D’Onofrio: Il partito della nazione oltre il bipolarismo

Occorre uscire dall’angolo stretto che si è creato tra populismo e negazione delle trasformazioni.

L’incontro che si apre oggi a Todi costituisce una tappa fondamentale del cammino della costruzione del nuovo Partito che sta prendendo vita sul tronco dell’Unione di Centro. Si è partiti dalla sconfitta politica e culturale del cosiddetto “voto utile” con il quale il Pdl e il Pd erano andati alle elezioni politiche del 2008, con l’illusione che si stesse chiudendo in chiave bipartitica la transizione italiana aperta all’inizio degli anni Novanta. L’Unione di Centro è sopravvissuta in Parlamento perché aveva ripetutamente affermato che il pluralismo sociale italiano non poteva neanche indirettamente essere rappresentato in Parlamento da due aggregati elettorali che pretendevano di essere due partiti politici. Le ragioni della nostra vittoria elettorale erano strategiche. Avevamo infatti affermato che l’illusione di Pdl e Pd si sarebbe dimostrata tale proprio nel corso di questa legislatura, risultando evidente il limite della politica scelta all’epoca da Berlusconi e da Veltroni. E cioè che due cartelli elettorali possono certamente combattere per vincere le elezioni ma non sono in grado l’uno di governare e l’altro di opporsi politicamente e non visceralmente. I fatti ci stanno dando ragione.

Dalle elezioni politiche del 2008, l’Unione di Centro ha dunque proseguito il proprio cammino di opposizione politica in Parlamento e di radicamento sociale nel Paese sulla base di una idea fondamentale che si sta dimostrando sempre più indispensabile per l’Italia: la responsabilità. Responsabili in Parlamento anche nei confronti delle proposte della maggioranza parlamentare, contro ogni tentazione di antiberlusconismo ideologico. Responsabili nel Paese contro ogni tentazione di separatezza territoriale, padana o siciliana che sia. Responsabili nei confronti della necessaria coesione sociale, contro ogni tentazione di dividere gli italiani in virtuosi o fannulloni, a seconda del dove vivono o di quale mestiere svolgano.

Abbiamo dovuto rilevare che i presuntuosi sostenitori del bipartitismo stanno tentando di ripiegare nella difesa di un ingannevole bipolarismo: si tratta comunque di un bipolarismo che non riesce a nascondere fino in fondo la pretesa originaria di un impossibile bipartitismo. Abbiamo infatti dovuto rilevare che entrambi i sostenitori del bipolarismo sono privi dell’idea stessa di unità nazionale se questa richiedesse un “governo di unità nazionale”: il bipolarismo che viene ancora oggi affermato si nutre infatti da un lato di una sostanziale deriva populista (di per se stessa incompatibile con qualunque idea di governi di unità nazionale) e dall’altro di un rifiuto pregiudiziale, ideologico e persino irremovibile, a fare i conti con le trasformazioni intervenute in questi anni nella società italiana quasi che si tratti di fatti personali e non politici. Il nuovo partito che si sta costruendo e che il convegno di Todi concorrerà ulteriormente a definire nei suoi essenziali profili culturali e politici, sarà sostanzialmente un partito non clericale di ispirazione cristiana; un partito liberal-democratico non populista; un partito consapevole della necessità di coniugare in termini anche nuovi la scelta strategica della economia sociale di mercato ecologicamente compatibile.

Nuova centralità del Mediterraneo, che comporta un compito anche radicalmente nuovo per il ruolo strategico dell’Italia tutta; integrazione europea da proseguire e da completare nella consapevolezza del mutamento profondo intervenuto tra l’origine anche anti – sovietica dell’integrazione europea medesima e la fase successiva alla caduta del muro di Berlino; generosa ed intelligente apertura nei confronti del processo di globalizzazione in atto, sconfiggendo la tentazione di una impossibile chiusura autarchico localistica e senza cadere in altrettanto pericolose tentazioni cosmopolitane. Si tratta di un progetto certamente ambizioso di rinnovamento istituzionale e politico che richiede un profondo contributo culturale: non si tratta infatti di “giocare”a vincere le elezioni (cosa certamente rilevante per un soggetto politico), ma di concorrere seriamente a governare l’Italia tutta.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 20 maggio 2010.

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