D’Onofrio: Indecisionismo di governo

Continua un poco dignitoso “balletto istituzionale” sulle Province: rimangono come sono; no: scompaiono le Province laddove vengono istituite le Città metropolitane; contrordine: sono soppresse le Province chiamate ad operare in tenitori con meno di 200mila abitanti; contrordine del contrordine: anche le mini-Province sono fatte salve.

Si tratta di un “balletto istituzionale” del tutto privo di dignità. In tutto questo dibattito sulle Province è mancata una adeguata comprensione dell’istituzione Provincia dalla sua nascita fino ad oggi. E, ancora di più, manca una qualunque adeguata riflessione sul rapporto, che si finirà con l’istituire in un contesto fino ad ora confusamente definito federalistico, e manca, del pari, una adeguata riflessione sul rapporto che si dovrà istituire tra i micro-Comuni e le Province medesime. 

I sostenitori del mantenimento delle Province per come esse sono si fondano soprattutto su una questione più psicologica che istituzionale: esiste una identità provinciale, che non può essere in alcun modo negata. Si tratta – in questo caso dell’uso strumentale di una questione psicologica vera: l’identità provinciale fa certamente parte di quel complesso concetto di identità territoriale, che riguarda sicuramente anche il più piccolo comune – soprattutto se si tratta del comune “natio”- e ormai, molto probabilmente, anche la dimensione regionale, senza che questa sia necessariamente destinata ad essere declinata nel nuovo nome di Padania.

Questa questione dell’identità è dunque una questione psicologicamente vera, ma istituzionalmente destinata a comporsi in un quadro istituzionale caratterizzato da molti secoli dalla identità comunale e, da qualche decennio, dalla nuova identità regionale. In mancanza di una adeguata riflessione istituzionale del rapporto delle amministrazioni provinciali con i comuni da un lato, e con le regioni dall’altro, saremmo pertanto, purtroppo, costretti ad assistere alla continuazione di questo indecente “balletto istituzionale”. Occorre infatti distinguere rigorosamente tra l’amministrazione provinciale eletta democraticamente, e l’articolazione periferica dello Stato. Lo Stato di tipo centralistico che è vissuto in Italia dall’Unità nazionale fino alla Costituzione repubblicana si è infatti articolato perifericamente, prevalentemente su base provinciale per quel che concerne i più rilevanti apparati ministeriali centrali. Man mano che dalla Costituzione repubblicana in poi si è andati procedendo nel senso del potenziamento delle funzioni proprie delle Regioni, gli apparati periferici dello Stato si sono progressivamente ristretti fino a scomparire del tutto. Questo processo sta vivendo una accelerazione particolarmente significativa a partire dalle radicali modifiche apportate al cosiddetto Titolo V della Costituzione tra il 2000 e il 2001: potenziamento delle Regioni da un lato, e nuovo sistema elettorale per i Comuni dall’altro hanno finito con il collocare le Province in una sorta di terra di nessuno, ben al di là delle questioni di “identità provinciale”.

Vi sono ormai tutte le condizioni per collocare la questione istituzionale delle Province in un contesto di profonda trasformazione istituzionale complessiva dell’intero sistema delle autonomie locali, passando da questo poco dignitoso “balletto istituzionale” ad una ben più corposa “ballata istituzionale”. Non ha molto senso infatti continuare a discutere della popolazione di ciascuna Provincia, facendo derivare la sopravvivenza o meno della Provincia medesima dalla entità della popolazione amministrata; non ha molto senso limitare la soppressione delle Province nelle Città metropolitane che sono ancora da costruire; non ha senso discutere delle Province a prescindere dall’articolazione periferica dello Stato; non si può ignorare che l’attuale articolazione provinciale elettiva coesiste con analoghe articolazioni provinciali delle più importanti organizzazioni sociali. Non si tratta, dunque, di una questione esclusivamente economica, come pur si è cercato di voler far credere nella Manovra all’esame del Parlamento. Si tratta, anche in questo caso, del porre seriamente a confronto culture istituzionali complessive da un lato e dall’altro tradizionali tentazioni conservatrici di questo o quel partito, più interessato a salvaguardare il proprio potere su base provinciale che non al benessere complessivo della Repubblica, soprattutto se questa è destinata a diventare una Repubblica “federale”. È pertanto da auspicare che nel corso dell’esame parlamentare della Manovra si possa – almeno da questo punto di vista passare dal balletto alla ballata.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 12 giugno 2010.

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