D’Onofrio: non solo identità ma anche cultura di governo

Fino ad ora il nuovo partito di ispirazione cristiana preferisce chiamarsi l’ ”Udc verso il Partito della Nazione” perché si tratta di combinare identità ideale di fondo e proposta di governo per l’Italia di oggi: nome definitivo e simbolo finale saranno stabiliti al termine di questo processo che è destinato a concludersi entro l’anno.
Non si tratta certamente più né dell’Italia sturziana – che viveva ancora con difficoltà la lunga stagione cattolica ottocentesca del Non Expedit rispetto al Regno d’Italia – né dell’Italia degasperiana, che viveva una affermazione di libertà contro l’allora recentissima esperienza fascista ed era volutamente lontana dal comunismo sovietico, che pure in quegli anni aveva combattuto con le democrazie liberali contro i fascisti e i nazisti.
La proposta che l’Unione di centro ha iniziato a sviluppare dalla sopravvivenza elettorale del 2008, e che il recente incontro di Todi ha posto, anche culturalmente, sul binario di un nuovo necessario equilibrio tra la nostalgia il cambiamento, troverà pertanto il proprio completamento nella ormai imminente stagione dei congressi. Partito popolare e non populista, quello che Sturzo prima e De Gasperi poi intendevano costruire per il bene della nazione italiana; partito della sensibilità sociale ma non anche partito di una sola “classe”, quale risultava essere la proposta dell’allora Pci. Non dunque un piccolo e tetragono partito di centro, ma un partito laico di ispirazione cristiana, e quindi proprio partito di popolo – se si vuole, nel senso in cui abbiamo imparato a conoscere in Polonia Solidarnosc quale partito della nazione polacca, e non certo dello Stato polacco.
In quella identità vi era infatti un’autentica proposta di governo per l’Italia: servizio complessivo all’unità nazionale italiana, nel contesto della quale la questione meridionale assurgeva ovviamente al rango di questione nazionale, senza peraltro mai trascurare la specificità sociologica ed economica del nord del Paese, nel quale viveva uno spirito imprenditoriale tendenzialmente libero rispetto alla prevalenza dell’impiego fisso statale che rappresentava per il Mezzogiorno un fattore di straordinaria promozione sociale, e talvolta anche di spreco delle scarse risorse pubbliche.
L’Unione di centro verso il Partito della Nazione è pertanto portatrice di una intransigente difesa della propria identità, che al tempo stesso è anche e necessariamente una proposta di governo per il Paese. A differenza delle condizioni che esistevano al tempo della proposta politica di De Gasperi, l’Udc verso il Partito della Nazione non ha infatti la pretesa di bastare da solo per poter impostare e realizzare una proposta di governo complessivo per l’Italia.

Il senso delle condizioni storiche nelle quali oggi l’Italia si trova ad operare, pone in evidenza una prima grande questione: la nuova centralità del Mediterraneo. Non si tratta di certo di una tardiva riproposizione di sentimenti mussoliniani, ma della presa di coscienza che nel contesto europeo e mondiale attuale il Mediterraneo – e quindi l’Italia , tutta – ha potenzialità che fanno di quest’area uno snodo di straordinario rilievo nel rapporto – in gran parte da costruire – tra l’Europa da un lato, l’Africa e l’Asia dall’altro.
Si tratta dunque di costruire l’identità nazionale italiana oggi nei termini nuovi della questione meridionale da un lato, e della questione settentrionale dall’altro – non più nel senso dei vantaggi reciproci che le due aree hanno vissuto dall’Unità d’Italia ad oggi, ma nel senso delle potenzialità che nord e sud del Paese hanno proprio in riferimento al Mediterraneo quale esso è oggi, crogiuolo di culture, di religioni, di società, di economie, ma anche e soprattutto un insieme di frammenti che l’Italia può riuscire a far diventare area, e non solo in termini di Pil.
L’unità nazionale non si riduce pertanto ad una sorta di evocazione retorica o di nostalgico ricordo di quel che fecero i padri fondatori dell’unità medesima, perché diviene in tal modo fattore propulsivo dei compiti ai quali oggi l’Italia è chiamata soprattutto quale soggetto costitutivo del processo di integrazione europea. È in questo contesto che l’ispirazione cristiana passa dall’affermazione potenzialmente clericale di un’ispirazione quasi esclusivamente intesa in senso teologico, ad un’affermazione chiamata ad operare proprio oggi e nel prevedibile futuro nel contesto della globalizzazione in atto, che ha già cambiato e sta cambiando anche i tratti identitari di fondo di chi non sa andare oltre il proprio particulare.
Centralità del Mediterraneo da un lato ed ispirazione cristiana dall’altro trovano nella ripetuta affermazione della responsabilità nazionale il punto politico di alternativa rispetto ai rigori ideologici dell’asserita compattezza della maggioranza di governo, e ai rigori altrettanto ideologici delle opposizioni politiche, pregiudizialmente costruite sulla base di un bipolarismo che sembra sempre caratterizzato dalla tentazione tipicamente bipartitica dell’autosufficienza.

Non si tratta dunque di costruire nuove maggioranze politiche a tavolino – includendo od escludendo questa o quella personalità – bensì di proporre all’intero Paese una nuova stagione politica di responsabilità nazionale destinata ad operare sul quadrante politico, dopo che è riuscita ad operare sui diversi quadranti sociologici delle tante “italie” che abbiamo conosciuto in questi anni.
Non soltanto nord e sud del Paese, anche nel senso dell’attuale contrapposizione; non soltanto laici e cattolici, nel senso ottocentesco del loro scontro: siamo infatti consapevoli che la responsabilità nazionale è chiamata ad adoperare innanzitutto nelle diverse corporazioni del Paese, siano esse quelle del lavoro autonomo o del lavoro dipendente; del lavoro intellettuale o del lavoro manuale; del lavoro pubblico o del lavoro privato.

Partito nazionale di ispirazione cristiana; partito capace di interpretare la questione meridionale nel senso della nuova centralità del Mediterraneo, e la questione settentrionale nel senso del processo di integrazione europea oggi guidato dalla Germania: è in questo contesto che ha per noi significato il richiamarsi nuovamente all’economia sociale di mercato, ben sapendo che essa aveva altre possibilità nel contesto degli Stati nazionali del Novecento, che è riuscita a differenziare l’ esperienza sociale dell’Europa occidentale rispetto a quella degli Stati Uniti d’America all’indomani della Seconda guerra mondiale, anche grazie al diverso modo di provvedere alle spese militari che le due sponde dell’Atlantico hanno operato dal 1946 in poi. 
Parlare oggi di economia sociale di mercato significa per noi affrontare innanzitutto la questione del se e del come si può contenere una innegabile spinta liberista che viene dai mercati finanziari internazionali, nei quali sembra prevalere la regola che tutto è consentito, tranne quello che è penalmente vietato.

Un nuovo equilibrio culturale innanzitutto tra il soddisfacimento del singolo individuo in quanto tale, e la comunità locale, regionale, nazionale, europea o mondiale – della quale la persona fa parte: su di esso, l’Unione di centro verso il Partito della Nazione è ormai compiutamente impegnata, e gli appuntamenti che ci attendono fino all’ormai imminente stagione dei congressi locali e soprattutto del congresso nazionale finiranno col dimostrare che identità e governo sono anche in questo caso continuità ideale con l’ispirazione sturziana e degasperiana, senza cedere alla nostalgia dell’uno o dell’altro, perché mai come oggi il cambiamento è necessario.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Formiche anno VII, numero 50, luglio 2010.

D’ONOFRIO_50.pdf








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