D’Onofrio: Unicredit e Fiat, tra globale e locale

Necessità internazionali e ambizioni territoriali: una strettoia dalla quale è difficile passare

La complessa vicenda delle dimissioni di Alessandro Profumo dall’incarico di amministratore delegato di Unicredit è stata esaminata da molti punti di vista. Vi è stata, e vi è, innanzitutto, la questione del difficile rapporto tra i diversi azionisti e il management complessivo di Unicredit. Vi è stata, e vi è, l’affaire della progressivamente più forte presenza libica nella gestione finanziaria di Unicredit. Vi è stata, e vi è, la questione dei profitti decrescenti di Unicredit. Vi è stata, e vi è, la questione del rapporto tra Unicredit e le grandi banche statunitensi ed europee operanti nel medesimo settore. Ma vi è stata, e vi è, una questione che assimila in qualche modo la vicenda di Unicredit a quella alla quale abbiamo assistito qualche settimana fa in riferimento alla Fiat: il tormentato rapporto tra globale e locale.
 Sia la Fiat, infatti, sia Unicredit stanno vivendo la difficile stagione della loro specifica politica – automobilistica l’una, finanziaria l’altra – in un contesto che per un verso tira l’una e l’altra verso le nuove dimensioni del mercato globale, e per altro verso le costringe a tenere in considerazione anche e soprattutto la dimensione locale.
La dimensione globale, infatti, tende sempre più a costruire una propria dimensione fortemente legata allo specifico prodotto, di volta in volta considerato trainante: l’auto nell’un caso; l’investimento finanziario nell’altro. Questa spinta alla globalizzazione tende dunque a fare del singolo prodotto di volta in volta considerato l’elemento determinante della specifica politica industriale di chi registra le novità della competizione in chiave globale. Non si tratta soltanto del costo del lavoro o del singolo investimento finanziario, sebbene entrambi questi aspetti siano molto rilevanti l’uno per l’auto, e l’altro per gli investimenti finanziari.
Si tratta – come abbiamo potuto constatare in riferimento a Termini Imprese prima, a Pomigliano dopo e al Lingotto infine – di un insieme di questioni che attengono certamente al costo di produzione della singola vettura, ma che coinvolgono anche visioni generali di nuove relazioni industriali, confronti sul costo del lavoro per unità di prodotto in parti diverse del globo, prospettive di espansione del mercato dell’auto in questa o quella parte del mondo. In breve, le vicende degli ultimi tempi della Fiat hanno dimostrato la grande differenza tra il rapporto che l’Italia in quanto tale aveva vissuto un tempo in riferimento alla Fiat medesima, e il rapporto nuovo che stenta ad instaurarsi da quando la Fiat è entrata in un combinare visione globalizzata da un lato, e perdurante consistenza locale dall’altro.
Le vicende di Unicredit hanno a loro volta dimostrato sino ad ora che le spinte alla sua radicale internazionalizzazione, soprattutto sul territorio europeo, si sono via via venute scontrando con le visioni del territorio o dei territori nei quali operano quei nuovi soggetti istituzionali che sono le Fondazioni bancarie. Queste ultime si sono infatti venute costituendo secondo una logica istituzionale ed una cultura politica propria del territorio, e quindi della politica che di quel territorio si fa paladina e si erge a difesa.
Siamo dunque in presenza di un tendenziale contrasto di fondo tra le esigenze strettamente produttive che questo moto di globalizzazione pone in evidenza, e le forme territoriali proprie della politica che vede in quei territori più gli elettori che non i produttori. Il conflitto che vediamo realizzarsi tra globale e locale diventa pertanto sempre più un conflitto tra politiche industriali legate tendenzialmente al singolo prodotto, di volta in volta ritenuto determinante per le esigenze della competitività nella nuova dimensione della globalizzazione, e politiche industriali che nascono dal territorio ma in ordine alle quali la politica tende a considerare come determinanti più gli elettori in quanto tali che non le capacità competitive globali dei singoli segmenti produttivi presenti sul territorio medesimo.
Anche in riferimento alla vicenda Unicredit, pertanto, si può rilevare che stiamo assistendo ad un fenomeno che diviene sempre più decisivo: la globalizzazione tende a scardinare le antiche istituzioni della democrazia locale in nome delle necessità produttive che anche i singoli territori sono sempre più costretti a considerare rilevanti.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 25 settembre.

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