D’Onofrio: Globalizzazione “made in Fiat”

La politica del Lingotto mette in crisi i rapporti con i sindacati e rivoluziona quelli con la produzione.

II clamore suscitato dalle iniziative di Marchionne, sia in riferimento a Pomigliano, sia – ancor più – in riferimento allo stabilimento serbo della Fiat, hanno posto in evidenza che non si tratta di una questione personale di Marchionne in quanto tale – in veste di una sorta di “nuovo Valletta”- ma di una questione fortemente collegata ai processi in atto della globalizzazione, ai quali la Fiat aveva cominciato a partecipare con la finanza e per quel che concerne l’automobile – con l’intesa realizzata qualche tempo fa con la Chrysler. Molto probabilmente non si considerarono allora alcune delle conseguenze che l’accordo stesso con la Chrysler avrebbe finito con il comportare anche per la Fiat.

Ed invero la Fiat ha proceduto, molto di recente, a scorporare il settore auto dagli altri settori produttivi, sì che la vicenda di Pomigliano e la più recente vicenda serba devono essere considerate conseguenza diretta e d in qualche modo prevedibile dell’accordo stesso con la Chrysler. Non si trattava infatti di una semplice intesa economica-produttiva, ma di una molto più rilevante fase del più ampio processo di globalizzazione in atto, come ha dimostrato abbondantemente la crisi economica per quel che concerne gli aspetti più strettamente finanziari, e ora la tendenziale divisione internazionale del lavoro, per quel che concerne proprio la produzione e la vendita di autovetture. Le iniziative di Marchionne hanno posto pertanto in evidenza che con l’intesa con la Chrysler era sostanzialmente venuta a conclusione la stagione prevalentemente italiana della Fiat considerata prevalentemente quale produttrice di autovetture, perché era iniziata anche per l’Azienda torinese la stagione della globalizzazione delle auto.
La fuoriuscita detta Fiat dall’ambito nazionale costituisce pertanto un aspetto essenziale per l’Italia del processo di globalizzazione in atto, per quel che concerne la produzione e la vendita di autovetture: i rapporti tra la Fiat e lo Stato italiano erano stati infatti caratterizzati fino all’intesa con la Chrysler proprio dal fatto che la politica industriale italiana faceva di Mirafiori un punto essenziale della propria strategia automobilistica, dimensioni comprese del debito pubblico. Quel mondo non c’è più.
Le relazioni industriali sono state le prime a subire la conseguenza di questa novità: l’intera storia italiana delle organizzazioni sindacali, nate nel processo dell’industrializzazione e nel contesto del secondo dopoguerra, hanno finito pertanto con l’essere violentemente sollecitate per il fatto che la produzione di autovetture va considerata ormai nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro, e quindi del costo complessivo monetario, amministrativo e ambientale – che essa comporta. Non si tratta soltanto dell’incidenza del costo del lavoro per unità di prodotto – nel caso concreto del costo della singola autovettura – ma si tratta anche delle condizioni complessive che i contratti collettivi di lavoro hanno finito con il prevedere paese per paese, nell’epoca ormai al tramonto della sovranità statuale. La globalizzazione infatti tende per sua natura a scavalcare i confini statuali, e a fare del costo di produzione una sorta di nuova divinità, quella appunto – del profitto per il profitto. Non sorprende pertanto che la nuova Fiat guidata da Marchionne si stia comportando nella sostanziale indifferenza rispetto al contratto di lavoro metalmeccanico nazionale. Sorprende invece che la politica stenti ancora ad affrontare la grande novità che la globalizzazione comporta innanzitutto per essa, abituata come essa è stata, soprattutto nell’Europa occidentale, a vivere all’interno degli Stati nazionali, e a considerare pertanto le relazioni industriali nazionali quale parte integrante della stessa concezione di democrazia, elaborata all’interno degli Stati nazionali.

Non siamo in presenza di un fatto assolutamente nuovo: la crisi dello Stato nazionale non è infatti cosa di oggi. Siamo infatti in presenza di una novità quantitativa che sta diventando qualitativa. Occorre pertanto che la riflessione politica, ancorata per oltre due secoli all’idea stessa di Stato nazionale, operi un vero e proprio salto di qualità, ponendo a se stessa il modo nuovo in cui si pongono la questione della democrazia e la questione dell’eguaglianza.
Siamo stati abituati a considerare l’una e l’altra all’interno dello Stato nazionale e del “suo” territorio: non possiamo continuare ad ignorare che ormai la sovranità è solo in parte nelle mani dei singoli Stati nazionali, perché quello che in origine era il loro territorio, con la globalizzazione sta pian piano diventando il territorio dell’intero mondo.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 31 luglio 2010

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