D’Onofrio: il Governo tra gli elettori ed il Parlamento

La questione di fondo che il dibattito politico sta affrontando in questi giorni, soprattutto sull’onda della proposta originaria di Pier Ferdinando Casini, concerne proprio la possibilità stessa che si dia vita ad un governo diverso dal governo “legittimato” dal voto elettorale. Vi è infatti chi afferma che solo il voto popolare legittima all’esercizio della funzione di Governo dell’Italia, sulla base del programma che si afferma essere stato posto a fondamento del voto popolare medesimo. Questa opinione, fortemente sostenuta all’interno del Pdl, trova consensi per ragioni molto diverse tra di loro anche in esponenti della Lega Nord, dell’Italia dei valori, e del Partito democratico. In qualche modo si può ritenere che si tratti di un’opinione largamente maggioritaria, almeno allo stato degli atti.

La stessa legge elettorale vigente finisce con il fornire a questa opinione una qualche veste di legalità, in quanto essa attribuisce un pur significativo premio di maggioranza alla Camera dei deputati, al partito o alla coalizione che sia risultata comunque vincente nella competizione elettorale, ponendo come sola pregiudiziale la previsione che si sia ottenuto almeno il quattro per cento dei voti su base nazionale. Si tratta dunque di una questione di fondo che concerne contemporaneamente l’ordinamento costituzionale quale esso è ancora oggi (sistema parlamentare fondato su partiti politici); la legislazione elettorale vigente per l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica; l’opinione espressa da esponenti dei diversi soggetti politici che si sono presentati alle elezioni, facendo parte o meno di coalizioni di governo.

L’Unione di centro – che si è presentata alle elezioni da sola – si è scontrata anche elettoralmente con la pretesa di Pdl e Pd che invocavano allora il cosiddetto “voto utile”, ed ha conseguenzialmente proposto la possibilità politica della formazione di un governo di “responsabilità nazionale”, diverso dal governo dell’alleanza Pdl-Lega, che è risultata vincitrice alle ultime elezioni politiche, quelle del 14 aprile 2008. Si tratta nella sostanza dell’affermazione di principio in virtù della quale il soggetto partito politico riconosce evidentemente il valore costituzionale e politico del risultato elettorale, ma non attribuisce soltanto ad esso la legittimazione anche costituzionale del governo che si fonda sul voto degli elettori.

Questa opinione è rigorosamente in linea con il sistema costituzionale vigente, che vede nel voto elettorale una fonte necessaria per il rapporto di fiducia che lega Parlamento e Governo, ma non anche la fonte esclusiva della legittimità a governare. Questa affermazione stabilisce pertanto una sostanziale continuità costituzionale nel passaggio dalla cosiddetta Prima Repubblica alla cosiddetta Seconda Repubblica: fin quando rimarrà vigente il sistema costituzionale di governo, disciplinato dalla Costituzione medesima, l’affermazione in base alla quale solo il voto elettorale legittima all’esercizio della funzione di governo, rimane necessariamente ancorata al mondo delle opinioni certamente legittime, ma non anche al mondo del diritto costituzionale. Se pertanto ci si chiede se si possa dar vita ad un governo diverso da quello che si è formato sulla base del voto elettorale, la risposta – almeno dal punto di vista della teoria costituzionale – dovrà essere necessariamente positiva. Altro evidentemente è il problema del quale possa essere il motivo della formazione di un siffatto governo: la transizione istituzionale; la trasformazione dello Stato; la congiuntura economica straordinaria; lo stadio del processo di integrazione europea, o altro ancora.
Si possono pertanto ritrovare tutte le opzioni che in questi ultimi tempi sono state indicate: responsabilità nazionale; unità nazionale; larghe intese; transizione e altre ancora: sul se di un governo diverso da quello legittimato dal voto popolare, non sembra pertanto che possano esservi dubbi di ordine costituzionale; sul perché e sul come il dibattito politico è ovviamente aperto ad ogni ipotesi che risulti capace di coagulare il necessario sostegno parlamentare. Soltanto se manca il consenso parlamentare necessario per la formazione di un nuovo governo, il ricorso a nuove elezioni sarà la conseguenza istituzionalmente conseguente allo scioglimento delle Camere.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 17 luglio 2010.

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