D’Onofrio: la manovra tra rigore e sviluppo

II dibattito pubblico sulla manovra finanziaria da 24.9 miliardi di euro, che sta per essere votata definitivamente votata alla Camera dei deputati, sembra impostato quasi esclusivamente sull’alternativa “Europa sì – Europa no”. Sembra in particolare che l’Italia sia stata in qualche modo”costretta dall’Europa” ad adottare una manovra finanziaria di questa entità, tendente ufficialmente alla riduzione del deficit di bilancio al di sotto del 3 per cento stabilito da Maastricht, perché in “Europa" si sarebbe appunto stabilito il principio della riduzione dei deficit di bilancio nazionali annuali per renderli compatibili entro due anni con il limite del 3 per cento stabilito appunto a Maastricht.

II dibattito pubblico sulla manovra finanziaria da 24.9 miliardi di euro, che sta per essere votata definitivamente votata alla Camera dei deputati, sembra impostato quasi esclusivamente sull’alternativa “Europa sì – Europa no”. Sembra in particolare che l’Italia sia stata in qualche modo “costretta dall’Europa” ad adottare una manovra finanziaria di questa entità, tendente ufficialmente alla riduzione del deficit di bilancio al di sotto del 3 per cento stabilito da Maastricht, perché in “Europa” si sarebbe appunto stabilito il principio – che si afferma essere universalmente accettato – della riduzione dei deficit di bilancio nazionali annuali per renderli compatibili entro due anni con il limite del 3 per cento stabilito appunto a Maastricht.
In questo dibattito si è pertanto avuta la sensazione di una sorta di “imperialismo europeo”, al quale la “colonia Italia” non si potrebbe sottrarre, sì che la conformità della manovra italiana alla presunta decisione europea sarebbe di conseguenza l’unico criterio politico alla stregua del quale discutere il “se” della manovra medesima, lasciando ad una sorta di pigmei sociali e territoriali la discussione del “come” della manovra medesima.

Non si tratta invece di una opinione universalmente condivisa, perché è sufficiente rilevare il notevole divario esistente da un lato tra gli Stati Uniti e i principali Paesi europei, proprio sull’orientamento complessivo da assumere nel rapporto tra rigore e sviluppo, e dall’altro la contrapposizione che proprio su questo punto si è dovuta registrare tra l’orientamento francese e quello tedesco. Si tratta pertanto di una questione di fondo in ordine alla quale non è mai risultato molto chiaro né il complessivo orientamento italiano in sede europea, né quali siano le ricadute interne all’Italia in riferimento alle scelte che la manovra tendente al rigore ha rispetto alla necessità di crescita e quindi di sviluppo dell’intera economia italiana e delle sue singoli parti, territoriali o economiche che siano.
Come hanno posto in evidenza numerosi commentatori, soprattutto della stampa internazionale specializzata sui grandi temi economici, si è trattato e si tratta di una scelta di fondo che non può essere soltanto vista in termini di neoliberisti o di neokeynesiani, perché all’origine di questa distinzione vi è una diversa valutazione sulle radici della crisi economica innestata soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna tra il 2007 e il 2008; una diversa valutazione sul rapporto tra un mercato mondiale tendenzialmente ispirato esclusivamente alla ricerca del profitto, e un mercato mondiale nel quale abbia legittimità di espressione quella che siamo soliti chiamare economia sociale di mercato; una diversa valutazione, infine, della rilevanza del debito nazionale a seconda della diversa incidenza che in esso ha il debito dei privati e delle imprese.

Si tratta – come si vede – di grandi questioni di ordine politico, prima ancora che economico, perché occorre orientarsi, in questo tempo della tendenziale globalizzazione economica (come anche Pomigliano insegna), tra fattori della produzione e nuova ripartizione internazionale del lavoro. Per quel che concerne la ricaduta interna della manovra in atto, è di tutta evidenza che si è di fronte ad una possibile collisione tra le esigenze dei risparmi immediati necessari per far fronte alle cosiddette richieste europee, e le potenzialità di sviluppo economico che le diverse parti del territorio hanno, come affermano i sostenitori del federalismo regionale (come dimostra in particolare lo scontro tra Formigoni e Tremonti).
Non sarebbe pertanto auspicabile che il voto finale che la Camera si accinge a dare alla manovra dei 24.9 miliardi di euro, venga dato con una sorta di sentimento di adempimento doveroso, perché… l’Europa lo chiede: non esiste una comune idea europea; non esiste una comune idea tra gli Stati Uniti e i maggiori Paesi europei; non è chiaro se l’Italia si stia comportando con un atteggiamento sostanzialmente supino o se si siano seriamente considerate le ricadute che la manovra ha sul piano dell’economia sociale di mercato e sulla stessa natura del federalismo verso il quale l’Italia sembra definitivamente orientata.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 24 luglio.

2010072431443.pdf








Lascia un commento