D’Onofrio: la tormentata agonia del bipartitismo

Arrivati a questo punto occorre cambiare le regole per garantire la governabilità

Chiusa la vicenda degli ormai “famigerati” cinque punti del programma di governo, è di tutta evidenza che siamo pur sempre in presenza del fallimento della ipotesi bipartitica che si era orgogliosamente giocata nelle elezioni politiche del 2008. Due anni or sono, infatti, è stata presentata una sorta di preteso completamento della evoluzione assentamene bipolare del sistema politico italiano, nel senso di un approdo che aveva assunto le caratteristiche lessicali della “vocazione maggioritaria” da un lato, e della conseguente affermazione del “voto utile” dall’altro. La vocazione maggioritaria non riguardava infatti la del tutto legittima pretesa di conseguire una maggioranza popolare per governare il Paese, ma la presuntuosa affermazione della sufficienza del Pdl da un lato e del Pd dall’altro per vincere le elezioni politiche e – si faceva credere allora – per governare il Paese.
L’esito di quelle elezioni politiche non diede ragione alla vocazione maggioritaria del Pd, sia perché esso si era presentato alle elezioni con l’alleanza almeno elettorale con Idv, sia perché in un breve arco di tempo passò dalla segreteria Veltroni – che aveva dato vita proprio alla vocazione maggioritaria del Pd anche se solitario – alla segreteria Bersani (dopo l’interregno Franceschini), che ha iniziato il tormentato cammino verso la costruzione di una vera e propria alleanza politica, che tende non più soltanto alla vittoria elettorale del Pd medesimo, soprattutto perché non più considerato da solo. Vicende molto diverse avevano caratterizzato l’affermazione della vocazione maggioritaria del Pdl: questa infatti si basava sul rifiuto sdegnoso delle alleanze politiche del Pdl medesimo ad esclusione della sola alleanza con la Lega Nord. La vocazione maggioritaria del Pdl è stata dura a morire perché – a differenza dal Pd – non consentiva alcun passaggio da una cultura plebiscitario-carismatica ad una cultura di vera e propria alleanza politica. Questa infatti aveva ed ha a base una radicale questione di identità ideale e politica di tutti gli alleati. Ed è di tutta evidenza infatti che non può esservi alleanza politica con chi ritiene che l’identità coincida con la leadership personale e non con i valori costitutivi di quanti concorrono alla nascita di un soggetto collettivo, come tale destinato ad andare anche oltre. Lo scontro che da qualche mese si è manifestato tra il Fli e il Pdl non è dunque destinato ad esaurirsi in un voto, per impegnativo che esso sia dal punto di vista costituzionale. Il Popolo delle libertà aveva infatti posto la propria vocazione maggioritaria in modo tale da escludere qualunque ipotesi di alleanza politica della quale il Pdl medesimo facesse parte, ad esclusione – come si è detto, e per le ragioni di cui si è detto, della Lega Nord.

Questioni politiche dunque e non personali sono quelle che hanno dato vita al tormento ideale e programmatico del Pd da un lato e del Pdl dall’altro. Non si tratta soltanto di questo o di quell’esponente politico più o meno disposto a giocare il proprio ruolo personale in questo o quello schieramento politico. Si tratta – più significativamente – proprio della questione politica di fondo: le elezioni sono un passaggio fondamentale per il governo di un Paese o sono l’unico obiettivo al quale le diverse formazioni politiche devono guardare? Nel primo caso, è di tutta evidenza che si è in presenza di schieramenti politici che si presentano agli elettori per vincere le elezioni e per governare il Paese sulla base della convergenza, anche se limitata nel tempo, dei rispettivi programmi. Nel secondo caso, le intese tra i soggetti politici sono esclusivamente elettorali e quindi non possono essere considerate dirimenti le questioni delle identità culturali e politiche delle diverse parti che concorrono alla competizione elettorale.
Qualche volta si deve finire pertanto con il condividere il giudizio che alcuni studiosi danno di se stessi: essere in anticipo sulla storia; essere in ritardo sulla cronaca. Quella che stiamo vivendo è infatti un’agonia tormentata del bipartitismo: nel 2008 avevamo detto, forse in anticipo sulla storia, che il bipartitismo era morto; non vorremmo che i nostalgici di quel bipartitismo siano oggi in ritardo sulla cronaca, rendendo tormentata un’agonia che forse sarebbe già dovuta terminare.

Di Francesco D’Onofrio, tratto dal Liberal del 1° ottobre 2010

2010100128439[1].pdf








Lascia un commento