Intervento dell’On. Rocco Buttiglione sulla manovra economica

È opinione comune degli esperti che questa manovra sia sufficiente per ciò che riguarda la quantità ed inadeguata per ciò che riguarda la qualità. In altre parole i risparmi e le nuove entrate previste sono sufficienti per assicurare la stabilità e far fronte agli impegni europei ma la manovra ha un impatto negativo sullo sviluppo e la occupazione che può essere valutato intorno a uno 0,5% di crescita in meno. A partire da questo giudizio sarebbe stato possibile svolgere un serio dibattito in Parlamento per migliorare la manovra ed al fine di questo dibattito una opposizione responsabile avrebbe anche potuto astenersi o addirittura votare a favore. Una opposizione responsabile, infatti,  sa che la stabilità è condizione della crescita, sa che i sacrifici sono necessari e sa che il paese ha bisogno in questo momento di medicine amare. Una opposizione responsabile, quindi, non alimenta nella pubblica opinione l’idea  che sia possibile uscire dalle presenti difficoltà senza sacrifici.

Il governo ha però opportunamente posto la questione di fiducia e quindi ogni convergenza fra maggioranza ed opposizione è diventata impossibile. Come mai dico che il governo ha posto “opportunamente” la questione di fiducia?

In realtà il giudizio ultimo sulla manovra non è tecnico ma politico e se guardiamo al problema in una ottica politica più generale il giudizio sulla sufficienza quantitativa della manovra non regge.

G.W.F. Hegel ha scritto una volta che la quantità si converte ad un certo punto in qualità. Noi dobbiamo dire oggi invece che la qualità si converte in quantità. La cattiva qualità (politica) della manovra si converte in quantità, in insufficienza quantitativa.

La finalità prima della manovra è quella di rassicurare i mercati, di convincerli che l’Italia continuerà a pagare il suo (enorme) debito pubblico e che quindi vale la pena di continuare a comprare i titoli di questo debito pubblico rinnovandoli alle scadenze. Questo è il compito primario del ministro dell’economia ed io do atto al ministro Tremonti di avere assicurato una gestione impeccabile del debito pubblico. Qualunque critica gli si  voglia fare (ed in effetti il ministro merita molte critiche), questo merito gli va riconosciuto. Purtroppo nessuna gestione tecnica del debito pubblico, nessuna manovra quantitativamente adeguata è sufficiente a colmare il deficit di credibilità politica di un governo percepito come debole, diviso e quindi incapace di fare fronte ai propri impegni nel lungo periodo. Provate a guardare all’Italia con gli occhi di un grande investitore istituzionale straniero. Importanti membri del governo e della maggioranza appaiono coinvolti in preoccupanti vicende  giudiziarie di  corruzione e anche di camorra. Il ministero delle attività economiche è privo da mesi del suo titolare. Un altro ministro è stato nominato e congedato nell’arco di qualche settimana. Altre dimissioni importanti sono avvenute o vengono annunciate. Si annunciano altri procedimenti giudiziari che potrebbero avere un impatto devastante sugli equilibri politici.

Non basta. La maggioranza è lacerata da un violento conflitto che mette in forse l’esistenza stessa del partito del Popolo delle Libertà che ne costituisce la spina dorsale politica.  Il Capo del Governo lascia trapelare chiaramente la sua insoddisfazione per la manovra ed alimenta voci di un conflitto con il ministro della economia. Questo avviene probabilmente per cercare di evitare la impopolarità che inevitabilmente accompagna misure di austerità. Tuttavia gli investitori si domandano se il corso di risanamento economico che è iniziato verrà proseguito e se esiste la volontà politica di proseguire su questo cammino. La debolezza politica del governo rischia di diventare causa di insufficienza per una manovra che, altrimenti, verrebbe giudicata positivamente dai mercati.

 

Spesse volte, parlando della manovra, si dice che essa ci è imposta dall’Europa oppure anche che possiamo stare tranquilli perché l’Europa (cioè Ecofin, il consiglio dei ministri europei della economia) la ha approvata. Le cose in realtà non stanno così. Anche senza la pressione dell’Europa noi dovremmo egualmente mettere in ordine i nostri conti, e l’approvazione di Ecofin non sarà sufficiente a salvarci se i mercati avranno la percezione di una nostra debolezza. Se i risparmiatori non comprano i nostri titoli di debito pubblico lo Stato italiano fa fallimento. Senza andare ad ipotesi così estreme e (per fortuna) improbabili, se i mercati ci chiedono un punto di interessi in più per finanziare il nostro debito pubblico questo già annulla l’intera manovra finanziaria.  

 

La manovra e la sua debolezza politica vanno poi collocate nel quadro della complessiva situazione europea ed internazionale. È di fatto in corso la rinegoziazione del patto di stabilità. Alcuni tratti sono stati determinati già nel corso dell’ultimo Consiglio Europeo. Per un aspetto si tratta di tornare a Maastricht.  In genere si dice che il vincolo europeo ci obbliga a non avere un disavanzo di bilancio superiore al 3% e su questo presupposto si fonda anche la nostra manovra che dovrebbe portarci, nell’arco di due anni, ad un disavanzo del 2,7% , se tutto va secondo le previsioni. In realtà, però, il trattato di Maastricht dice una cosa diversa. L’obiettivo generale di finanza pubblica è il pareggio di bilancio. Un deficit del 3% è tollerato provvisoriamente  per fare politiche anticicliche in situazioni di crisi. Da esso bisogna però rientrare. Io non saprei dire se vi sarà o meno una altra manovra a breve. Quello che è sicuro, invece, è che l’obiettivo vero del risanamento di bilancio è il pareggio (deficit 0). Questo obiettivo, certo, non ha una scadenza di   due anni e può essere perseguito in un arco temporale più  ampio (ma non troppo, tre o quattro anni).  In ogni caso questa manovra di risanamento ci porta,  solo fino alla metà del cammino che sta davanti a noi.

L’osservanza della regola del pareggio di bilancio sarà richiesta con particolare intensità a quei paesi (l’Italia) che hanno un debito pubblico elevato. È vero che siamo riusciti ad ottenere che si valuti non solo il debito pubblico ma anche il debito privato (in Italia ridotto perché gli italiani sono ancora piuttosto una nazione di risparmiatori che di debitori) ma questo tempera solo un poco il rigore che ci verrà chiesto. Si comincia a parlare, anche, del fatto che non è possibile che rimangano nella medesima area monetaria paesi che hanno tendenze diverse di crescita di competitività. A monte di tutte le grandezze monetarie c’è infatti l’economia reale e la vera grande sconfitta dell’Europa è stata la incapacità di realizzare la cosiddetta agenda di Lisbona, che mirava a fare di quella europea la bonomia della conoscenza più sviluppata del mondo. È stato sbagliato il metodo. Il cosiddetto “coordinamento aperto” è insufficiente ed inadeguato. Abbiamo bisogno, se mai, di un “coordinamento chiuso” che fissi obiettivi vincolanti ed assegni sanzioni convincenti in caso di inadempimento, come avviene nel caso dell’euro.

Oggi l’Europa ha una moneta comune ma non ha una politica economica comune. Di conseguenza abbiamo ottenuto l’obiettivo della stabilità della moneta ma non quello della crescita della occupazione e dello sviluppo. Si è pensato di sostituire la politica economica comune con una serie di parametri fissi, ma questo non ha funzionato e non poteva funzionare. Anche nel trattato di Maastricht la attenzione si è concentrata soprattutto sugli “shock asimmetrici”, vale a dire sulle crisi che colpiscono uno solo dei paesi dell’eurogruppo e sui margini di manovra da concedergli per farvi fronte. È anche per questo che siamo stati così sorpresi quando è arrivato uno schock simmetrico, che ha colpito (pur se in misura diseguale) tutti i paesi dell’Unione. Adesso siamo tutti fuori dei parametri, costretti a muoverci, in un certo senso. “a naso”. La realtà è più forte dei trattati e ci ha costretti a mettere in un certo senso, sotto tutela tutte le economie del continente elaborando i primi passi di una politica economica comune. Su questo cammino noi dobbiamo adesso proseguire e dobbiamo fare sentire la voce dell’Italia nel dibattito su questi temi. Non basta infatti dire che serve una politica economica comune. Bisogna anche dire come deve essere fatta questa politica economica comune. La Germania,  che fino a ieri recalcitrava davanti alla  idea di una politica economica comune, adesso se ne va convincendo. Dobbiamo però dire con chiarezza ai nostri amici tedeschi che la nuova politica economica comune non può consistere in una semplice estensione del modello tedesco a tutta l’Europa. Il cosiddetto modello renano prevede una economia trainata da esportazioni ad alta tecnologia, rese possibili dalla eccellenza della università e della ricerca scientifica tedesche. In tal modo ci si pone al riparo della concorrenza dei paesi nuovi che dispongono di molta manodopera poco qualificata a basso prezzo e si drenano sui mercati mondiali le risorse necessarie a finanziare uno stato sociale generoso. Alcuni aspetti di questo modello possono e devono essere imitati da tutta l’Europa ed in particolare dall’Italia. Mi riferisco al necessario investimento in ricerca scientifica e formazione universitaria. Non è invece plausibile pensare che l’Europa abbia una economia trainata dalle esportazioni.  Oggi nel mondo la Cina vuole uno sviluppo trainato dalle esportazioni, il Giappone vuole uno sviluppo trainato dalle esportazioni, il Sud Est asiatico e l’India vogliono esportare…  Inevitabilmente ci si pone la domanda: se tutti vogliono vendere chi comprerà?  Fino a ieri compravano gli americani. Oggi gli Stati Uniti hanno cominciato a ridurre il loro mostruoso deficit commerciale. Il futuro modello economico europeo dovrà prevedere in modo equilibrato il traino delle esportazioni ma anche quello del mercato interno.

Il presente modello economico europeo è accentuatamente liberista. Deve esserlo necessariamente non tanto per una convinzione ideologica quanto perché gli Stati membri hanno perso la loro sovranità economica ma l’Unione non ne ha acquistata una sua propria. Gli Stati non si sono fidati abbastanza l’uno dell’altro e non hanno costruito le istituzioni della politica economica comune. Di qui il primato della stabilità sulla crescita. Occorre adesso stabilire in che modo si arriva a definire un deficit globale europeo, dimensionato in modo tale da svolgere la desiderata funzione anticiclica globale. In linea di principio tale deficit  può anche essere ripartito fra i diversi Stati membri. Sarebbe però cosa migliore affidarne la gestione ad una autorità europea autorizzata ad emettere titoli di debito pubblico europei (eurobonds). La Unione dovrebbe naturalmente ricevere le risorse finanziarie proprie necessarie per il servizio di tale debito. Nel corso della discussione in corso fra i governi su questi temi è affiorata una proposta interessante. Tutti stiamo pagando il costo della crisi e le leggi finanziarie che si fanno nei diversi paesi europei oggi distribuiscono sacrifici. Una categoria soltanto sembra esente dai sacrifici e questi sono gli speculatori che con i loro comportamenti hanno provocato la crisi o  almeno ne hanno profittato e ne hanno ampliato gli effetti. Una tassa di modestissimo importo sulle transazioni bancarie  non verrebbe praticamente percepita dalla clientela normale ma frenerebbe potentemente la speculazione che deve operare con enormi capitali presi a prestito a fronte di capitali propri molto ridotti. Essa  inoltre genererebbe una quantità considerevole di risorse. È stato  calcolato che una aliquota dello 0,01% potrebbe generare risorse per 38 miliardi di euro su base europea. Quanto basta  per finanziare un debito pubblico europeo di più o meno 600 miliardi di euro con i quali si potrebbe realizzare un necessario piano per l’occupazione e lo sviluppo, un “processo di Lisbona” finalmente dotato di mezzi adeguati. La idea (originariamente  del prof. Tobin) di recente è stata fatta propria dalla cancelliera Angela Merkel ed ha ottenuto il consenso del Consiglio Europeo. Per la verità sembra che la signora Merkel intenda destinare il ricavato della tassa non ad un progetto per l’occupazione, lo sviluppo e la competitività ma ad un fondo di garanzia contro possibili nuove crisi bancarie. A me sembra che  sia piuttosto opportuno vincolare le banche ad un aumento delle loro riserve legali piuttosto che incoraggiarle a comportamenti irresponsabili con la convinzione che in caso di necessità vi sarà un intervento praticamente automatico di un fondo di Stato. È invece prioritario intervenire per sostenere l’occupazione, lo sviluppo e la competitività. Non si è capito quale sia su tale tema la posizione del governo italiano. Il Capo del Governo ha dichiarato di avere fermato questa iniziativa. Essa è però contenuta nel comunicato finale del Consiglio Europeo con la firma anche dell’Italia. Una simile tassa, naturalmente, non può essere istituita dall’Italia. Sarebbe troppo facile per la speculazione aggirare le nostre frontiere e svolgersi indisturbata su altre piazze finanziarie compiacenti. Più difficile sarebbe aggirare l’intera Unione Europea, se essa dovesse istituire questo prelievo. Certo, la dimensione ottimale sarebbe mondiale. Al G 20 non è stato possibile trovare il necessario sostegno ma di recente il Presidente della Commissione Barroso ha rilanciato l’idea ed anche negli Stati Uniti essa sembra guadagnare terreno.

 

Le politiche economiche europee e mondiali degli ultimi trenta anni sono state dominate dalla ripulsa delle dottrine economiche keynesiane e dalla grande rivincita di von Hayek. Il liberismo di von Hayek (e della scuola di Chicago) ha portato all’umanità grandi benefici. Sotto la sua pressione si sono negoziati gli accordi GATT e si è istituito il WTO. Popoli emarginati dallo sviluppo hanno avuto, in forza del libero commercio, la possibilità di entrare nel circolo della produzione della ricchezza. Queste nuove tendenze hanno fatto per i poveri del mondo molto più che non intere generazioni di terzomondismo. Certo: essere sfruttati dal capitalismo è brutto. C’è solo una cosa ancora più brutta: non essere sfruttati dal capitalismo e vegetare fuori del circolo mondiale della produzione e del consumo, magari sotto la protezione di regimi socialisti.

Dobbiamo però dire che oggi la spinta propulsiva di quel modello sembra essersi esaurita. La crisi indotta dalla speculazione ha indotto tutti gli Stati ad adottare misure di sostegno della economia di sapore vagamente keynesiano. Politiche di deficit spending a sostegno della economia sono state fatte in misura gigantesca per impedire il fallimento delle banche. È lecito che  qualcuno si ponga la domanda: se si può fare per le banche perché non si può fare per i lavoratori che rimangono senza lavoro?

Un altro elemento che mette in crisi il paradigma liberista nasce dal suo stesso successo. La competizione dei paesi nuovi mette in difficoltà quelli di più antico benessere. I paesi nuovi invadono settori a tecnologia medio/bassa dove tradizionalmente era forte l’Italia. Abbiamo bisogno di ristrutturare la nostra economia per fare fronte alla competizione dei paesi emergenti.

Goetz Briefs ci ha insegnato molti anni fa che vi sono due modi di aumentare la produttività. Uno di essi comprime i diritti del lavoro, aumenta i tempi ed i ritmi, diminuisce i salari ed i benefits, fa crescere gli orari di lavoro. In questo modo la condizione dei nostri lavoratori si avvicina a quella dei lavoratori dei paesi emergenti ed il differenziale del costo del lavoro diminuisce. Vista la abissale differenza dei punti di partenza questa via non sembra essere molto promettente, anche se per una fase sarà inevitabile ricorrere anche ad essa, come mostra l’esempio della ristrutturazione Fiat in corso. Gli accordi raggiunti dal sindacato sono una amara necessità, cui sarebbe impossibile ed irresponsabile sottrarsi, ma non rappresentano il modello da seguire. L’altro cammino per incrementare la produttività e porsi al riparo della competizione con i paesi emergenti è investire in conoscenza, fare cose che loro (ancora) non sanno fare o fare le stesse cose con metodi, procedure e strumenti che essi (ancora) non sono in grado di maneggiare. Per ottenere questo risultato è però necessario un potente investimento in educazione e ricerca oltre che in infrastrutture materiali ed immateriali. Noi dobbiamo risparmiare sulle spese correnti, in modo ancora più severo di quanto faccia questa manovra finanziaria.  Dobbiamo farlo però non solo e non tanto per garantire i mercati ma anche e soprattutto per potere investire in innovazione e sviluppo. E per fare questo dobbiamo anche poter attivare una spese in deficit per investimenti, con rigorose procedure di certificazione, secondo la cosiddetta regola aurea.

Naturalmente questa nuova linea di politica economica si può perseguire in modo assai limitato e parziale al di fuori di una nuova iniziativa europea. Abbiamo bisogno di più Europa per poter restituire alla politica la possibilità di difendere efficacemente il diritto dei cittadini al lavoro ed allo sviluppo. Abbiamo bisogno di un keynesismo moderato o di un nuovo keynesismo. Il punto di partenza è la situazione rilevata da Keynes in cui “il cavallo non beve” . Il credito è disponibile a buone condizioni ma le imprese non prendono il denaro e non fanno investimenti (o anche le banche per un qualche motivo sono molto spaventate ed il denaro non lo danno). In queste situazioni è ragionevole che lo Stato prenda in prestito il denaro delle banche per fare grandi opere pubbliche. Keynes vedeva questa necessità più dal lato del sostegno della domanda. Noi dobbiamo vederla più dal lato del sostegno della produttività. Dobbiamo investire in infrastrutture materiali ed immateriali per proteggere la nostra posizione competitiva nel mondo.

Alla politica economica di questo governo noi rimproveriamo un certo provincialismo italiano e la mancanza di una visione europea. L’Europa entra in questa politica solo come un vincolo. Si dice: “bisogna fare così perché lo chiede l’Europa”.  Bisogna invece comprendere e interiorizzare le ragioni per cui l’Europa ce lo chiede, comprendere ed interiorizzare la “cultura della stabilità”.  Una volta compresa ed interiorizzata questa cultura bisogna però anche partecipare, con prudenza e con coraggio, al dibattito intorno alla modifica delle regole esistenti. Una volta interiorizzato lo spirito bisogna dire in che modo la lettera va interpretata o anche cambiata per realizzare l’intenzione dello spirito. Su questo il nostro governo è carente, a parte alcuni spunti interessanti di Giulio Tremonti più nella sua veste privata di professore e “libero pensatore” che in quella pubblica di ministro dell’economia. Per dirla con una parafrasi di una celebre frase di S.Paolo: bisogna stare in Europa con uno spirito da figli legittimi e non con uno spirito da schiavi. Certo, se  tutto il proprio prestigio e la propria autorevolezza europei li si gioca per ottenere scandalose amnistie per agricoltori che hanno violato ripetutamente la normative europea poi non ci si deve meravigliare se si rimane fuori dalla  stanza dove si decidono le cose veramente importanti.

 

Io rimprovero al presente governo il fatto di avere una politica economica costruita per intero sulle convinzioni di una fase ormai superata della storia. Allora la chiave dello sviluppo era semplicemente la riduzione dell’intervento dello Stato e la diminuzione del carico fiscale. Tutto si poteva sintetizzare  nel motto: meno regole, meno Stato e soprattutto meno tasse. Se poi la  concreta azione di governo abbia  realizzato quei propositi o sia  stata troppo arrendevole alla forza delle corporazioni e dei monopoli è altra questione.  Oggi quelle parole d’ordine non hanno perduto la loro attualità ed il loro fascino ma ad esse se ne accompagnano di nuove: più infrastrutture materiali ed immateriali, più ricerca scientifica, più ferrovie, più autostrade ed infostrade, più università di  qualità etc… E, soprattutto, per rendere possibile questo, nuove regole europee. Voglio ripeterlo: fuori dell’Europa non c’è salvezza, ma non ci si salva neppure in una Europa sclerotica che ripete vecchie formule di cui smarrisce progressivamente il senso.

 

Io rimprovero al presente governo il suo deficit di credibilità politica che minaccia di vanificare i sacrifici che con questa manovra finanziaria vengono chiesti ai cittadini italiani. I mercati non valuteranno solo le quantità della manovra. Inevitabilmente si domanderanno: c’è una politica di lungo periodo per il rilancio della produttività? C’è una visione per riposizionare l’Italia nella nuova divisione internazionale del lavoro? C’è l’energia per costruire un nuovo e necessario progetto paese?

Se la risposta è negativa allora una manovra pur quantitativamente adeguata potrebbe non bastare a salvarci.  La speculazione, come il Satana della lettera di S.Pietro ” tamquaqm leo rugiens circuit, quaerens quem devoret” (si aggira come un leone ruggente, alla ricerca di una vittima da divorare). La vittima designata pareva essere, dopo la Grecia, il Portogallo o l’Irlanda o la Spagna. Benché i fondamentali dell’Italia non siano cattivi (sono anzi, a parte il debito, fra i migliori dell’Unione) la debolezza politica del governo ci espone al pericolo.

 

È affiorata di recente la proposta di un governo di responsabilità nazionale. È affiorata, ed è stata rapidamente accantonata. La maggioranza non vuole riconoscere la propria debolezza aprendo una crisi di governo. Gran parte della opposizione si preoccupa della possibilità che il nuovo governo possa  essere guidato dall’attuale Capo del Governo. Pochi si domandano: un nuovo governo per fare cosa? Con quale programma? Con quel prospettiva e con quale visione? E ancora: è possibile costruire una azione di governo che ponga al centro il tema della occupazione e del lavoro che è inscindibile da quello della competitività del nostro sistema economico? Oggi ho cercato di dare un contributo per aprire un dibattito su questi temi, quelli che riguardano non gli equilibri interni della classe politica ma il bene comune del paese.  Un  sistema sociale che non riesce a creare una ragionevole abbondanza di occasioni di lavoro, un sistema in cui chi vuole lavorare ed ha bisogno di lavorare non ha la possibilità di farlo, perde buona parte della propria legittimazione morale. 

La debolezza politica rischia di inficiare la manovra economica.pdf








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