Cossiga: il ricordo di Enzo Carra a Chianciano

10 SET – Un pomeriggio d’inverno, verso la fine del 1993, annus horribilis, a Roma, in Piazza Santa Maria in Trastevere, all’uscita della Messa. Francesco Cossiga si cavò dalla testa un cappello pieno di pioggia. “Questa alluvione ci ha portato via tutti quanti .

Guai a chi non se n’è accorto e crede di poter continuare come niente fosse”. Lui se n’era accorto tra i primi. Non era il responsabile di quel disastro. Aveva soltanto dato l’allarme. A suo modo. Picconando.

Certo, non faceva finta di niente come altri. Non voleva tirare a campare.

Anche di Francesco si potrebbe dire che “se l’è andata a cercare”.

Ma qualche volta meglio tirare le cuoia che sopravvivere senza grandezza agli ordini di leader e in partiti che nulla hanno a che fare con noi.

Noi, a distanza di tanti anni da quel crollo abbiamo una responsabilità diversa.

Noi che quell’alluvione, quella sconfitta con le sue conseguenze le abbiamo vissute in prima persona.

Noi avremmo dovuto già essere riusciti a voltare definitivamente pagina.

Avremmo già dovuto mettere in campo una generazione nuova di cattolici in politica, che vogliano lavorare per un mondo più giusto.

Che spazzino le macerie del neoliberismo.

Che facciano quel che il comunismo si proponeva ma non è riuscito a fare…

Che riprendano la strada indicata dalla Dottrina sociale della Chiesa.

Che dicano anche a noi che quella che sta finendo non è la Seconda Repubblica, ma la coda avvelenata della prima.

Perché una Repubblica cambia se si cambia la Costituzione.

E questo non è successo.

Saranno i giovani, dunque, a inaugurare un’autentica Seconda Repubblica.

Il sole sorgerà ancora , quando saranno altri, dopo di noi, a continuare un progetto che ci è stato interrotto da quel crollo. Solo interrotto.

Quello che abbiamo alle spalle è il tempo che spiega la passione e la follia, la tristezza e l’allegria di Francesco Cossiga.

Un uomo dell’Occidente che aveva schierato gli euromissili e aveva portato al governo un ex comunista con l’impegno di schiacciare la resistenza imperialista dell’ex comunista Milosevic.

Un uomo che ha cominciato a morire quando la delusione ha preso il sopravvento sulla speranza.

Quando ha capito che andando in scena non faceva altro che riproporre la sua personalità ma non apriva strade nuove.

Quando è diventato un’icona, un pezzo di storia in movimento.

Quando ha realizzato di non essere più un uomo politico, ma semplicemente e drammaticamente un uomo.

La sua tragedia personale deve trasformarsi in coraggio per il futuro.

Perché il futuro è oggi nuovamente nelle nostre mani. Nelle mani dei nostri giovani.

Che Dio ci benedica tutti.










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