D’Onofrio: Tra il Cavaliere e Tremonti un vero contrasto di strategie

Sono state svolte molte considerazioni sul rapporto tra il Presidente Berlusconi e il Ministro Tremonti alla luce soprattutto della conferenza stampa nella quale essi hanno illustrato la manovra finanziaria dei ventiquattro miliardi di euro in due anni. È ben comprensibile che vi siano approfondimenti specifici sui rapporti tra l’uno e l’altro e più in generale sulle condizioni attuali del centro-destra. Ma non si tratta soltanto di fatti personali, perché è opportuno rilevare soprattutto alcuni aspetti per così dire di struttura politico-costituzionale che risultano essere stati evidenti in questa vicenda della manovra finanziaria più che in altri episodi degli ultimi tempi. Si tratta infatti dell’Italia in quanto tale, del contesto europeistico nel quale essa è inserita e di quello più largo della globalizzazione non solo atlantica. Si è infatti da gran tempo affermato che nel processo di costruzione dell’unità europea si sono andate progressivamente sbiadendo alcuni specifici aspetti della sovranità nazionale italiana senza che si sia purtuttavia giunti ad una vera e propria sovranità politica e democratica europea. Siamo in qualche modo in una fase storica di passaggio dalle vecchie sovranità degli stati nazione dell’Ottocento al nuovo contesto europeo che non è ancora confederale, pur avendo assistito alla nascita di una moneta unica – l’euro – che definisce quella strana figura istituzionale chiamata l’«eurozona». In questa situazione l’Italia è da una parte un vecchio Stato nazione e dall’altra un partner essenziale dell’eurozona: dal primo punto di vista pertanto conta soprattutto il rapporto tra popolo e governo, rapporto tipico degli stati nazione dell’Ottocento, e dall’altro punto di vista occorre valutare che non vi è un rapporto tra popolo europeo ed euro, ma un complicatissimo rapporto tra l’eurozona, i mercati finanziari e i governi nazionali.

In questo contesto è come se l’Italia fosse contemporaneamente sovrana per un verso e commissariata per altro verso: questo sembra il punto nodale del rapporto tra il presidente del consiglio che vive una stagione di sovranità nazionale e il ministro del tesoro del governo italiano che vive invece la stagione del commissariamento dell’Italia da parte dell’Europa. Dal punto di vista della sovranità nazionale è di tutta evidenza che risulta essenziale il rapporto fra il popolo italiano e il suo governo, presidente del Consiglio dei ministri innanzitutto; dal punto di vista del commissariamento da parte dell’eurozona occorre capire invece che sono estremamente ridotti i margini per una decisione finanziaria autenticamente nazionale. In termini di cultura istituzionale e politica questa situazione pone ulteriormente in evidenza l’insufficienza dell’affermazione ripetutamente svolta in virtù della quale l’Italia si troverebbe già in una sorta di democrazia elettorale, nella quale il rapporto diretto tra il popolo e il capo del governo nazionale costituisce legittimazione non solo democraticamente necessaria ma anche sufficiente a governare l’Italia anche nell’attuale situazione storica. Questa affermazione non è invece da condividere quanto meno per quel che concerne la legittimazione europea a governare, come la recentissima vicenda della manovra finanziaria del ventiquattro miliardi di euro dimostra.

Abbiamo infatti appreso che non si tratta di una manovra decisa per autonoma valutazione economico-finanziaria nazionale, ma di una manovra in qualche modo “imposta” dall’Europa, per tale intendendosi quanto meno l’eurozona. Manovra finanziaria dunque imposta all’Italia dal contesto europeo che ha deciso – questa volta in termini molto significativi – il se ed il quanto della manovra medesima. Ma non anche il come. Questo è il punto nel quale entrano in gioco i diversi modi di intendere da un lato la sovranità nazionale e dall’altro il contesto degli interessi economici fondamentali della nostra comunità nazionale. In breve si tratta di decidere ancora una volta quale è l’idea di Italia che si ha in mente: si tratta di un soggetto nazionale unitario, anche se destinato a sperimentare una articolazione federalistica, o si tratta di fatto di più entità territoriali che convivono in attesa di dividersi proprio a seconda del diverso modo di raccordarsi al contesto europeo? Si tratta in particolare di decidere se l’Italia subisce soltanto o condivide anche il come della manovra finanziaria che ad oggi sembra tutta orientata a comprimere lo stato sociale, che ha rappresentato per molti anni una specifica differenza di quella che chiamavamo l’Europa occidentale rispetto agli Stati Uniti d’America.

Chi ritiene che occorre un nuovo equilibrio tra economia sociale di mercato e mercato in quanto tale potrebbe essere portato a considerare doverosa la manovra finanziaria perché imposta dall’eurozona ma non anche a votarla per come è nelle sue conseguenze sull’economia sociale di mercato ecologicamente compatibile. La scelta che sembra imposta dai mercati globalizzati nel senso di una riduzione drastica del debito pubblico può essere considerata una scelta necessaria per consentire all’eurozona di affrontare i mercati finanziari mondiali in termini di maggiore affidabilità monetaria. Ma si tratterebbe in tal caso di una scelta nella quale le conseguenze della depressione economica dell’intera area dell’eurozona entrerebbero in rotta di collisione con le scelte dell’attuale governo statunitense di Barack Obama, orientate come sono ad operare più nel senso dello sviluppo largo dell’economia statunitense che non dei limiti rigorosi del disavanzo pubblico medesimo. Rigore economico finanziario da un lato e possibilità di sviluppo dall’altro sono pertanto due perni del problema che consegue alla partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europeo: si tratta di una grande questione di politica non solo finanziaria, sulla quale sono in gioco non solo i rapporti tra Berlusconi e Tremonti, ma più in generale i rapporti tra la cultura dell’economia sociale di mercato e la sudditanza supina agli orientamenti del mercato mondiale.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 29 maggio 2010.

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