D’Onofrio: cosa cambia nel mondo, dal G7 al G20

I due vertici di Toronto hanno reso visibile anche plasticamente il passaggio dalla formula nota come G8 al nuovo formato, non ancora stabilizzato, del cosiddetto G20. È come se si fosse andata perdendo la memoria stessa dell’origine di questi cosiddetti vertici mondiali, che erano iniziati a metà degli anni Settanta con la formula, per molti anni utilizzata, del G7. È opportuno, proprio in questo momento di passaggio al G20, ricordare come era nato il G7, perché non si tratta soltanto di una sorta di nuovo equilibrio mondiale, ma di un molto più significativo passaggio da una logica politica – quella del G7 appunto – che poneva insieme modello politico democratico-occidentale e rilievo mondiale della capacità dei 7 Paesi – raggruppati appunto nel G7 – di essere protagonisti del Pil mondiale.

Si trattava infatti di una sorta di emersione dei più industrializzati Paesi dell’Occidente che si contrapponevano, in tempi di Guerra Fredda, proprio all’Unione Sovietica, che non faceva parte del G7 e probabilmente non aveva alcuna intenzione di farne parte. Durante i lunghi anni della Guerra Fredda, infatti, l’alternativa non era soltanto tra Paesi forti nel Pil e Paesi deboli nel Pil, ma tra modello democratico-occidentale da un lato, e modello sovietico dall’altro.
Questo bipolarismo (per usare un termine oggi di moda in Italia) non era infatti un bipolarismo fondato esclusivamente o prevalentemente sulle quantità di Pil nazionale, ma un bipolarismo di modello economico-politico: liberali in economia (almeno tendenzialmente) e democratici in politica istituzionale i Paesi riuniti nel G7, statalisti in economia ed autoritari in politica erano i Paesi che non facevano parte del G7, a cominciare dall’Unione Sovietica.
Con il crollo dell’Urss, intervenuto sulla fine degli anni Ottanta, la formula del G7 si trasforma in G8: non vi è più il modello statalista sovietico, inteso quale alternativa al modello tendenzialmente liberista in economia del G7, ma si considera la Russia, ormai depurata del progetto dell’Unione Sovietica, quale nuovo partner del G7 medesimo, che diviene appunto G8.

Nel corso di tutti gli anni Novanta, abbiamo infatti assistito alle riunioni del G8, senza che vi sia stata più la pretesa di contrapporre modello liberista in economia a modello sovietico in politica. È come se, nel corso degli anni Novanta, i principi tendenzialmente liberisti in economia, diventassero di per se stessi idonei a far mettere in qualche modo fra parentesi la scelta democratico-occidentale in politica.

Questo equilibrio è venuto via via a corrodersi nel corso dell’ultimo decennio: hanno cominciato ad emergere nuovi protagonisti del commercio mondiale quali la Cina, l’India e il Brasile. La Russia, a sua volta, ha finito da un lato con l’aggiungersi al vecchio Occidente con il passaggio dal G7 al G8, e dall’altro al nuovo equilibrio mondiale con una partecipazione crescente al commercio mondiale medesimo, grazie soprattutto al petrolio e al gas. La caratterizzazione anche e soprattutto politica dell’originario G7 veniva progressivamente sbiadita per quel che concerne il modello democratico-istituzionale, che, invece, era stato posto all’origine del G7 in tempo di Guerra Fredda. Si è infatti assistito ad una sorta di slittamento progressivo dei Paesi con forte Pil nazionale verso il mondo del Wto: la Cina è già entrata a far parte di esso, mentre la Russia sta ancora attendendo. In questo contesto avviene il declino probabilmente definitivo del G8 e l’avvio di una nuova stagione di equilibrio mondiale, certamente basato sul nuovo perno Usa-Cina, che non esclude altri grandi soggetti capaci di concorrere ad un tempo al commercio internazionale e al Pil mondiale.
Con l’avvento di Barack Obama alla Presidenza degli Stati Uniti, si sta infatti affermando una sorta di nuovo multipolarismo economico-istituzionale, che vede in questo senso nella globalizzazione in atto il perno di una nuova geopolitica , nella quale gli Stati Uniti sono comunque centrali ma non pretendono più di essere anche il perno di un’alternativa politica generale in nome della democrazia politico-istituzionale dell’Occidente. Vedremo come finirà la vicenda dell’Iran. Questa nuova stagione internazionale sta ponendo a tutta l’originaria parte occidentale dell’Europa una questione di fondo: se l’Europa vuoi concorrere in modo significativo al Pil mondiale deve procedere verso un deciso superamento delle divergenze nazionali; se essa vuole conservare anche una propria specificità nella ideazione e nella gestione delle proprie politiche sociali, deve fare i conti con il rapporto tra debito pubblico di ciascun Paese e debito privato complessivo dell’intera area europea.

Questo appare sempre più il bivio di fronte al quale si trova il progetto di costruzione dell’Unità europea: non sembra che l’Europa tutta abbia ormai deciso quale sia la strada da imboccare.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 3 luglio 2010

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