Dichiarazione di voto sulla manovra economica del sen. Gianpiero D’Alia

Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa è la trentacinquesima volta in due anni che l’Esecutivo pone la questione di fiducia, costringendo ancora una volta il Parlamento a subire una scelta senza poterla neanche discutere. Non è un atto di coraggio, come dice il Presidente del Consiglio, né un atto di forza. La fiducia è solo l’ennesimo atto di debolezza per tirare a campare, nascondendo i dissidi interni; è figlia della soggezione politica, anzi della schiavitù, a una piccola parte del Paese. Per essere chiari fino in fondo: quella che votate oggi non è la fiducia al Governo ma un atto di sottomissione al padrone del Governo, che porta il nome di Lega Nord per l’indipendenza della Padania.

Da subito ci siamo resi disponibili a collaborare nell’interesse del Paese, perché la crisi economica internazionale, unita alla sottovalutazione degli scenari negativi della nostra contabilità pubblica, impone una rapida quanto efficace inversione di rotta nella gestione del bilancio dello Stato. Da opposizione responsabile e non disfattista quale siamo, vi abbiamo chiesto di scrivere insieme in Parlamento un provvedimento efficace per risanare in profondità l’economia italiana, convinti come siamo che l’Italia ha bisogno di riforme a cominciare dal sostanziale miglioramento della qualità della spesa pubblica, presupposto indispensabile per la crescita.

 

Purtroppo, avete dimostrato di non avere né il coraggio né l’umiltà necessari per affrontare l’emergenza economica. Siete prigionieri della vostra ostinata presunzione d’infallibilità e di autosufficienza.

 

Questa vostra spocchia vi fa scadere nell’autolesionismo, rinviando decisioni che sono indispensabili per mettere in sicurezza il Paese dalla crisi irrobustendolo con riforme strutturali di medio e di lungo periodo.

 

La crisi poteva rappresentare un’occasione per rinsaldare l’interesse nazionale, migliorando al contempo la qualità della nostra vita politica ed istituzionale. State invece approvando un provvedimento che, seppur in linea con le indicazioni europee, rinvia a tempo indeterminato quei necessari aggiustamenti strutturali di entrata e di spesa che ci rendono più forti e competitivi.

In altri termini, siete riusciti a trasformare una manovra economica oggettivamente inevitabile in un provvedimento di corto respiro, la cui idoneità ad incidere strutturalmente sui conti pubblici non è certa e che, peraltro, non offre alcuno stimolo concreto sul fronte della domanda.

Eppure la condizione del Paese è nota: nel biennio 2008-2009 il PIL è sceso di 6,5 punti, cioè quasi metà della crescita che si era avuta nei dieci anni precedenti. Il reddito reale delle famiglie si è ridotto del 3,4 per cento; i loro consumi del 2,5 per cento. Le esportazioni sono cadute del 22 per cento. Le imprese hanno ridotto i loro investimenti del 16 per cento e l’incidenza della Cassa integrazione guadagni sulle ore lavorate nell’industria è salita al 12 per cento alla fine del 2009. L’occupazione è diminuita dell’1,4 per cento ed il numero di ore lavorate del 3,7 per cento.

Tra il 1994 ed il 2007 il rapporto tra debito pubblico e PIL era diminuito di 18 punti percentuali. Nel biennio di recessione 2008-2009 il rapporto è cresciuto di ben 12 punti percentuali, collocandosi al 115,8 per cento.

L’esplosione della crisi greca, poi, ha operato come la benzina sul fuoco.

A fronte di questa situazione di disagio crescente, la domanda che ci poniamo e che vi poniamo è se questa manovra è risolutiva dei problemi o se, viceversa, si colloca nel solco della continuità con i precedenti provvedimenti del Governo i quali, piuttosto che affrontare la crisi, si sono limitati ad esorcizzarla.

Bisogna riconoscere che questa manovra ha dimensioni rilevanti perché opera una correzione dei conti di circa 25 miliardi di euro in tre anni, con molteplici interventi, sia sul versante della spesa, che sul versante delle entrate.

Non abbiamo difficoltà a giudicare positivamente le disposizioni che combattono l’evasione fiscale. La prima vera novità della manovra, infatti, è proprio questa. Il Governo ha cambiato rotta, abbandonando definitivamente il populismo dell’insofferenza fiscale che vede lo Stato come un inutile succhiatore di sangue dei contribuenti. Tuttavia, non è certo che le norme antievasione contenute nella manovra siano idonee a garantire, nel breve periodo, l’effettivo conseguimento dei risultati previsti e contabilizzati sul versante delle maggiori entrate per lo Stato.

Sul versante della spesa, la manovra incide massicciamente sul pubblico impiego. Gran parte delle misure adottate ha però un’efficacia di breve periodo, sicché il pericolo che corriamo è che, scaduti i tre anni di validità del blocco degli aumenti contrattuali, si assista ad una rinnovata crescita della spesa che pregiudichi i risultati conseguiti nel breve periodo.

Lasciamo stare i danni in alcuni settori strategici, come la scuola, per non parlare delle forze dell’ordine e dell’intero comparto sicurezza completamente saccheggiato dalla manovra.

Al comparto sicurezza sono sottratte anche quelle somme che in passato gli erano state riconosciute per la sua specificità e per il rinnovo del contratto di lavoro, con l’aggiunta della beffa delle promozioni senza aumento della retribuzione, che inaugurano anche in questo specifico settore della pubblica amministrazione la giungla retributiva, con personale che a parità di grado percepisce stipendi diversi.

Però i soldi per rifinanziare le coreografiche pattuglie miste di militari e forze di polizia li avete trovati, e vi siete inventati un non meglio precisato fondo perequativo per il personale del comparto, che non ha alcun senso se non quello di elargire qualche mancia senza criterio.

Come tutto ciò potrà incidere negativamente sul morale e sulla produttività degli operatori della sicurezza è facile prevederlo.

La politica dei tagli lineari nei Ministeri, poi, senza alcuna verifica delle concrete sacche di inefficienza e di spreco settore per settore, rischia di produrre, allo scadere dei tre anni di vigenza della manovra, effetti di rimbalzo della spesa fortemente pregiudizievoli delle correzioni previste.

Giudichiamo positive quelle disposizioni che innalzano l’età pensionabile, perché vanno tutte nella giusta direzione del riequilibrio strutturale dei conti pubblici previdenziali, compresi i refusi.

A tale riequilibrio non corrisponde però una politica di sostegno ai giovani. La crisi economica ha aggravato le loro condizioni di precarietà nel mercato del lavoro.

Secondo la Banca d’Italia, nella fascia di età tra i 20 e i 34 anni la disoccupazione ha raggiunto mediamente il 13 per cento nel 2009. A fronte dì questa condizione permanente di svantaggio non vi è alcuna politica governativa che inverta la rotta anche attraverso il ricorso ad incentivi fiscali e contributivi all’occupazione giovanile.

Eppure noi di proposte in tal senso ve ne abbiamo fatte tante durante la discussione parlamentare della manovra. Non ne avete voluta prendere alcuna in seria considerazione e avete sprecato quel poco di disponibilità economica residua in mance e mancette clientelari.

Come definire, ad esempio, i soldi sprecati per la mininaia, che invece potevano finanziare parte degli incentivi alle imprese che assumono giovani fino ai 30 anni. Questo Governo non ha una politica per i giovani e neanche un Ministro che sia messo nelle condizioni dì occuparsene seriamente.

La manovra continua ad ignorare la famiglia, soprattutto quella monoreddito e con più figli a carico, che esce ancora più povera dalla correzione dei conti pubblici.

La manovra inoltre non colpisce quanti speculano sui risparmi delle famiglie italiane.

La vicenda delle quote latte poi è una vergogna che offende gli agricoltori onesti del Nord e del Sud del Paese che stanno sul mercato in condizioni difficilissime.

Questa manovra è piena di marchette padane intollerabili e vergognose, a partire dalla mancata soppressione delle province e dalla mancata fusione dei piccoli comuni.

Questa manovra chiude definitivamente e in senso assolutamente negativo la questione meridionale. Il Mezzogiorno non esiste più per il Governo. Lo dimostra l’inutilità delle zone a burocrazia zero e della finta fiscalità di vantaggio.

Come possono le regioni del Sud ridurre l’IRAP se il Governo con questa manovra taglia loro drasticamente i trasferimenti? Quali nuovi investimenti possono essere incentivati quando giustamente le regioni meridionali devono velocemente rientrare dalla sovraesposizione finanziaria per i debiti accumulati soprattutto nel settore della sanità?

La manovra maschera l’ennesima operazione in danno del Mezzogiorno, che riguarda la sottrazione dei Fondi comunitari. Non basta la reprimenda del ministro Tremonti a coprire quest’operazione perché anche se è vero che la capacità di spesa delle Regioni è pessima lo è pure, d’altro canto, quella dello Stato.

Cialtrone non è solo chi non spende le risorse stanziate per il suo territorio, ma anche chi non esercita i poteri sostitutivi previsti dall’ articolo 120 della Costituzione garantendo la piena attuazione delle politiche europee di sviluppo e coesione sociale, sopratutto quando lo fa dolosamente al solo scopo di sottrarre quelle risorse ai territori più disagiati per destinarle ad altri scopi, come è avvenuto in questi due anni in maniera sistematica ed arbitraria.

 

Questa manovra fa pagare il conto più salato a regioni ed enti locali con i tagli operati direttamente sulle funzioni amministrative che esercitano per conto dello Stato. La conseguenza inevitabile è la contrazione dei servizi in favore dei cittadini e delle imprese e l’aumento della pressione fiscale locale.

È una manovra con cui lo Stato formalmente non mette le mani nelle tasche dei cittadini o le mette poco, ma le fa mettere a regioni ed enti locali facendo aumentare la pressione fiscale.

Il taglio alle regioni non è l’anticipo del federalismo fiscale, ma la sua pietra tombale perché tenta di porre un freno alla crescita incontrollata della spesa pubblica locale causata dal folle federalismo istituzionale introdotto con la riforma costituzionale del 2001.

E mentre il Paese chiede di essere governato con efficienza la maggioranza continua ad avvitarsi in dispute interne e faide di potere, senza capire che è arrivata l’ora di fare un’ampia operazione verità che porti a riforme strutturali e durature nell’interesse del Paese.

Ci dispiace ma non possiamo votare questo provvedimento perché è iniquo ed inadeguato rispetto ai gravi problemi del nostro debito pubblico. Il conto più salato lo pagano sempre le famiglie, le nostre forze dell’ordine ed i cittadini più bisognosi.

Noi non possiamo accettarlo.

 

D’ALIA – DICHIARAZIONE DI VOTO MANOVRA.pdf








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