D’Onofrio: Pomigliano nell’era della globalizzazione

Se vogliamo salvare una dimensione di socialità nell’attuale globalizzazione, dobbiamo metterci alla testa di un processo (globale) di elevazione dei diritti fondamentali del lavoro ovunque avvenga la produzione.

All’inizio della prossima settimana si svolgerà a Pomigliano un referendum sulla proposta complessiva che la Fiat ha avanzato, subordinando la possibilità di dar vita a notevoli investimenti automobilistici a Pomigliano stessa in alternativa alla ubicazione degli investimenti medesimi in Polonia. Il dibattito che si è sviluppato sino ad ora ha registrato prevalentemente interventi di esponenti sindacali italiani schierati sui due fronti opposti.

Non si tratta di affrontare una disamina strettamente lavoristica dell’intera vicenda, quanto della opportunità di cercare di collocare la vicenda medesima nel contesto, anche se ancora molto acerbo, del processo della globalizzazione in atto. Occorre innanzitutto rilevare che il punto di approdo del regime complessivo del lavoro dipendente privato in Italia non ha mai tenuto conto fino in fondo le conseguenze che il processo di costruzione europea – iniziato anche su iniziativa italiana sul finire degli anni Cinquanta – avrebbe finito con l’avere anche sul regime italiano del lavoro: la Costituzione italiana, infatti, aveva rappresentato un punto di equilibrio molto significativo tra culture politiche – quella cattolica e quelle socialiste in particolare – che avevano un riguardo particolare per il lavoro dipendente privato, e non anche per l’impresa, soprattutto se di grandi dimensioni.

Il processo di integrazione europea avveniva infatti sulla base di un principio fondamentale di libertà, laddove la Costituzione italiana era basata soprattutto sul principio fondamentale di socialità. Ciò non sorprende se si ha in considerazione il fatto che l’Assemblea costituente italiana vedeva operare in essa partiti politici e culture istituzionali che si rifacevano a tutte e quattro le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, Unione Sovietica ovviamente allora compresa. L’integrazione europea costituiva pertanto un processo destinato ad entrare in collisione con le scelte fondamentali che la Costituzione italiana aveva compiuto proprio in riferimento ai rapporti tra socialità e libertà.

Non sorprende pertanto che durante i decenni succeduti alla Costituzione italiana la spinta complessiva verso il debito pubblico risultava ragionevolmente tollerata, perché negli stessi anni le progressive svalutazioni della lira consentivano ad un tempo tutela crescente dei diritti operai e competitività della impresa italiana sui mercati. A partire dalla fine dell’Unione Sovietica (ed in particolare a partire dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989), l’internazionalismo operaio di matrice italiana finiva con l’essere privo di un punto di riferimento tendenzialmente mondiale, sì che la svalutazione della lira finiva con l’assicurare la tollerabilità imprenditoriale persino dell’affermazione -astrattamente inaccettabile – secondo la quale il salario è «una variabile indipendente». Con il Trattato di Maastricht del 1991, e soprattutto con la nascita dell’euro e con la successiva nascita della Banca centrale europea, sarebbe dovuto risultare chiaro che stavano progressivamente modificandosi le condizioni internazionali ed italiane, che avevano dato vita ad una affermazione particolarmente rigorosa della economia sociale di mercato, intesa quale specificità non solo europea da contrapporre ad esperimenti sociali di altra natura presenti in tante parti del mondo.

Con l’avvento dell’euro e soprattutto della Bce, siamo entrati in una stagione che è stata ripetutamente definita del tutto eccezionale: una moneta unica senza uno Stato unico. I lunghi anni delle svalutazioni competitive della lira erano terminati; l’internazionalismo proletario aveva cessato di funzionare quale fattore propulsivo di specifiche discipline del lavoro dipendente privato; l’emergere di nuove grandi potenze mondiali – quali la Cina, l’India e il Brasile – stava dando vita ad un modo nuovo di intendere la globalizzazione stessa: la fine degli Stati nazionali, tipicamente europei, si stava pian piano trasformando in una impellente domanda di innovazione tecnologica e di sacrifici economici. La crisi finanziaria innestata dall’eccesso di debito privato anglo-americano ha a sua volta finito con l’attribuire alla globalizzazione una dimensione sgradita e nuova allo stesso tempo: fino a che punto l’economia sociale di mercato che ha caratterizzato l’Europa occidentale durante gli anni della Guerra Fredda è compatibile in assoluto con questa stagione della globalizzazione? Fino a che punto l’economia sociale di mercato può restare una sorta di isola felice europea? Dobbiamo infatti essere pronti a considerare bene la situazione nella quale ci troviamo ad operare oggi: la questione dei diritti del lavoro e della impresa è sempre più una questione in ordine alla quale gli stati nazionali avranno sempre meno potere di decisione, al contrario di quel che è stato nel corso del Novecento. Se intendiamo salvaguardare una dimensione di socialità all’interno nuovo della globalizzazione in atto, possiamo farlo soltanto se abbandoniamo l’idea dell’isola felice europea e se ci poniamo alla testa di un processo a sua volta globale di elevazione dei diritti fondamentali del lavoro ovunque avvenga il processo di produzione. Soprattutto se si tratta di produzioni – come quella dell’auto – destinate a far parte in modo sempre più evidente della nuova divisione internazionale del lavoro. Queste sembrano le considerazioni necessarie per collocare la vicenda di Pomigliano in un contesto culturale e politico non angusto, come talvolta si è dovuto purtroppo constatare.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 19 giugno 2010

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