Intervento dell’On. Mario Tassone sulla manovra economica

Signor Presidente, signor viceministro Vegas, abbiamo, a questo punto, avuto modo di ascoltare una serie di interventi. Prima di me, signor Presidente, hanno parlato molti colleghi del mio gruppo facendo chiaramente riferimento a questo disegno di legge di conversione del decreto-legge che va sotto il nome di manovra economica e finanziaria. Ha parlato, questa mattina, l’onorevole Binetti, poi c’è stato l’intervento dell’onorevole Lusetti, in seguito degli onorevoli Ciccanti e Galletti. A me rimane il compito di fare una valutazione complessiva. È stato detto chiaramente che ci troviamo di fronte ad un provvedimento – lo diceva l’onorevole Galletti, nel suo intervento – senza nessuna anima. Nessuno di noi ha mai messo in discussione – e questo è stato anche il ragionamento dell’onorevole Ciccanti – l’opportunità di una manovra economico-finanziaria, ma le manovre economico-finanziarie posso essere ragionieristiche, possono, ovviamente, essere determinate da una salvaguardia di conteggio o da un contenimento, come si suol dire, della spesa e, invece, altre manovre possono avere una chiara proiezione che si intreccia al dinamismo dei dati e dei fattori economici e, quindi, puntare allo sviluppo.

Abbiamo ben compreso, rispetto alla discussione al Senato e poi alla non discussione alla Camera, che questo provvedimento viene un po’ blindato – uso sempre un eufemismo anche per alleggerire l’atmosfera ed il clima, mio caro amico e collega -, anzi del tutto blindato, per dare soddisfazione ai colleghi, e non induce certamente ad una proiezione oltre il tempo immediato. Ma c’è un aspetto che è quello politico. Non c’è alcuna manovra economico-finanziaria credibile se non sostenuta dalla politica oppure dalla credibilità dei soggetti che debbono essere i protagonisti e gli artefici di questa manovra. Viviamo oggi una fase debole sul piano politico. Non sappiamo se questa è una manovra di Tremonti soltanto o di Tremonti-Bossi, con il Presidente del Consiglio dei ministri che ha preso le distanze o quantomeno non ha avuto contezza rispetto al procedimento che ha accompagnato e che ha formato questa manovra. C’è una debolezza nel quadro dell’area della maggioranza dove non sappiamo chi sono i protagonisti e i soggetti destinati certamente ad essere realizzatori di questa manovra o di questi provvedimenti che noi approviamo che sembrano essere deboli e inani rispetto a quelle che sono ovviamente le scelte e le sfide che oggi il presente pone alla nostra attenzione e soprattutto alla loro responsabilità.

Questa è la cosa che più ci preoccupa ed è stato detto da tutti i colleghi che mi hanno preceduto e particolarmente dai colleghi del mio gruppo. Se questi sono gli aspetti possiamo anche conteggiare quelli che sono anche i risultati raggiunti da questa manovra economica che si ferma soltanto a 24 miliardi e 900 milioni: è una manovra che si ferma a questo certamente senza alcun spazio rispetto alle prospettive di questo nostro Paese. Ma poi c’è un altro dato: una manovra economica deve avere un filone anche per quanto riguarda lo sviluppo economico come se noi fermassimo tutte le spese, tutti i dati, tutti gli investimenti. Potrei anche fare chiaramente riferimento agli investimenti strutturali, agli investimenti per le infrastrutture per quanto riguarda il Mezzogiorno e non soltanto il Mezzogiorno. È stato fatto riferimento al blocco dell’agevolazione per le aree sottoutilizzate non soltanto del centro-sud ma anche del nord. Si è fatto riferimento anche ai fondi FAS così come sono state articolati e come sono stati impiegati. Si è fatto riferimento certo a quelli che sono i dati dell’ISTAT: non ripeto quello che dice l’ISTAT per quanto riguarda una recessione soprattutto nel Mezzogiorno. Ne parla soprattutto lo Svimez ma parla soprattutto dell’abbassamento del reddito e delle difficoltà delle nostre famiglie e delle difficoltà del credito. C’è un quadro di difficoltà oggi che si supera con questa manovra. Certo una manovra di questo tipo può soddisfare il contingente e può soddisfare i momenti in cui noi siamo chiamati ad operare ma non apre una speranza e una proiezione rispetto al futuro. Una manovra economica, un impiego di risorse, una allocazione di risorse risponde pienamente a quello che è un dinamismo del nostro Paese oppure si blocca tutto perché si blocca quando non c’è uno spazio e non c’è ovviamente un ossigeno per quanto riguarda la scuola, la ricerca scientifica, anche la politica del turismo e della sanità.

Non ho mai capito, signor Presidente e signor Ministro, che cosa ci stanno a fare il Ministro della sanità e il Ministro del turismo. Questo non l’ho mai capito, non ne ho mai colto il senso né il significato, perché non esiste una politica a livello nazionale del turismo e una politica a livello nazionale della sanità. Infatti, non capiremmo allora quali sono poi le competenze tra regioni e Stato centrale, quando poi anche il Ministro della salute non riesce nemmeno a fare i controlli preventivi di quelli che sono gli splafonamenti da parte anche delle regioni.

Ma non ho neanche capito il Ministro dell’agricoltura: il Ministro dell’agricoltura è venuto qui per quanto riguarda le quote latte e ha detto che se vi fossero stati rinvii o rimborsi da parte degli splafonatori si sarebbe dimesso. Lo ha detto in Parlamento, al question time. Non chiedo certo le dimissioni del Ministro dell’agricoltura: le si poteva chiedere nel corso della cosiddetta Prima Repubblica, oggi è un altro momento, è un altro tipo di Repubblica, è un’altra politica. Oggi è la non politica, dove anche gli impegni e anche le dichiarazioni assunte e fatte di fronte al Parlamento e di fronte al Paese valgono come carta straccia. Di fronte a questo certamente oggi vi è una difficoltà e una crisi di credibilità, signor Presidente.

Riguardo all’economia – me lo insegnano i colleghi che ne sanno più di me e hanno coltivato più di me questi aspetti e questi problemi – se non c’è la fiducia degli investitori, chi investe oggi nel Paese? Se non vi è una speranza, se non vi è una credibilità, se non vi è un barlume di certezze rispetto al percorso sul futuro, nessuno si espone. Certo, come diceva Galletti, vi sono imprenditori che vanno fuori dall’Italia, ma allo stesso modo vi sono imprenditori che dall’estero vengono in Italia e si accaparrano alcune ricchezze e alcuni pezzi di ricchezze anche all’interno del nostro Paese. Allora se questo è il dato, signor Presidente, i problemi sono articolati e complessi. Anche questa partita noi la chiuderemo e l’augurio è che possiamo chiudere questa partita in tranquillità, ma questo Paese non è tranquillo, non è sereno.
Attendiamo giorno per giorno le evoluzioni delle vicende politiche. Ma sono vicende politiche? Ma questa finanziaria non si intreccia, in termini di un groviglio talvolta astruso e talvolta ambiguo, con quello che è il federalismo fiscale? Lo diceva anche qualche collega: mentre noi vogliamo salvare il federalismo fiscale e quindi l’autonomia delle regioni, l’autonomia impositiva, poi facciamo una legge – quella che va sotto il nome di Codice delle autonomie – che centralizza le regioni. Poi qui invece facciamo un altro tipo di manovra e soprattutto ai comuni togliamo gli spazi e i movimenti. Soprattutto vi è una difficoltà a capire e a collegare un disegno politico che non può essere economico soltanto, se non legato al disegno ordinamentale rispetto alle funzioni, rispetto alle competenze, rispetto ai poteri.

Vi sono certo molti centri di potere decisionale e della politica, ma soprattutto in questo Paese vi sono molti centri occulti di spesa che creano emorragie e dispersione delle risorse. Quando sento parlare di contenimento delle spese per quanto riguarda i costi della politica, signor Presidente, ho qualche sussulto, qualche reazione molto forte – mi suggerisce l’onorevole Ciccanti – di dignità e di decoro, perché questo Paese guarda alla decurtazione certamente, forse giustamente, della cosiddetta piccola indennità dei consiglieri circoscrizionali, che non ci saranno più se non in quelle città al di sopra dei 150.000 abitanti e dei consiglieri comunali, ma nessuno mai ha parlato e nessuno mai ha avuto il coraggio di parlare dei grand commis. Ne ha parlato poco fa Ciccanti, ma io parlo ovviamente di coloro che fanno gli arbitrati e che fanno i collaudi.
Mi riferisco a quelle ricchezze occulte che si distribuiscono e di cui nessuno parla, perché è facile parlare della politica come se fosse uno slogan, ma è difficile, in questo nostro Paese, scardinare i santuari del potere dei gruppi occulti. Oggi, abbiamo qualche sentore e qualche evidenziazione della presenza di gruppi occulti da parte della stampa, in seguito ad alcune inchieste. Certamente, questi gruppi sono forti e sono presenti nell’esercitare pressione e nel condizionare anche il percorso lineare della nostra vicenda politica.

Signor Presidente, se questo è il dato, non vi è dubbio che sia necessario fare uno sforzo in più: non siamo dei ragionieri, non siamo soltanto dei contabili. I bilanci sono l’occasione per capire quali siano le politiche e le prospettive. In precedenza, ho fatto riferimento alla scuola, alla ricerca scientifica e ai parchi. Secondo una dichiarazione feroce del Ministro dell’ambiente, con questa manovra, verrà eliminato il 50 per cento dei parchi: stiamo parlando del bene supremo della biodiversità. Si tratta di un fatto fondamentale ed importante, ma di cui nessuno parla; come se tutti quanti fossimo convinti di contenere e tagliare, ma poi, tagliando e contenendo, si priva sempre di più questo nostro Paese di una prospettiva e di un futuro.

Signor Presidente, esiste anche una problematica che investe il Mezzogiorno. Diciamocelo con molta chiarezza: la questione relativa al ponte sullo Stretto di Messina va avanti, fa capolino. Non c’è il progetto definitivo, né quello esecutivo; poi, si va avanti con il progetto. Non vi è una discussione forte e certa legata all’ambiente; la realizzazione dell’opera è stata rinviata, ma non viene realizzato alcun intervento forte per quanto riguarda le infrastrutture ed anche altri capitoli importanti della spesa. Come se dilazionando, oppure facendo prevalere la burocrazia su tutto e, quindi, allungando sempre di più le procedure, si giocasse al risparmio.
Tutto questo vale anche per i Programmi operativi nazionali (PON) di sicurezza. In quest’Aula, abbiamo discusso del PON sicurezza di Catanzaro: da tre anni, si parla di un Programma operativo nazionale per la sicurezza di una città, caratterizzata da una situazione sempre di più pericolosa, la stessa situazione del sud e di aree, certamente, sovrastate dalla criminalità organizzata. E noi giochiamo sulle procedure, sui meccanismi e sugli adempimenti di carattere burocratico e di certificazione: punti e virgola che mancano, il provvedimento che viene spostato in avanti, allungando, quindi, i tempi dell’erogazione delle risorse. Questo è un gioco antico. Quando vi è un ritardo, vi è sempre una spesa che si allunga, che si dilata e che viene portata avanti, senza, quindi, essere realizzata.

È il gioco di un potere sempre più relativo, sempre più debole, rispetto ad altri poteri forti, come quello della criminalità organizzata che sovrasta e che fa ricchezza. Tuttavia, in questi ultimi tempi, dobbiamo dare atto alla magistratura e alle forze dell’ordine di aver inferto dei colpi seri e forti alla criminalità organizzata. È necessario sostenere le forze dell’ordine sempre di più attraverso le strutture, gli strumenti, le risorse e le energie, senza fare la politica della lesina, perché fare questo tipo di politica nei confronti della sicurezza non solo è un oltraggio al buonsenso, ma soprattutto, è un rifiuto a proseguire verso conquiste di civiltà e di progresso all’interno nel nostro Paese.

Signor Presidente, perché non parliamo anche della Protezione civile? Credo che anche questo sia un aspetto importante e fondamentale. Giorni fa, in quest’Aula, ci siamo soffermati sul tema dei rifiuti.

Credo che la mia regione, ormai, sia occupata da rifiuti tossici pericolosissimi. Al di là delle navi inabissate nel Tirreno e nell’area del Mediterraneo, vi sono rifiuti tossici a Crotone, nella Sibaritide, a Serra D’Ajello, sempre in provincia di Cosenza, e in provincia di Catanzaro. Vi è una realtà soggetta ad una speculazione. Non vi sono interventi seri: vi sono, ovviamente, delle assicurazioni. L’altro giorno è venuto il buon sottosegretario Menia, che ha risposto come poteva, tuttavia, vi è una debolezza di tutto, anche dell’intervento.

E allora, a cosa serve una manovra economica se poi nei servizi essenziali, nei livelli essenziali dell’operatività tutto si ferma e si blocca. Allora è facile fare i risparmi, è facile contenere le spese, è facile giocare su quelle che sono le esposizioni « debitorie»; non si muove nulla, non si fa nulla, tutto rimane bloccato, fermo. Certamente non rimangono ferme le regioni dove ovviamente non si è fatta mai nessuna politica attenta e dove, oggi, c’è una polemica feroce – non voglio entrare nel merito dei «grattacieli» o meno e così via – che dovrebbe far capire, far comprendere che la problematica è diversa, anche rispetto al contenimento della spesa, perché le regioni non godono di un’extraterritorialità a meno che, in questa fase, non vogliamo costruire degli Stati e creare quindi una confederazione.

La cosa strana è che le regioni, soprattutto alcune di esse, puntano sulla piena autonomia e poi invece si allarmano per i tagli di spesa. Questa sarebbe una contraddizione in termini, qual è allora il disegno complessivo, istituzionale, politico e di politica economica di questo nostro Governo, di questa nostra maggioranza? Le regioni vogliono la piena autonomia, sempre più svincolata dai centri di potere romano, poi, però, sono legate alle rimesse, ai trasferimenti delle risorse. Tutto questo non si può sostituire attraverso un’imposta o l’autonomia impositiva come sostengono anche i comuni; per i comuni si attende l’imposta unica sugli immobili, mi sembra che il Governo dovrebbe varare un decreto-legge verso la fine del mese, ma anche con questo i comuni hanno difficoltà ad alimentare gli asili, la mobilità, i tram e gli autobus. Si dice: non facciamo imposta però facciamo la tassazione, io ritengo che allora non c’è dubbio che vi è qualche scompenso, qualche squilibrio in più.
Volevo anche, signor Presidente, fare riferimento a quello che è successo qualche tempo fa nella mia regione, nella località Janò del comune di Catanzaro, una realtà, un quartiere, una zona, un territorio che dopo le piogge torrenziali crollò mandando sul lastrico 335 persone, oltre cento famiglie. C’è stata poi la presenza della protezione civile, le assicurazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ma poi tutto questo è rimasto nel silenzio e nel tentativo di far decantare la situazione, ma vi sono ancora cinquantanove famiglie, per un totale di 202 persone, che sono in giro per gli alberghi senza che il comune possa fronteggiare una situazione di questo genere. Il comune di Catanzaro ha già dato un milione di euro per quanto riguarda il primo intervento e per le spese complessive, ma c’è bisogno di una spesa di ulteriori sei milioni di euro per poter dare una sistemazione diversa a queste famiglie. Anche l’arcivescovo di Catanzaro dice continuamente che si potrebbero fare dei fabbricati ma non vi è nessuna intenzione, nessuna strategia, forse risparmiamo su queste cose. Si parla di protezione civile, forse non sarà un « grande evento » ma è un problema di protezione civile e di intervento sul territorio sul quale certamente dovremmo portare un’attenzione maggiore e soprattutto una considerazione maggiore rispetto a questi problemi, altrimenti tutto diventa difficile e tutto diventa senza una prospettiva per quanto riguarda il nostro Paese.

Lo dico con estrema chiarezza, non è un problema del nord o un problema del Mezzogiorno, lo abbiamo sempre detto, abbiamo tentato di essere sempre di più un gruppo parlamentare che avesse una visione nazionale ed europea, non esiste un problema di un’area rispetto ad un’altra area, esiste un problema di tutti i Paesi dell’area del Mezzogiorno, del Mezzogiorno e soprattutto dell’Europa intera. Ritengo che se non c’è un Mezzogiorno che si ricompone, se non c’è un tessuto sociale, civile che possa riannodarsi e soprattutto riconciliarsi con i processi di conquista civile ed umana tutto verrà ad essere dissolto e tutto verrà ad essere ritenuto irrecuperabile.
Noi vogliamo che una prospettiva venga fuori in termini molto seri, e questa potrebbe essere l’occasione per un dibattito e un confronto. Non tolgo la professionalità di nessuno e, tanto meno, la capacità di comporre le situazioni di Tremonti, ma la vicenda vera è che una serie di soggetti sono stati bypassati se la pubblica amministrazione contesta, la pubblica sicurezza contesta, i prefetti contestano, i diplomatici contestano, qualcosa l’ANCI contesta e l’UPI contesta. C’è, certo, una contestazione forte delle regioni che, guarda caso, hanno trovato una loro sintesi e una loro posizione di contrasto nei confronti del Governo. Tuttavia, questo non significa niente sul piano politico, sul piano dell’agilità e della capacità di movimento di un Governo e di una maggioranza. Ho voluto richiamare queste cose proprio a commento delle considerazioni estremamente opportune e profondamente tecniche che hanno fatto i colleghi del mio gruppo prima di me. Lo voglio dire, Signor Presidente, perché credo che questi saranno i temi del prossimo futuro.
Noi chiuderemo così la manovra economica finanziaria: con un bel voto di fiducia che verrà a essere proposto all’Aula, presumibilmente, nella giornata di domani. Si chiuderà anche questa partita e si andrà in vacanza, e ognuno rimarrà con i suoi problemi: le nostre famiglie, i disoccupati, i giovani senza nessuna prospettiva.
È forte il richiamo del Presidente la Repubblica in questi giorni, non perché voglia scomodare, come molti fanno anche inopportunamente, il Capo dello Stato, ma vi è questo stato di disagio e di difficoltà, e vorrei una risposta, se il Governo può darla, non soltanto in questo momento ma anche in altri: se hanno pensato veramente che questa manovra possa rispondere a quelli che sono gli interessi e le soluzioni dei problemi del nostro Paese.

Quando sento parlare di vendita dei beni di famiglia, e sento parlare di manovre sul piano del demanio, quante finanziarie abbiamo fatto che hanno puntato su questa tesaurizzazione, e poi le cose si sono disperse? Siamo rimasti così: senza nessuna traccia delle vendite e delle tesaurizzazioni, ma vi sono vari problemi che devono essere affrontati.

Certo, la cosa che più mi duole, e lo dico, ovviamente, da meridionale, è che si squilibra nord e sud. Se vi è una disattenzione in più, oggi, in questa manovra economica finanziaria, è che rispecchia la volontà politica di separare sempre più il sud rispetto al resto del Paese, e questo è un male.

Allora questo è veramente un Governo che non ci interessa, che ha una proiezione diversa, una proiezione culturale che non ci appartiene. L’economia, o ha un sostegno culturale unificante oppure è una falsa economia e un aggiustamento di cifre, di tagli e di ritagli, di cuciture senza una prospettiva una politica e una strategia.
Questa strategia non l’abbiamo vista, non ci ha accompagnato nel corso dell’esame di questo provvedimento, non si evidenzia nemmeno in questo momento e il dibattito che stiamo facendo è molto stanco e lasciato a quello che è l’iter del procedimento regolamentare come un atto dovuto: si deve fare la discussione sulle linee generali, si passerà domani all’esame dei profili di costituzionalità del provvedimento e si andrà, poi, al voto di fiducia, come se fosse un copione già scritto. Ma un Paese come il nostro ha bisogno di avere una diversa capacità di approccio rispetto ad una problematica molto forte come la crisi che ha investito l’Europa e il globo.
Noi abbiamo oggi qualche difficoltà in più: quella di comprenderci e di capire, soprattutto, qual è il processo, il percorso, la strategia politica, il respiro e il profilo alto della politica. Noi non lo abbiamo intravisto, e se manca il profilo alto della politica, della sensibilità, della difesa di alcuni interessi rispetto ad altri, certamente non vi è economia ma diseconomia.

Si possono aggiustare al momento i conti – come ho detto poc’anzi – ma non vi è una prospettiva forte che possa far guardare al futuro con grande speranza e con grande fiducia

 

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