D’Onofrio: Serve il sesto punto, un nuovo patto costituzionale

Siamo in tanti a sostenere che in tutte le democrazie occidentali contemporanee – che si tratti sia di monarchie sia di repubbliche; sia di sistemi parlamentari, sia di sistemi presidenziali, sia di sistemi semi-presidenziali, sia di sistemi di cancellierato – vi è una distinzione, anche formale, tra valori istituzionali fondamentali condivisi e maggioranze di governo.
Si tratta di un’affermazione del tutto condivisibile, della quale peraltro non riusciamo ancora a trovare un vero e proprio bandolo della matassa in quella che chiamiamo la Seconda Repubblica. In tutto il tempo della Prima Repubblica, infatti, vi era una distinzione sostanziale tra il Patto costituzionale originario e le intese politiche, che avevano dato vita di volta in volta alle maggioranze di governo.
Questa distinzione è stata vigente dall’indomani della seconda guerra mondiale fino al 1992: il Patto costituzionale originario era infatti il Patto del Cln, mentre le intese politiche avevano dato vita sia ai governi centristi del periodo 1948-1958, sia ai governi di centrosinistra del periodo che va dal 1963 al 1976. È infatti dal tempo dei governi di pentapartito, che vanno dal 1983 in poi, che si entra sostanzialmente nella crisi della distinzione tra Patto costituzionale e Accordi politici di governo, come dimostra anche la tormentata vicenda della Bicamerale De Mita prima, e Jotti poi.

Dall’inizio della Seconda Repubblica, infatti, non siamo ancora riusciti a trovare un sistema complessivo e universalmente accettato, in virtù del quale si possa distinguere il Patto costituzionale dall’Accordo di governo. Abbiamo sperimentato infatti la formale distinzione della ricerca delle riforme costituzionali da un lato, e la formazione di una maggioranza di governo dall’altro, come avvenne nella seconda metà degli anni Novanta, con la distinzione tra la Bicamerale D’Alema da un lato e il governo Prodi dall’altro. Abbiamo sperimentato, in seguito, la coincidenza nello stesso soggetto politico di riforme costituzionali e maggioranze di governo, come è avvenuto nel 2001 da parte del centrosinistra e nel 2005 da parte del centrodestra, allorché la stessa maggioranza ha dato contemporaneamente vita a profonde riforme costituzionali e alla gestione quotidiana degli affari di governo. Siamo oggi in presenza della difficoltà di trovare una soluzione adeguata a questo problema, che resta il problema essenziale della nostra vita politica ed istituzionale.
Occorre un nuovo equilibrio costituzionale sia per quel che concerne l’assetto territoriale dei poteri pubblici, sia per quel che concerne il sistema politico-istituzionale visto nel suo insieme: da una parte questo nuovo equilibrio si traduce sostanzialmente nella ricerca, ancora faticosa, di un federalismo capace di tenere insieme Nord e Sud dell’Italia; dall’altra parte questo nuovo equilibrio costituzionale concerne il rapporto tra parlamento e governo, e quindi tra rappresentanza parlamentare e accordo politico di maggioranza.
Questo nuovo equilibrio concerne anche il tormentato rapporto tra magistratura e potere politico: nazionale rimane e deve rimanere il potere giurisdizionale, pur in un sistema tendenzialmente federale; la sovranità del popolo a sua volta deve poter contemporaneamente concorrere ad eleggere i parlamentari nazionali ed a consentire una stabile funzione di governo. Questo nuovo equilibrio costituzionale non è stato ancora trovato, come dimostra il perdurare di una grande ambiguità sul tema del federalismo da un lato, e dell’autonomia della magistratura dall’altro. Vi è da augurarsi che in vista dell’imminente dibattito parlamentare sul governo Berlusconi si possa trovare un’intesa di fondo almeno sulla necessità di distinguere Patto costituzionale da un lato e Accordi di governo dall’altro.

Si sente molto parlare dei cinque punti di programma ma purtroppo per nulla della distinzione tra Patto costituzionale e Accordo di governo: l’iniziativa spetta certamente al governo, che peraltro parla di federalismo ma non anche di nuovo sistema elettorale; le opposizioni, a loro volta, devono rendere compatibile la giusta richiesta di una nuova legge elettorale con la disponibilità a lavorare anche con le forze politiche di maggioranza per un nuovo assetto costituzionale complessivo, magistratura compresa. Si tratta di un’impresa molto difficile, ma certamente non impossibile.

di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 15 settembre 2010.

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