Verso il partito della nazione, l’intervento di Ferdinando Adornato

Todi, 20 mag. – “Ci sono momenti nella vita di una nazione nei quali si sente la Storia passare vicino, quasi la si può toccare con mano, respirare l’incombere delle minacce, l’affacciarsi delle speranze. Saperne afferrare le opportunità, evitando di essere travolti, è esattamente il compito di una classe dirigente. Ebbene, oggi la Storia sta attraversando il destino dell’Europa. E può cambiare, radicalmente, quello dell’Italia. Ma abbiamo una classe dirigente in grado di  guidarci con mano ferma in questo incrocio di futuro?

Già quattro anni fa, nel 2006, gli italiani manifestarono, con un voto senza chiara maggioranza, tutto il loro smarrimento intorno alla Seconda Repubblica. Non si era rivelata la Terra Promessa della modernizzazione: quanto piuttosto il regno del tempo perso, accumulando nuovi squilibri e ritardi. Non si era modellata lungo la strada post-ideologica della competizione programmatica: ma era diventata il  teatro di una nuova “guerra civile ideologica” tra destra e sinistra. Non aveva segnato il riscatto della dignità e della nobiltà della politica: al contrario, ne aveva accentuato la decadenza oligarchica.

Una vera classe dirigente avrebbe capito, già nel 2006, che l’Italia, spaccata in due dal ring di un bipolarismo inconcludente, stava chiedendo ad entrambi i pugili di levarsi i guantoni ed avviare una nuova fase nella quale l’interesse nazionale prevalesse sulle convenienze delle parti. Cooperare per rilanciare l’Italia. Ma Prodi non ebbe lo scatto dello statista. E diede luogo ad uno dei più confusi governi della Repubblica. Non ci fu dunque da stupirsi se, nel 2008, gli italiani, assai spaventati, tornarono a ripararsi dietro  l’immagine di Berlusconi, assegnandogli una maggioranza schiacciante.

E non fu neanche un  caso che, proprio nel 2008, noi decidemmo di uscire dal teatro della guerra civile, creando l’Unione di Centro e  assumendoci con coraggio la responsabilità di denunciare: così non funziona, lo scontro bipolare sta fiaccando l’Italia. Una denuncia che, purtroppo, è ancora oggi attuale. Non siamo profeti. Siamo normali uomini politici che non chiudono gli occhi di fronte alla realtà di un sistema bloccato che di nuovo, come alla fine della Prima Repubblica, rende cieco il gioco del potere. Tant’è che l’Italia del 2010, a soli due anni dalle elezioni, è di nuovo sull’orlo di un’implosione sistemica.

Tre grandi emergenze, un vero e proprio triangolo delle Bermuda, minacciano oggi la tenuta del Paese: 1) La morsa sociale della crisi che ha cominciato a travolgere imprese  e famiglie. 2) La paura del declino accelerata dal crack greco e della incompiutezza europea. 3) Il ritorno di un crescente discredito verso la politica, inversamente proporzionale alle  mirabolanti illusioni di rinnovamento create dalla Seconda Repubblica.

Alla luce di tutto ciò, la dichiarazione del presidente Casini “Prima o poi sarà inevitabile che si formi un governo di responsabilità nazionale”, ha spiazzato un po’ tutti perché in essa riuscivano a coincidere il semplice buon senso e il dimenticato passo della grande politica. Quale se non questo é il  momento di sentirsi prima italiani e poi del Pdl, del Pd, dell’Udc, della Lega….? Cos’altro deve accadere perché scatti questo elementare amor di patria?

Invece è partito il solito prevedibile polverone. Bossi non vuole Casini, Franceschini non vuole Berlusconi. Piccola politica.  Quando il dito indica la luna solo lo sciocco guarda il dito. Ma siccome dentro al polverone si è intravisto anche qualche spiraglio di ragionevolezza, vale la pena, affinché non si disperda, di ribadire il nostro pensiero.  Noi abbiamo in testa di dover aiutare l’Italia ad evitare il “rischio Grecia”. Non pensiamo per niente di voler aiutare il Pdl e il governo ad uscire dal “rischio Anemone” o ad aggirare il “rischio Fini”! Ciò di cui parliamo non è un trasformistico “allargamento della maggioranza”. Essa è già sufficientemente larga. Parliamo di una svolta politica da proporre con chiarezza al Paese: un nuovo governo di responsabilità nazionale che programmi la “messa in salvo” dell’Italia attraverso le riforme di cui essa ha bisogno. Per carità, nessun classico “pasticcio italiano”. Il governo di grande coalizione ha dato in Germania risultati straordinari. E inedite intese si stanno realizzando, sia pure in forma diversa, in Gran Bretagna. Le classi dirigenti europee, chi prima chi poi, stanno cominciando a capire che questo è il tempo storico della responsabilità.

La nostra è un’ipotesi, una proposta, forse anche di più: una diversa idea dell’Italia. Ma se la maggioranza ritiene di essere autosufficiente, che non sia necessaria l’assunzione di una comune responsabilità di fronte al Paese, va bene così. Anche questa è un’ipotesi politica, legittima. La verifica la daranno, come sempre, i fatti.

Ora la maggioranza pensa a una manovra da 25-30 miliardi di euro. Quando la conosceremo nei dettagli daremo le nostre valutazioni. Noi apprezziamo sinceramente l’opera del ministro Tremonti di “difesa” dei conti pubblici. Ma sentiamo che, accanto ad una buona difesa, è oggi indispensabile puntare su un efficace gioco d’attacco, aggredendo la crisi con interventi strutturali che, oltre che guardare all’oggi, preparino il domani. Il traguardo è uno solo: recuperare, nel tempo più rapido possibile, la competitività del sistema-Paese.

E ci si può arrivare solo con cinque Grandi Modernizzazioni:

1- Tagliare strutturalmente la spesa pubblica. Con quattro voci-chiave:  a) Riformare le pensioni, aumentando l’età di uscita dal lavoro e sostenendo le fasce più deboli. b) Eliminare tutta la burocrazia inutile a partire dalle province. c) Metter seriamente mano alle inefficienze del sistema sanitario. d) Esaminare con grande attenzione i costi del progetto federalista.

2- Agire immediatamente sulla leva fiscale per ridurre la pressione sulle imprese, soprattutto quelle piccole e medie, e per rimodulare quella delle famiglie, in favore dei nuclei più numerosi.

3- Aprire finalmente l’era delle liberalizzazioni, soprattutto quelle delle aziende collegate alle amministrazioni locali, spezzando il potere delle corporazioni che finora l’hanno impedito.

4- Elaborare e attuare un nuovo, serio piano di sviluppo della Ricerca, dell’Innovazione e della Formazione. La qualità del capitale umano è l’unico vero termometro di futuro del mondo globale.

5- Assumere il tema dell’energia come priorità dello sviluppo del Paese e della difesa della sua sovranità. Il ritorno del nucleare e l’apertura alle nuove fonti di energia, (e ciò che si chiama green economy) non sono progetti in contraddizione.

La maggior parte di questi obiettivi sono chiari da oltre un decennio. Eppure l’Italia è rimasta immobile. Bankitalia con Draghi, Confindustria con Montezemolo e oggi con la Marcegaglia, i protagonisti della neonata Rete Imprese Italia, hanno più volte spinto i governi lungo la strada del coraggio. I sindacati più avvertiti, la Cisl e la Uil, hanno mostrato disponibilità. Niente da fare. Appunto: la Seconda Repubblica è stata il regno del tempo perso. Più di un decennio sprecato in nome del moloch bipolare, della guerra civile tra berlusconiani e antiberlusconiani.

Ma, ecco il punto, bisogna aver chiaro che queste grandi modernizzazioni richiedono misure anche assai impopolari. Ciò che significa una classe dirigente capace di creare un consenso vastissimo in nome dell’interesse nazionale, un clima di mobilitazione culturale e civile in grado di piegare ogni corporativismo. Appunto: un nuovo governo di responsabilità nazionale. Di più: un nuovo patto tra gli italiani. 

L’Italia, esattamente come dopo la guerra, ha bisogno di una “seconda ricostruzione”. Di ritrovare quel clima di comune operosità politica, sociale e civile che caratterizzò il tempo iniziale della Repubblica. Solo così forse si potrà anche riscrivere insieme la Costituzione.  

Ora forse è più chiaro cos’è che noi davvero proponiamo: un nuovo patto per l’Italia. Ma non basta andare dal notaio o da Vespa per sottoscriverlo. Ci vuole un Nuovo Inizio. Uno scatto di reni di tutta la politica che rompa con le divisioni demagogiche, con le faziosità reciproche, con le litigiosità quotidiane. Uno scatto di reni che induca i cittadini a credere ancora, nonostante tutto, nella forza di una terra che, restando unita, sappia scrivere, come nel passato, una nuova pagina di riscatto. Un Paese che sappia afferrare la Storia che gli passa accanto. 

Tutto sta cambiando, nel mondo, in Europa, in Italia. Tutti noi dovremo cambiare: orizzonti, stili di vita, comportamenti. Tutti i partiti dovranno cambiare. Oppure, saranno cambiati. Prima o poi sarà inevitabile.

                PREPARARSI A UN GRANDE MUTAMENTO

Ebbene, cari amici, in attesa che l’insieme della politica sia capace di questo scatto, cominciamo a cambiare noi. Non siamo gente abituata a chiedere agli altri ciò che noi non siamo disposti a fare. Al contrario: vogliamo partire noi per primi. Il senso di queste giornate di Todi sta tutto qui: indicare al Paese una nuova strada, cominciare noi per primi a percorrerla. Occorre prepararsi a un Grande Mutamento.

Due scenari sopra gli altri stanno modificando alcune convinzioni di fondo che hanno accompagnato il tempo della Seconda Repubblica.

1) Il confronto tra gli Stati-nazione.

Verso la fine degli anni Novanta si diffuse come un dogma l’idea che la fine del Novecento, con la caduta delle ideologie e l’avvento della globalizzazione, avrebbe decretato il tramonto degli Stati-nazione. Abbiamo vissuto questi ultimi anni prigionieri di questa convinzione. Ebbene, dobbiamo liberarcene. L’arena della globalizzazione si sta rivelando sempre più come una partita a domino nella quale nuovi grandi Stati-nazione come la Cina, l’India e il Giappone si confrontano con lo Stato-nazione americano, mentre Putin cerca di ricondurre Mosca lungo la strada imperial-autoritaria-nazionalista. La globalizzazione attraversa le sovranità degli Stati-nazione. Ma gli Stati-nazione restano gli attori principali della sua governance.

Ma anche volendo limitare lo sguardo alla vecchia Europa scorgiamo all’orizzonte un netto bivio: o la sovranità dei singoli Stati-nazione si deposita nell’autorità di un unico Stato europeo, come era nel sogno di De Gasperi e di Spinelli, oppure la storia tornerà drammaticamente indietro. La classe dirigente europea ha recentemente salvato l’euro, ricorrendo agli strumenti tradizionali di uno Stato-nazione: l’intervento di salvataggio della banca centrale, la solidarietà consapevole della classe politica. Ma l’emergenza non fa primavera. Non può resistere a lungo una moneta unica senza una comune politica economica, senza una comune autorità politica. O si procede lungo la strada del consolidamento di una sovranità democratica, legittimata da tutti i popoli e da tutti gli Stati, oppure il XXI secolo scriverà il declino del sogno di una stabile “pax europea”. E il rischio della guerra tornerà a farsi concreto. Perciò nazione italiana e nazione europea sono due facce della stessa medaglia: o si integrano o decadono, insieme. Simul stabunt, simul cadent. Perché l’Europa, se sarà, sarà Europa delle nazioni.

E’ pura utopia pensare che le zoni più forti dell’Italia, quelle del Nord, possano avere convenienza ad accettare un patto con altre macroregioni continentali abbandonando il Sud al suo destino. L’Europa del futuro non si dividerà in macroregioni. O sarà uno Stato-nazione unitario o torneranno a prevalere, come in parte già accade, gli Stati-nazione più forti: la Germania e la Francia. La Storia riaprirebbe così il libro dell’Ottocento. E se, in questo scenario, l’Italia si dividesse, tornerebbe ad essere, proprio come  allora, terreno di conquista. A cominciare dalla Padania. Perciò cari amici della Lega, per il Nord secessione non significa indipendenza. Al contrario, significa tornare a vecchie sudditanze: non più da Roma, ma da Berlino o da Parigi.      

Si può contestare lo Stato italiano e la sua organizzazione. Ma non si può dimenticare che la nazione italiana precede di molti secoli la nascita dello Stato, e che essa batte nei cuori delle donne e degli uomini di questa terra da Dante, da Petrarca, da Vico, da Campanella, da Manzoni, al Nord come al Sud, “una d’arme, di lingua, d’altar”. Il futuro chiede dunque partiti che tornino ad amare l’Italia, vivendo, con nuova passione, direi quasi con fede, il concetto di Stato e quello di Nazione, come in altri tempi della nostra storia non era successo, declinandoli nell’orizzonte di battersi, di una più grande patria europea.  

2) Il tramonto dell’era mercatista

C’era una volta la deregulation. Il trionfo dell’idea che il mercato, gli animal spirits della società civile, una certa dose di anarchismo individualista, potessero essere la “nuova ideologia”. Intendiamoci: si trattò di una salutare boccata d’ossigeno per democrazie appesantite da decenni di  statalismo burocratico. Ma ogni ideologia, presto o tardi, finisce per tradire anche le migliori intenzioni. Sulla sua scia, infatti, banchieri e operatori di mercato, ma anche molti governi, più inclini all'”animal” che allo “spirit”, hanno finito per colpire a morte in un colpo solo il mercato, lo Stato  l’etica pubblica, il lavoro di milioni di persone. Un Bingo diabolico che ha travolto la nostra vita e  le fondamenta stesse dell’Occidente. La recente crisi finanziaria ha chiuso definitivamente l’era mercatista. Stato, politica ed etica tornano ad essere centrali nel senso comune dei governi e dei popoli. Le decisioni “dirigiste” di Obama e dell’Unione europea, l’evocazione universale di  nuove regole per banche e mercati stanno richiamando in vita metri di misura della realtà che l’era precedente aveva relegato negli archivi del giurassico politico. 

Chi ha sempre avuto come stella polare l’economia sociale di mercato non si sorprende più di tanto. Ma non può non colpire la superficiale volatilità con la quale classi dirigenti e opinioni pubbliche passano da decenni di infatuazione statalista ad altri di miraggio liberista senza riuscire a tenere il pendolo in equilibrio. La fine dell’era mercatista propone dunque, accanto a quelle più evidenti, una lezione di fondo: le culture di governo non possono dipendere dagli effimeri  oracoli dei sondaggi e dei media. Il futuro chiede partiti consapevoli di questa verità.  

Vorrei dirlo nel modo più semplice: la Politica e l’Amministrazione richiedono serietà, studio, applicazione, competenza, onestà, rispetto delle regole. Esse non possono diventare branche della tecnica pubblicitaria. L’immagine è una componente indispensabile, ma non esclusiva della rappresentanza. Ritorno dello Stato e della Politica. Forte richiesta di Etica, di Responsabilità, di Regole. Primato dell’interesse nazionale. Senso del dovere. Coraggio civico. Rispetto delle autorità: tornano ad essere questi gli ingredienti indispensabili della vita pubblica.

Per corrispondere a questa svolta l’Italia deve cambiare davvero tanto. Anche perché antipolitica e populismo hanno fatto ampiamente breccia, cosicchè oggi assistiamo a un curioso paradosso: sia parte del Popolo che parte del Palazzo si nutrono, magari l’un contro l’altro, degli stessi clichè. Antipolitici, antinazionali, antistatali. Il qualunquismo del potere, che contagia insieme settori della maggioranza e Di Pietro, sta diventando un fenomeno davvero preoccupante. Qui sta, cari amici, la nostra più grande difficoltà. Recitare fuori dal coro quando il coro è assordante. Proporre serietà in un surreale contesto di generale superficialità. Ma questo è anche, d’altra parte, ciò che dà grande forza alla nostra battaglia. 

VERSO IL PARTITO DELLA NAZIONE

Il cambiamento non è dunque un capriccio. Il mondo, l’Europa, l’Italia, il mutamento dei vecchi paradigmi interpretativi: tutto chiede un salto di qualità.  E noi oggi diamo inizio a questo salto. Ma sentiamo il bisogno di andare oltre l’Unione di centro anche per un’altra ragione: perché abbiamo vinto.

Nel 2008 quando, da soli, abbiamo deciso di denunciare l’inadeguatezza del bipolarismo italiano, il Paese ufficiale celebrava i fasti del “veltrusconismo”, l’apogeo di un bipartitismo in via di presunta stabilizzazione. Sembrava che per noi non ci fosse più speranza. Che ci fosse solo da decidere se essere seppelliti dentro le mura o, come gli eretici, fuori. Lontano dagli occhi e dal cuore.  Non è andata così.

Solo due anni dopo in affanno non siamo noi: ma proprio i due giganti d’argilla. Prima è entrato in crisi il Pd: e non ne è ancora uscito. Francesco Rutelli ha condiviso molte delle nostre analisi ed ha creato l’Api. Molti ex popolari si chiedono se una riedizione dei Ds può essere la casa del loro futuro. Veltroni e Franceschini, come quei giapponesi che non avevano capito che la guerra era finita, continuano a inseguire una vocazione che di maggioritario, ormai, ha  solo la testardaggine.

Poi è entrato in crisi il Pdl. Fini si è ricordato di aver definito il partito del predellino una “comica finale” e la sua denuncia del populismo corrisponde ad un senso dello Stato da noi condiviso. Ma è l’insieme di quel partito a non avere più identità, diviso com’è tra quattro o cinque aree l’un contro l’altra armate.

L’Unione di Centro e la Costituente sono stati strumenti decisivi per far precipitare la crisi del bipolarismo. Senza la nostra denuncia e il nostro esempio, senza il nostro costante appello a tutti i moderati, oggi la realtà sarebbe diversa e noi non saremmo tornati “centrali” nella vita politica italiana.

Noi abbiamo indicato il sentiero a chi voleva mettersi in movimento. Ma oggi la crisi del “bipolarismo all’italiana” è entrata nella sua fase finale. E se non vogliamo che altri raccolgano i frutti dell’albero che noi per primi abbiamo scosso, dobbiamo cambiare. Da un partito nato per denunciare l’inadaguatezza del sistema, dobbiamo costruire un partito capace di governare il futuro del sistema. 

Due mutamenti sembrano preliminari.

Il primo. L’insistente richiamo al Centro ha avuto un grande valore nel denunciare i limiti della destra e della sinistra. Ma oggi, se vogliamo rivolgerci a una più vasta platea di cittadini, non possiamo più riferirci solo alla geografia sistemica. Per la maggioranza degli italiani, soprattutto dei più giovani, le categorie di destra, di sinistra, di centro non sono più in grado di evocare visioni, passioni, immagini di futuro. La nostra cultura politica non può che restare centrista: l’equilibrio istituzionale, la moderazione, il rispetto per l’avversario, la ricerca dell’intesa, e soprattutto il primato dell’interesse nazionale, saranno sempre la colonna sonora della nostra identità.  Ma i programmi, i valori, i miti che metteremo in campo, a partire dal nome, dovranno parlare di Italia, non di aree sistemiche. Del resto, la Democrazia Cristiana non ha avuto bisogno di battezzarsi con la parola Centro per diventare il più grande partito di Centro della storia d’Italia. Ebbene, si può dire che noi, da oggi, mettiamo al Centro la nazione.

Il secondo. Il nostro non vuole più essere inteso come un partito di nicchia, di esclusiva affiliazione post-democristiana. Laici, cattolici, repubblicani, liberali, moderati del Pd e del Pdl, possono e debbono trovare nel nuovo partito una sponda libera, senza vincoli oltre quelli dell’adesione ai valori e ai programmi. No, la Dc non può rinascere. A maggior ragione non ha senso coltivare il reducismo. Il nostro è dunque un  progetto del tutto nuovo, non un restyling dell’Udc: il progetto di un grande partito cristiano e liberale che si candidi a governare l’Italia del XXI secolo.

Cristiana e liberale, con Gioberti, Rosmini e Mazzini, è stata la cultura che ha ispirato il processo risorgimentale. Cristiana e liberale, con De Gasperi e Einaudi, è stata la guida della ricostruzione italiana. Si è trattato di due momenti tra i più entusiasmanti della nostra storia, laddove Stato e Nazione vennero letti come una sola unità, spirituale e territoriale. Cristiani e liberali possono dar vita a una omogenea comunità politica, perché omogenea è la loro filosofia pubblica: entrambi credono nel primato della Persona, sullo Stato, sulla Classe, sulla Razza. Entrambi credono che il diritto naturale abbia forza di legge prima di qualsiasi contratto sociale. 

Saremo sempre un partito di ispirazione cristiana, ma non saremo il partito della Chiesa. La Chiesa è una comunità spirituale ma é anche un’istituzione che ha il diritto-dovere di intervenire sulla realtà temporale. E non è detto che tutti i suoi giudizi debbano necessariamente coincidere con i nostri. E viceversa. Noi però rispetteremo sempre la Chiesa, quale che siano le sue opinioni. Non siamo tra quelli che la “usano” a seconda delle convenienze. Che contestano il suo diritto alla parola quando non condividono, e la esaltano quando la possono “strumentalizzare” nello scontro politico. Non siamo e non saremo mai sepolcri imbiancati.  

Ci rivolgeremo con forza a quei movimenti cattolici che sappiamo esprimere ansie di rinnovamento vicine alle nostre, così come a tutte quelle realtà laiche, del volontariato e del no-profit, che si muovono non per brama di potere ma per compiere opera di servizio alla comunità.

Questa volta non abbiamo invitato al nostro seminario esponenti di altri movimenti o soggetti politici. Non lo abbiamo fatto perché risulti chiaro che non vogliamo far nascere il nuovo partito come somma di organigrammi e di nomenklature. A Rutelli e all’Api, ad altri movimenti che sorgessero oltre il Pd, oppure alle eventuali novità che maturassero dalle divisioni del Pdl, lanciamo invece, qui da Todi, un progetto per le prossime politiche: lavoriamo per costruire insieme un grande rassemblement riformista, una nuova grande alleanza che si candidi, oltre Pd e Pdl, al governo del Paese. Marciamo oggi distinti (ma non distanti)  per colpire domani insieme. Da qui ad allora, ciascuno coltivi la propria crescita, preparandoci a rendere ancora più forte e credibile la proposta di una nuova casa politica comune.  

LE QUATTRO METAFORE

Le riflessioni della mia relazione sono solo spunti, mi auguro utili, per accendere la miccia di una aperta discussione tra tutti noi, che ci porterà a fine anno al congresso fondativo del nuovo partito. Il nome e il simbolo definitivi li decideremo lì, aprendo fin da subito un pubblico concorso di idee. Ma abbiamo comunque voluto evocare il nome “Partito della nazione” per rendere immediatamente trasparente la direzione di marcia, la narrazione politica, ma anche emotiva, che vogliamo ispiri l’identità del nuovo partito.

Un partito che ama l’Italia. Pronto a difendere l’unità nazionale in qualsiasi momento essa tornasse ad essere minacciata. Ma anche un partito consapevole che non la si può difendere solo con la retorica: per il semplice motivo che essa non è ancora compiuta. 

Per noi italiani la storia non è stata lineare.  Dapprima siamo stati costretti a gestire la gioia tanto attesa dello Stato unitario con il dolore dell’ostilità della Chiesa cattolica. Dolore non da poco, perché la religione è componente fondamentale dello spirito di una nazione. Così l’Italia unitaria si trovò ad essere Stato, ma senza sentirsi pienamente  nazione. Viceversa, il  fascismo fece leva proprio sul mito della nazione, ma al prezzo di strapparle il cuore: la libertà. Resistenza, Ricostruzione, Costituzione: il decennio postbellico  riaccese la speranza di un nuovo Rinascimento italiano, ma durò poco. La Guerra Fredda tornò a  consegnarci uno Stato diviso in due nazioni: quella atlantica e quella comunista. Infine, crollato il Muro di Berlino sembrò finalmente arrivato il tempo della riconciliazione, il traguardo di un Paese dai valori condivisi. La Presidenza Ciampi per questo si adoperò, ed essa resta ancora un faro per la nostra azione. Ma il selvaggio “bipolarismo all’italiana” lavorava, intanto, per riconvocare, in un nuova guerra civile ideologica tra destra e sinistra, i fantasmi del passato. Per di più  l’evocazione leghista di due nazioni, quella padana e quella italiana, ha segnato l’eterno ritorno di una maledizione disunionista che sembra non darci pace. 

Non possiamo più attendere. E’arrivato il tempo della riconciliazione nazionale, della pacificazione di una terra che deve saper trovare le ragioni di una convivenza ricca di valori condivisi. Perciò la metafora del Partito della nazione guarda   al futuro. Dice alla nostra generazione, ma sopratutto a quelle che verranno, una cosa terribilmente semplice: il nostro, il vostro compito è costruire, davvero e finalmente, l’Italia.

“Partito della nazione” vuol dire anche “Partito di ricostruzione della Repubblica”. E’ saltato l’equilibrio previsto dalla nostra Carta. Ma finora tutte le ipotesi di Grande Riforma non si sono mosse nella direzione di creare un Nuovo Equilibrio, adattando con saggezza la Costituzione al nuovo spirito del tempo. Interessi personali e di parte e presuntuosi dilettantismi hanno forzato la costituzione materiale imponendo “riforme di fatto” che hanno finito per lacerare il tessuto di relazione tra esecutivo, legislativo, giudiziario, autorità di garanzia; la dialettica tra le Regioni e le categorie sociali. La rappresentanza di tutte le assemblee elettive, dal parlamento ai consigli comunali, è stata vilipesa e resa pleonastica. La forza di filtro dei corpi intermedi è stata irrisa e schiacciata. Il sistema è tutto da ricucire. Ma, appunto, per usare bene il filo e l’ago occorre un nuovo disegno politico. 

“Partito della nazione” vuol dire anche “Partito della modernizzazione liberale”. Un partito che sappia ritrovare le ragioni della propria presenza anche nel Nord del Paese, raccogliendo la sfida che Berlusconi aveva lanciato nei primi anni Novanta per poi abbandonarla nel girone degli annunci. La modernizzazione liberale è la chiave della possibile nuova Unità d’Italia perché essa significa insieme nuovo scatto del Nord e riscatto del Sud. Pdl e Lega fanno finta di non accorgersi che il popolo delle partite Iva, degli artigiani, delle piccole e medie imprese, il blocco sociale che finora ha sostenuto il centrodestra, si sente sostanzialmente tradito. Ma questo deve essere il nostro popolo, il popolo del “partito della nazione”.  E’ il popolo dei tanti Renzo e delle tante Lucia che hanno fatto l’Italia. Lucia era un’operaia alla filanda, Renzo un lavoratore autonomo che diventerà piccolo imprenditore. Insomma Renzo e Lucia avrebbero fatto parte a pieno titolo della nuova Rete Imprese Italia. E ormai ci sono tanti Renzo e Lucia anche al Sud. Questo popolo aspetta una classe dirigente seria che sappia finalmente guidarlo con coraggio verso quelle riforme di sistema sempre rinviate. Vogliamo e dobbiamo essere noi l’avanguardia di questa classe dirigente. 

“Partito della nazione” vuol dire anche “Partito dell’etica pubblica”. Partito della legalità contro gli opposti estremismi dell’impunità e del giustizialismo. Partito della vita per un buon uso della scienza e della ricerca, che non tradisca il diritto naturale. Partito del limite, contro la dittatura della volgarità televisiva e mediatica, dello sfruttamento dei corpi femminili e infantili, della caduta di ogni senso della vergogna. Partito della sobrietà negli stili di vita e nei comportamenti privati e pubblici. Partito del senso dell’autorità ormai decaduto nella scuola, nella famiglia, nello Stato.  

Sono queste le quattro principali metafore o parole-chiave che noi vediamo fondamentali nell’identità del nuovo partito.

Non vogliamo un partito “freddo”. Vogliamo al contrario un partito “caldo”. Che sappia animare di miti e di passioni l’immaginario dei più giovani. Perché non c’è solo Che Guevara, non c’è solo il Grande Fratello. Altri eroi popolano  i sentimenti di chi ha speranza nell’umanità. Così, ci piacerebbe che i nostri ragazzi avessero nelle loro stanze il poster di Neda, la ragazza uccisa dalla polizia di Ahmadinejad mentre  combatteva per la libertà dell’Iran. O quello del Dalai Lama che resiste con saggezza e moderazione alla violenza di Pechino. O quello di Chiara Lubich, vera fondatrice del partito dell’amore. O quello di Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio caduti a Bala Murghab, che come i loro colleghi a Nassiryia o i paracadutisti della Folgore a Kabul, hanno dato la vita per difendere la bandiera della loro nazione e la sicurezza del mondo.

Storie di vita, piccole e grandi, tutte segnate dalla libertà, dall’altruismo, dalla genialità, dalla generosità: valori fondativi di ciò che chiamiamo Italia.

Vogliamo costruire un partito più giovane e più aperto. Un partito di regole e di valori. Un partito che sul territorio faccia valere il gioco di squadra e non l’interesse dei singoli. Non vogliamo più un partito autoreferenziale. Facciamo nostra la frase di Konrad Adenauer: “Un partito esiste per il popolo, non per se stesso”.

Abbiamo un leader cui non manca il coraggio. Abbiamo un gruppo dirigente unito, di donne e uomini che ormai si sentono davvero amici. Abbiamo una straordinaria comunità che ha saputo attraversare il deserto per la fede nei propri valori. Abbiamo un progetto politico che guarda al futuro dell’Italia. Perciò, cari amici, ce la faremo”. 










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