerazione ai colleghi del Governo: è difficile pretendere che alcune cose vadano avanti se sono sbagliate anche le politiche. È una situazione difficile, che troviamo anche al Ministero della pubblica istruzione. Ma devo dire anche un’altra cosa ai colleghi del Governo: è difficile pensare di pretendere la responsabilità e l’adempimento del proprio dovere ad alcuni funzionari, ad esempio, a quelli degli organi centrali dello Stato, quando si sa che ci sono velocità diverse per quanto riguarda anche le amministrazione decentrate (mi riferisco alle Regioni). È una situazione difficile, ma allora questo è lo sforzo che deve essere fatto; e deve essere fatto, in termini forti e anche stringenti, perché il problema è soprattutto di cultura e di sensibilizzazione: non si ottiene la responsabilizzazione semplicemente con la codificazione e con le norme, ma le responsabilità si ottengono se c’è un clima e un senso diverso dello Stato, delle istituzioni e soprattutto un senso di giustizia per cui il dovere non sia un’opzione e i diritti non siano un’elargizione, bensì momenti fondanti della nostra società e del nostro divenire. Ritengo che questo sia l’aspetto che dobbiamo evidenziare. So che si correrà e si andrà avanti con l’approvazione di alcuni emendamenti e con la reiezione di altri.

 Non me ne meraviglio e non me ne scandalizzo assolutamente, ma io dico che la mediazione che è venuta fuori è difficile, visto e considerato che abbiamo avuto un testo composto da trentadue articoli a cui sono seguite le integrazioni del relatore e del Governo che hanno espanso e dilatato di gran lunga l’articolato del provvedimento.

Tutto ciò sta a significare che la partenza è stata certamente defatigante e ha presentato una serie di interrogativi, di quesiti, di lacune e di zone d’ombra; alcune delle integrazioni vanno verso un giusto chiarimento, altre, invece, verso un appesantimento. Qui si è visto che ognuno cerca di fare le riforme, ma non vuole cedere poteri e alcune situazioni di privilegio e, soprattutto, di controllo di spazi e di ambiti. Ritengo che questo sia l’aspetto più importante.

 Certamente, poi, andremo a finanziare – se ci saranno i soldi – le strutture statali, i sistemi telematici, informatici e di informatizzazione, ma voglio fare una battuta: cosa vogliamo informatizzare se nei tribunali, ad esempio, manca anche la carta, non funzionano i telefoni e non ci sono nemmeno le macchine? Dobbiamo svolgere una considerazione complessiva, altrimenti facciamo un lavoro a metà, insufficiente e lacunoso che, ovviamente, viene accompagnato da scarsa credibilità. Si tratta di vicende storiche che ci devono appartenere, perché nessuno di noi – almeno per quanto mi riguarda – è portato alla suggestione della polemica fine a se stessa.

 

Concludo, signor Presidente. Non vi è dubbio che, quando approviamo una riforma, non si tratta di giocarci l’avvenire della maggioranza o il non-avvenire dell’opposizione, bensì di dare una risposta a questo Paese che quanto meno è confuso e disattento, ma soprattutto è demotivato. 
Ritengo che le motivazioni possano derivare soltanto da norme non confuse né contraddittorie, da comportamenti coerenti e da certezze; e questo provvedimento, purtroppo, signor Presidente e signori membri del Governo, non dà alcuna certezza rispetto ai passaggi, alle innovazioni e alle riforme che molti avevano auspicato e verso le quali molti degli auditi che abbiamo ascoltato con molta attenzione in Commissione avevano indirizzato le proprie osservazioni e sollecitazioni.

 

RESOCONTO AULA 17 MAGGIO INTERVENTO ON.pdf








Lascia un commento