D’Onofrio: Il nodo del Pd, due nostalgie non fanno un cambiamento

Bisogna cercare un nuovo equilibrio tra passato e cambiamento: ciò vale per gli ex Dc non meno che per gli ex comunisti.

Il dibattito che si è aperto nel Partito democratico in conseguenza del modo con il quale Fabrizio Gifuni si è rivolto all’Assemblea di quel partito, con l’espressione: «Compagni e compagne», merita certamente anche una nostra riflessione culturale e politica ad un tempo, perché è in gioco la sorte stessa del Partito democratico in quanto tale e la strategia delle alleanze che esso intende perseguire alla luce dell’affermazione del suo segretario politico Pierluigi Bersani. Non si tratta infatti soltanto di una semplice affermazione lessicale, che come tale può non costituire oggetto di esame culturale, e ancor più di valutazione politica contemporanea da parte di chi non appartiene al Partito democratico; si tratta infatti di un punto dirimente della natura stessa dell’attuale Partito democratico, e quindi di un punto qualificante anche della strategia politica complessiva di quel partito.

Si tratta infatti di un vero e proprio nodo culturale e politico: se non si mettono a nudo le ragioni del consenso e del dissenso rispetto all’espressione di Gifuni, verrebbe proprio da dire in tal caso che due nostalgie non fanno un cambiamento. Occorre infatti innanzitutto chiedersi quale sia la nostalgia alla stregua della quale l’Assemblea del Partito democratico ha reagito calorosamente all’esordio di Gifuni: si è trattato di un richiamo delle radici del tutto italiane del vecchio Partito comunista italiano, o anche del suo antico paradigma culturale del progressismo, inteso quale evoluzione ineluttabile della storia contemporanea?

Occorre allo stesso tempo chiedersi per quale ragione esponenti non provenienti dal Partito comunista hanno reagito alla medesima espressione: si è trattato di una damnatio memoriae dell’intera storia del Partito comunista italiano – che sarebbe del tutto inaccettabile – o della ricerca ancora infruttuosa di un nuovo inizio, e quindi di un cambiamento necessario? Anche l’indirizzo che l’Unione di centro ha assunto per la costruzione di un nuovo partito, definito provvisoriamente Partito della Nazione, si trova infatti di fronte alla questione di fondo: come combinare nostalgia e cambiamento, ben sapendo che non si può vivere solo di nostalgia così come è da respingere la pretesa che il cambiamento è accettabile solo se è nuovista.

La questione culturale è proprio questa: quale è il paradigma alla stregua del quale si non venute costruendo nell’Italia della cosiddetta Prima Repubblica le espressioni “compagni e compagne”, “amici e amiche”, “camerati e camerate”. Non si tratta infatti di paradigmi identici per quel che concerne la loro origine ideale e culturale: la locuzione “compagni e compagne” ha rappresentato infatti anche la traduzione concreta di una immanentistica filosofia della storia, che vedeva nella realizzazione del socialismo il punto di arrivo della storia medesima, una volta che questa fosse ateisticamente scristianizzata; la locuzione “camerati e camerate” ha rappresentato a sua volta anche essa una forma di secolarizzazione scristianizzata, perché essa vedeva nello Stato l’incarnazione della divinità; la locuzione “amici e amiche” è vissuta a sua volta sia a simbolizzare la concreta esperienza del partito della Democrazia cristiana – che come tale è ovviamente storicamente caduca – sia a simbolizzare il primato della persona sulla classe e sullo Stato, perché la persona in quanto tale è una identità universale storicamente concreta, una realtà anche territoriale e non un’utopia, come tale irraggiungibile.

Il dibattito dunque riguarda tutti noi che in qualche modo veniamo da un passato lontano, ed intendiamo andare verso un futuro in qualche modo condivisibile: non vi è alcuna pretesa di sostituire “amici e amiche” alla locuzione “compagni e compagne”, perché anche in questo caso si finirebbe con il sostituire una nostalgia ad un’altra nostalgia. Si tratta infatti di cercare un nuovo equilibrio tra nostalgia e cambiamento: ciò vale per gli ex democristiani non meno che per gli ex comunisti; per gli ex socialisti non meno che per gli ex liberali.

In fondo dobbiamo essere tutti consapevoli che se vogliamo guardare al cambiamento anche alla luce delle nostre radici, dobbiamo saper combinare nostalgia e cambiamento. Se non operiamo in questo senso rischiamo di passare di un sol colpo dalla nostalgia, intesa esclusivamente quale passato, al cambiamento, inteso esclusivamente quale presente: in questo caso, vincerebbe necessariamente chi orgogliosamente afferma che le radici sono soltanto un intralcio perché quel che conta sono i voti degli elettori.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 23 giugno.

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