D’Onofrio: la scuola tra eguaglianza e meritocrazia

Soprattutto negli ultimi tempi si sta facendo un gran parlare di merito scolastico e di merito universitario. Più di un commentatore politico ha infatti posto in evidenza che vi è una qualche resistenza culturale di fondo, in Italia, ad affermare il primato del merito scolastico, in quanto per una lunghissima tradizione culturale e politica allo stesso tempo si è preferito un sistema fondato sulla ricerca dell’eguaglianza tra gli studenti, con particolare riferimento alla politica scolastica ed alla politica universitaria degli ultimi cinquanta anni.

Non vi è dubbio che la questione dell’eguaglianza tra gli studenti ha avuto in passato ed ha ancora in qualche modo oggi una rilevanza soprattutto economica, nel senso che vi è stata una comune rilevazione in base alla quale le differenze economiche – soprattutto familiari – tra gli studenti avevano fatto del conseguimento dell’eguaglianza una questione di fondo che si è imposta anche al legislatore scolastico nazionale. Basti considerare il lunghissimo periodo che dovette trascorrere per giungere almeno alla previsione di una scuola elementare obbligatoria e quinquennale; basti pensare ancora che soltanto all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso si è giunti ad avere una scuola media unificata ed obbligatoria, facendo in modo che la previsione costituzionale degli otto anni di insegnamento obbligatorio fossero concretamente conseguibili; basti pensare infine alle radicali discriminazioni formalmente soltanto culturali – ancora esistenti nel rapporto tra scuola secondaria superiore e università.
Soltanto alla fine degli anni Sessanta si è infatti affermato il principio del pari diritto all’accesso agli studi universitari da parte degli studenti da qualunque scuola secondaria provenissero.
La strategia generale tendente alla eguaglianza economica prima ancora che culturale tra gli studenti ha pertanto rappresentato una costante della politica scolastica e della politica universitaria italiana da oltre un secolo.
Si è trattato dunque di un primato del valore dell’eguaglianza – soprattutto economica – tra tutti gli studenti a prescindere dal merito di ciascuno di essi nello svolgimento degli anni dell’insegnamento obbligatorio minimo e quindi degli anni della prosecuzione scolastica secondaria e universitaria. Occorre pertanto essere consapevoli che non si è trattato di un atteggiamento istituzionale strettamente legato ad una cultura classista o pauperistica: il principio di eguaglianza è stato vissuto soprattutto come principio dell’eguale partecipazione culturale ad una comune cittadinanza in presenza di radicali differenze economiche e sociali dei punti di partenza dei bambini prima e dei ragazzi dopo.

Nel corso di questo lunghissimo periodo soltanto modeste isole di eccellenza formalmente riconosciute come tali sono state predisposte, quale ad esempio la Scuola Normale di Pisa. In questo caso il merito è stato ritenuto elemento costitutivo per la selezione degli studenti della Scuola Normale quasi a rappresentare una sorta di eccezione nel panorama generale del prevalere anche del sistema scolastico del principio di eguaglianza prevalentemente economico.

Non vi è dubbio che le mutate circostanze nelle quali l’intera Italia vive oggi rispetto non solo all’Ottocento ma anche alla prima metà del XX secolo, pone con urgenza la questione del merito inteso non più soltanto come fatto di eccellenza sporadico di qualche studente ma come valore strutturale dell’intero sistema scolastico e universitario italiano.
Da molti decenni infatti l’Italia vive nel processo di integrazione europea che comporta anche dal punto di vista scolastico la possibilità di una valutazione comparativa tra gli studenti dei diversi paesi europei, come risulta in particolare in riferimento al cosiddetto programma europeo Erasmus. Da qualche anno inoltre, anche gli studenti italiani vivono in una sorte di competizione globalizzata che tende da un lato a far considerare la cosiddetta fuga dei cervelli non più soltanto come fenomeno che ha guardato dapprima ai paesi europei più progrediti dell’Italia, agli Stati Uniti d’America soprattutto negli ultimi decenni, ed ora anche al Giappone, ma che vede questo fenomeno manifestarsi nel prossimo futuro anche nei confronti dei grandi paesi emergenti quali sono ad esempio la Russia, la Cina, l’India e il Brasile.

Occorre pertanto un nuovo equilibrio culturale prima ancora che legislativo tra merito ed eguaglianza: il merito non può più essere soltanto il soddisfacimento di limitatissime minoranze di studenti perché deve divenire un criterio acquisito sin dalle scuole elementari per la promozione culturale ed umana di bambini complessivamente ritenuti appunto meritevoli; l’eguaglianza deve essere sempre ed ancora perseguita ogni volta che risulti determinante la condizione economica individuale o familiare quale elemento decisivo per la scelta del tipo di istruzione superiore o del se della prosecuzione degli studi scolastici o universitari.
Si tratta di una gigantesca riconversione culturale – ancora una volta prima ancora che politica – dell’intero programma scolastico ed universitario di un governo che abbia a cuore la condizione educativa degli studenti italiani nel mondo globalizzato nel quale l’Italia oggi si trova.
È da augurarsi pertanto che in questo contesto anche il rapporto con la scuola di ispirazione cristiana finisca con l’essere vissuto come parte di una grande riconversione: dovranno essere sempre più i valori distintivi della scuola di ispirazione cristiana ad essere determinanti nella scelta del tipo di istruzione, mentre le condizioni economiche di sostanziale eguaglianza degli studenti e delle loro famiglie dovranno a loro volta essere poste a fondamento della prosecuzione degli studi secondo quanto la stessa Costituzione italiana afferma allorché parla di capaci e meritevoli.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 7 settembre 2010

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