Buttiglione: la nostra idea d’Italia, un federalismo nazionale per unire (e non dividere)

Sul Corriere della Sera di ieri, Angelo Panebianco spiega con la consueta chiarezza che l’asprezza dello scontro politico in Italia si spiega con il fatto che si confrontano fra loro tre diverse idee di repubblica. Una è la repubblica plebiscitaria, incarnata da Berlusconi, che però non è riuscita a dare concretezza e dignità istituzionale e democratica alla spinta popolare che lo ha portato al potere. L’altra è la repubblica che non decide dei suoi oppositori. La terza è la repubblica di Bossi che cerca una via d’uscita dallo stallo istituzionale attraverso il federalismo. Sorge inevitabilmente per noi dell’udc e del partito della nazione in via di formazione la domanda: quale è la nostra repubblica?
In molti di noi è forte la nostalgia per la prima repubblica ed anche il desiderio di una restaurazione. La nostalgia è un sentimento rispettabile, il desiderio è invece sbagliato.

Una cosa è difendere da giudizi liquidatori l’onore di una formula politica che molto di buono ha fatto per il paese, un’altra cosa è chiudere gli occhi davanti al fatto che essa era già logora venti anni prima della sua caduta. Non a caso Aldo Moro era alla ricerca di un rinnovamento che però è stato mancato. Negli ultimi anni della Prima Repubblica una confusa ideologia della partecipazione ha generato molto dibattito e poche decisioni ed ha coperto reti clientelari che hanno usato i diffusi poteri di veto per promuovere soprattutto se stesse. È mancato il rinnovamento dei partiti che, perso il riferimento ideologico, si sono trasformati in mere aggregazioni di potere.

È nata allora la ondata plebiscitaria che ha portato al potere Berlusconi. Panebianco osserva giustamente che la deriva plebiscitaria non è di per se né democratica né antidemocratica. Semplicemente il paese era stanco di una situazione in cui decisioni importanti per il bene comune erano continuamente rimandate per la necessità di mettere d’accordo tutte le consorterie che disponevano in qualche modo di un potere di veto sulla decisione pubblica. Tuttavia non bisogna sottovalutare il potenziale antidemocratico di una situazione del genere in cui il popolo è disposto a seguire il primo che passi alzando una bandiera e gridando parole d’ordine di radicale cambiamento. È così che nasce il tiranno.
Neppure bisogna sottovalutare “le forze oscure della reazione in agguato”. Il Partito Comunista ha gridato tanto al pericolo reazionario da screditarsi completamente. Di conseguenza quando il pericolo realmente si è manifestato le denunce avevano perso ogni credibilità. Esiste in Italia una cultura anarcofascista profondamente radicata che disprezza il parlamentarismo e la democrazia e sogna l’uomo del destino. La deriva plebiscitaria si è fermata sulla testa di Berlusconi. Poteva andarci peggio. Poteva fermarsi sulla testa di Di Pietro, molto più disposto di Berlusconi a mandare in galera i suoi avversari politici. Fini avrebbe potuto usare quella deriva plebiscitaria per tentare una impossibile rivincita del fascismo, ma ha scelto di non farlo. Poteva però andarci anche meglio. Berlusconi non è infatti riuscito a riformare le istituzioni migliorando la loro capacità decisionale senza intaccarne il carattere democratico. Per la verità all’inizio ha tentato, chiamando intorno a se uomini che avevano capacità e competenze per ripensare la democrazia italiana: penso a Colletti, Pera, Urbani etc…

Berlusconi è stato inchiodato dalla sinistra e dalla magistratura sul conflitto di interessi, ha smarrito il disegno riformatore (anche perché non ha incontrato interlocutori credibili in campo avverso) ed ha finito con il fare le politica della difesa del suo potere. Non metterei il disegno di Bossi sullo stesso piano degli altri due. In realtà Bossi non vuole il federalismo, vuole la secessione. Non cerca un sistema politico per padroneggiare la complessità della situazione italiana. Vuole ridurre la complessità cacciando via una metà dell’Italia. Noi non dobbiamo proporre il ritorno al passato. Noi dobbiamo riprendere il discorso là dove esso si è interrotto. Abbiamo bisogno di una democrazia che decide senza perdere la sua caratteristica democratica e senza cedere a tentazioni anarcofasciste o diciannoviste (si chiama diciannovismo il clima di ribellismo e di sfiducia nella democrazia da cui nacquero a breve distanza di tempo comunismo e fascismo). Bisogna introdurre tutti e solo quei cambiamenti che rendono funzionante la nostra democrazia. Bisogna farlo con intransigenza ma anche senza astratti furori. Abbiamo bisogno di rafforzare il potere dell’esecutivo dando al presidente del consiglio gli stessi poteri che ha il cancelliere tedesco. Il cancelliere viene eletto dal Parlamento e può essere sfiduciato solo con un voto che indichi contestualmente il nome del successore. Il cancelliere nomina e revoca i ministri ed ha la guida effettiva di tutto (e solo) il potere esecutivo. Fare eleggere il capo del governo dal popolo è invece una assurdità che è stata sperimentata solo in Israele per un breve periodi e con risultati catastrofici.

Il Capo del Governo deve controllare effettivamente l’esecutivo ma deve dipendere dalla fiducia del Parlamento e deve potere essere sostituito se vi fossero serie e gravi ragioni. Il sistema tedesco rende questa sostituzione difficile (ed evita così le crisi di governo ricorrenti che hanno piagato la Prima Repubblica) ma non la rende impossibile, ed infatti in un paio di occasioni in sessanta anni a questa possibilità si è fatto opportunamente ricorso. Un buon sistema deve essere flessibile per adattarsi anche ad eventi straordinari. Si può prevedere, eventualmente, che in caso di cambiamento del capo del governo a legislatura in corso il nuovo governo debba presentarsi agli elettori entro un anno per ricevere la loro conferma ma questo è il massimo di rafforzamento dell’esecutivo compatibile con un sistema parlamentare.

La riforma della forma di governo deve essere accompagnata dalla riforma del sistema elettorale. La deriva plebiscitaria è tentata dalla ipotesi di una democrazia senza partiti. A questa tentazione bisogna resistere: i partiti possono uccidere una democrazia ma non ci sono democrazie senza partiti. È bene cercare di evitare la formazione di aggregazioni meramente personalistiche e clientelari e favorire la convergenza delle grandi tradizioni politiche effettivamente presenti nel paese.
A questo serve un sistema elettorale proporzionale con una adeguata soglia di sbarramento. Se si pensa che la preferenza sia uno strumento che può favorire un voto clientelare ma si vuole, d’altro canto, mantenere un rapporto forte fra l’eletto e gli elettori si possono eleggere i candidati in collegi uninominali con riparto proporzionale dei seggi con il sistema in vigore a suo tempo per il Senato della Repubblica. Credo che dobbiamo dare la nostra disponibilità ad un federalismo nazionale, per unire e non per dividere il paese. Serve il restituire allo Stato il ruolo di comunità sovraordinata, della quale le regioni fanno parte e serve istituire una camera delle regioni in cui le regioni diventino Stato, assumendo collettivamente responsabilità nazionale.
Serve, infine, una riforma della giustizia che prima di tutto ne incrementi la efficienza. Se i processi si facessero in fretta molti problemi si risolverebbero anche nel rapporto con la politica. I colpevoli verrebbero condannati e gli innocenti potrebbero ricevere un giusto risarcimento politico. È poi giusto ribadire la indipendenza della magistratura ma anche farne regredire la politicizzazione. Una magistratura politicizzata non può essere indipendente. Bisogna evitare la dipendenza dall’esecutivo ma quella da un partito lo da una ideologia può essere ancora più esecrabile. A volte, quando si finisce in un vicolo cieco, per potere andare avanti è necessario prima tornare indietro. Tornare indietro rispetto agli eccessi della deriva plebiscitaria per andare avanti verso una vera democrazia che decide.

Di Rocco Buttiglione, tratto da Liberal del 10 agosto 2010










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