D ‘Onofrio: ma l’onda lumbard si ferma alla Farnesina

L’innegabile successo elettorale ottenuto dalla Lega Nord nelle ultime competizioni regionali ha fatto in qualche modo esplodere un interesse sul fenomeno leghista, soprattutto da parte di quanti, per molto tempo, avevano sostanzialmente ignorato che si trattava di un fenomeno da prendere sul serio. Si tratta ora di capire se si è in presenza di una sorta di “infatuazione leghista” (si tratterebbe in questo caso di una moda, quindi destinata a finire come qualunque altra moda) o della necessità di porre alla Lega in quanto tale una vera e propria questione di fondo. Nell’Italia contemporanea, infatti, riscontriamo tre grandiosi fenomeni che si sono venuti determinando nel corso degli ultimi decenni: siamo in presenza di una nuova centralità economico-politica del Mediterraneo; prosegue, anche se con difficoltà, il processo di integrazione europea, caratterizzato dalla crescente centralizzazione di poteri economici e politici in capo alle istituzioni di Bruxelles; abbiamo preso coscienza del processo di globalizzazione in atto, caratterizzato dal fatto che si sta passando, anche se lentamente e in modo molto diseguale da parte a parte del globo, da una civiltà quasi esclusivamente industriale-manifatturiera, ad una civiltà nella quale il capitalismo finanziario sta assumendo un ruolo crescente. Nei confronti di tutti e tre questi grandi fenomeni si può infatti ritenere che la Lega rappresenti il vecchio: non si sente in alcun modo parlare da parte leghista della nuova centralità del Mediterraneo; per quel che concerne l’integrazione europea, si sono ascoltate numerose dichiarazioni leghiste contrarie a decisioni europee relative a problemi territoriali, o, al contrario, si è invocata una centralizzazione europea, ma a condizioni, per così dire, “leghiste”, come per esempio avviene in tema di immigrazione. Quanto alla globalizzazione, si può ricordare che le sole significative dichiarazioni in materia hanno fatto richiamo ad una sorta di terrore per la “invasione cinese”, illudendosi che una qualche forma di protezionismo ruvido potesse bastare per far sopravvivere a lungo il vecchio modo di produzione italiano, fondato sul basso costo del lavoro. Occorre pertanto sgomberare il terreno, culturale innanzitutto, da quella sorta di supponenza talvolta intellettualistica, tal’altra paleo-classista, che ha costituito a lungo l’asse culturale di fondo della mancata comprensione delle ragioni del successo elettorale leghista, per approdare finalmente ad diversa collocazione del fenomeno in questione. È pertanto da respingere qualunque ipotesi di “inciviltà” posta alla base del successo elettorale del Carroccio, così come è da porre in evidenza che non è sulla paura per il nuovo che può basarsi il governo dell’Italia di oggi.

Una questione di fondo va pertanto posta oggi alla Lega Nord quale soggetto vincitore delle ultime elezioni regionali: se si tratta di un successo elettorale ottenuto sulla base di una difesa arcigna del vecchio (Padania quale mitico territorio del nord; valori identitari prevalenti nella vecchia stagione agricola; chiusura a qualunque innovazione finanziaria del sistema produttivo, che non può più essere rinchiuso nel piccolo territorio d’origine) è di tutta evidenza che chiunque abbia a cuore non solo l’unità nazionale in quanto territorio italiano, ma anche il ruolo dell’Italia in quanto ta1e nel nuovo contesto mediterraneo, europeo e mondiale, dovrà guardare al fenomeno leghista con grande preoccupazione. È di tutta evidenza che la risposta a questa analisi riguarda, in modo diretto, chiunque si muova sull’arco delle riforme costituzionali, sia quelle concernenti il sistema di governo inteso in senso stretto, sia quelle concernenti il sistema produttivo italiano visto nel suo insieme.

Per quel che concerne le riforme costituzionali va innanzitutto considerato il tema di fondo dell’unità nazionale: dal federalismo fiscale al Senato federale, occorre capire in quale modo la Lega intenda combinare la tutela legittima degli interessi, anche territoriali, che essa rappresenta con la salvaguardia costituzionalmente doverosa dell’unità nazionale. La questione di fondo posta dall’Udc in riferimento al federalismo fiscale non ha fino ad ora avuto neanche un barlume di risposta da parte del governo: chi e come provvede al debito pubblico? Per quel che concerne il sistema di governo nazionale deve essere chiaro che anche in Paesi di antica tradizione federalistica vi è stato un accentramento unitario dei poteri di governo finanziario e politico, con una sostanziale riduzione degli originari poteri federali: la Lega intende far muovere l’Italia in questa direzione o no? Allorché si parla di presidenzialismo, o di semipresidenzialismo, cosa si intende con queste espressioni? Quello statunitense è un presidenzialismo che non ha il rapporto diretto tra popolo e presidente, perché non esiste un unico popolo degli Stati Uniti, ma una pluralità di popoli dei singoli Stati, sì che il federalismo costituisce un elemento fondativo dello stesso presidenzialismo statunitense.

Si sa, ad esempio, che negli Usa vi sono due senatori per ogni Stato; la maggioranza presidenziale è basata sul numero dei voti conseguiti Stato per Stato dai candidati alla presidenza; la Corte Suprema è chiamata ripetutamente a legittimare i poteri di intervento della Federazione nei confronti degli Stari membri fondati proprio sul principio costituzionale della sussidiarietà federale. Il semipresidenzialismo cosiddetto di modello francese è nato sull’onda di una grave crisi internazionale  che aveva investito allora la Francia e sulla base del prestigio personale di Charles De Gaulle.  Esso deve infatti convivere, qualche volta anche in modo faticoso, con la possibile coabitazione tra il presidente, eletto da una maggioranza, e il primo ministro raccordato al Parlamento, che è eletto a sua volta anche sulla base di una maggioranza politica diversa da quella del presidente della Repubblica.

In che modo la Lega Nord intende raccordare la sua proposta federalistica con il modello di governo nazionale, ben sapendo che in tutte le forme presidenziali o semipresidenziali sono proprio i poteri centralizzati di governo dell’intero sistema quelli che caratterizzano l’elezione diretta del presidente?

Per quel che concerne infine il rapporto tra magistratura e politica, l’equilibrio costituzionale vigente può certamente essere modificato, ma sembra che la Lega intenda introdurre l’elezione diretta di una parte almeno della magistratura: è una proposta seriamente articolata, o è solo una generica invocazione di qualche modello straniero del Settecento? Ancora una volta, dunque, la Lega Nord è chiamata a scelte che mettono tutte in questione il fatto che il suo successo elettorale è fino ad ora sostanzialmente dovuto alla difesa intransigente del vecchio rispetto al nuovo.

Se così stanno le cose, è ben comprensibile che l’espansione della Lega al di là degli originari confini lombardi sia aperta a due alternative: lombardizzare l’Italia tutta in chiave federale, quasi in alternativa al modello centralistico che il Piemonte scelse all’inizio dell’unità d’Italia, o separare la fantomatica “Padania” dal resto dell’Italia, secondo l’idea di tendere ad una sorta di Confederazione di Stati indipendenti di modello post-sovietico o svizzero. Ma nell’uno come nell’altro caso, finirebbe con il soffrirne, in modo forse drammatico, il ruolo potenzialmente odierno dell’Italia nel Mediterraneo, in Europa e nel mondo. Non occorre infine essere cattolici romani per cogliere che proprio su questa questione si deve registrare una durissima collisione tra Lega Nord e la Chiesa cattolica: se si guarda all’immigrazione nella logica identitaria piccole patrie impaurite per il nuovo, ci si colloca all’opposto dell’orizzonte mondiale della Chiesa cattolica che vede ovviamente in ogni emigrante innanzitutto una persona. Il cattolicesimo ha fatto e fa dell’eguaglianza delle persone una questione fondamentale anche per il diritto degli Stati, che possono doverosamente intervenire a stabilire regole sulla cittadinanza, ma mai a considerare l’immigrato un soggetto potenzialmente nemico. Mediterraneo, Europa e globalizzazione sono sfide da cogliere sempre e comunque in positivo da parte di chi fa della libertà il punto centrale della propria ispirazione politica, mentre sono da vedere come avversari o nemici da parte di chi si illude di poter fermare questi grandiosi processi culturali, prima ancora che politici: ogni processo va certamente disciplinato, ma occorre sapere se si vuole impedirne lo sviluppo o controllarne le potenzialità medesime.

Questa è la sfida di fronte alla quale si trova la Lega, ed è sulle risposte a questa sfida che si fonderanno in ultimo le decisioni che si dovranno prendere in sede economica ed in sede istituzionale.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Formiche – Anno VII n. 48 –  Maggio 2010










Lascia un commento