D’Onofrio: la democrazia tra partiti ed elettori

Come scongiurare l’assolutismo partitocratico da una parte e l’assolutismo elettorale dall’altra.

Nel corso degli ultimi tempi si è sviluppato un dibattito molto interessante sul concetto stesso di “corrente di partito”, sia per affermarne una qualche indispensabilità, sia per negarne ancora una volta quasi lo stesso diritto ad esistere. Si tratta di un dibattito centrale per l’idea stessa di democrazia che si intende condividere e promuovere.
Da almeno due secoli a questa parte in Europa, infatti, il dibattito sul partito politico, sulle sue eventuali correnti, sul rapporto dei partiti medesimi con il Parlamento e con il Governo, si è andato sviluppando comunque in riferimento a due questioni almeno: identità ideale e radicamento territoriale e/o sociale. Nel corso degli ultimi secoli abbiamo infatti assistito al progressivo emergere di partiti politici radicati socialmente, nel senso delle classi sociali di riferimento: si tratta – come tutti sappiamo – della vicenda in particolare concernente il partito socialista – comunque denominato nei diversi Stati nazionali europei.

Nello stesso arco di tempo, e con una accentuazione negli ultimi decenni, si è invece andata diffondendo l’opinione che il raccordo fondamentale del Governo dovesse essere ricercato negli elettori e non più in quei partiti politici che avessero deciso di formare una maggioranza parlamentare, capace di sostenere un governo. Vi è stato di conseguenza un continuo affermarsi della essenzialità dei partiti politici – sia territorialmente sia socialmente caratterizzati – perché si potesse parlare di una democrazia pluralistica; vi è stato, al contrario, chi ha ritenuto che la democrazia imponesse un fondamento elettoralistico dei governi, quasi a ritenere marginali o addirittura irrilevanti i partiti politici medesimi e, di conseguenza, i parlamenti nei quali questi si fossero sostanzialmente insediati. Non si tratta della contrapposizione tra sistema parlamentare da un lato e sistema presidenziale dall’altro, come pure si è affermato qualche volta a dispetto del fatto che in nessuna democrazia vigente vi sono sistemi integralmente parlamentari o integralmente presidenziali. Si tratta infatti di una ben più profonda bipartizione: partiti politici da un lato, ed elettori dall’altro.

Coloro che ritengono l’essenzialità dei partiti politici perché si possa parlare di una esperienza democratica e pluralistica, sono normalmente portati a ritenere del tutto compatibile la presenza di correnti organizzate all’interno dai diversi partiti politici; laddove coloro che ritengono essenziale il radicamento elettorale del governo, tendono a ritenere illegittima in sé l’idea stessa di corrente. In questo caso, infatti, non si potrebbe neanche immaginare una organizzazione correntizia degli elettori. Sia i sostenitori della essenzialità dei partiti politici per l’idea stessa di democrazia politica, sia i sostenitori della trasformazione della democrazia in senso elettorale sono esposti al rischio che entrambe queste idee della democrazia portano con sé: i primi devono constatare che il fondamento stesso della democrazia di partito rischia di dar vita ad una vera e propria partitocrazia, tendenzialmente quindi verso una sorta di assolutismo partitocratico; i secondi devono a loro volta rilevare che l’affermazione del primato degli elettori nella formazione del governo tende ad escludere condizionamenti per il governo stesso diversi dal voto elettorale, con una conseguente caduta assolutistica della democrazia elettorale medesima. Il rischio assolutistico è pertanto presente sia nella ipotesi della essenzialità dei partiti sia nella ipotesi della essenzialità degli elettori. Coloro che sostengono la necessità di un equilibrio costituzionale e politico devono pertanto rilevare la necessità di condizionamenti o territoriali o sociali tali da poter parlare seriamente di un modello democratico a base partitica e pluralistico allo stesso tempo. Analogo discorso deve essere fatto per coloro che affermano il sostanziale passaggio del potere costituzionale di decisione dai partiti agli elettori.

Se si vuole operare nel senso di contrastare il rischio assolutistico insito nell’affermazione stessa di una democrazia elettorale, occorre combinare pertanto il primato degli elettori nella formazione del governo con l’esistenza di limiti costituzionali al potere medesimo del governo, che non hanno nel voto elettorale la propria legittimazione democratica. L’alternativa dunque di fronte alla quale anche oggi si trovano i sistemi politici, che pretendono di essere democratici e pluralisti allo stesso tempo, è quella che concerne la legittimazione a condizionare l’esercizio della funzione di governo. È in questo contesto che va inquadrato anche il tema delle correnti: del tutto accettabili le correnti medesime se nascono per integrare la funzione stessa dei partiti politici, o per limitare sostanzialmente la tentazione assolutistica alla quale è sempre esposta l’affermazione della essenzialità degli elettori per la democraticità stessa del governo.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 10 luglio 2010.

2010071031351.pdf








Lascia un commento