D’Onofrio: una generazione inquieta, non è solo giovanilismo

Una classe politica che abbandona l’istruzione condanna il Paese alla decandenza 

In tante città d’Italia si sono svolte manifestazioni studentesche contro la cosiddetta riforma Gelmini; per domani si preannunciano manifestazioni di ricercatori contro le decisioni di tagli alla ricerca scientifica avvenuti negli ultimi anni ed aggravati – a loro giudizio – dalla riforma universitaria promossa dalla Gelmini medesima. Inoltre, in questi giorni si stanno svolgendo in molte università italiane assemblee e manifestazioni.

La causa di questo è il licenziamento di molti ricercatori che, nel corso degli anni, avevano finito con l’assolvere sostanzialmente ad una essenziale funzione didattica, in quanto tale ovviamente estranea all’attività di ricerca vera e propria. Non si è trattato e non si tratta delle solite manifestazioni di protesta universitaria, che quasi puntualmente hanno luogo ad ottobre e quindi ad inizio dell’anno accademico. Accanto a queste ragioni tradizionali, ve ne sono infatti almeno due che concorrono a far ritenere quel che sta accadendo molto più rilevante – per l’intero Parlamento nazionale – di quel che fino ad ora sembra essere stata la reazione del ministro Gelmini e dell’intero governo. Accanto ai tradizionali striscioni vagamente sessantottini, hanno campeggiato infatti due striscioni che inducono seriamente a considerare queste manifestazioni quali sintomi di un male più profondo di quello che siamo stati abituati a considerare tipico di ogni anno accademico.

I due striscioni ai quali sarebbe opportuno che l’intero Parlamento facesse attenzione affermavano, infatti, l’uno «Ci hanno rubato il nostro futuro», e l’altro «Aprire una scuola significa chiudere un carcere». Il secondo striscione, infatti, stabiliva un nesso inscindibile tra formazione scolastica e attitudine a commettere crimini. Si tratta dunque di una questione di fondo di una politica della giustizia che non guardi quasi esclusivamente a “lodi Alfano”, a “norme transitorie dei processi brevi”, o alla questione certamente essenziale del rapporto tra giustizia e politica. Chi guardasse con attenzione a questo striscione, si porrebbe infatti il problema di come affrontare la questione criminale dal lato del sapere e non più soltanto o prevalentemente dal lato dell’ordine pubblico. Quanti hanno criticato la politica del rigore seguita dal governo attraverso i cosiddetti tagli lineari a tutte le spese di tutti i ministeri, troverebbero in questo striscione un argomento di fondo per ribadire con forza il principio in virtù del quale non si può seriamente affrontare una politica della giustizia senza aver l’intelligenza e, se necessario, il coraggio di affrontare la questione del sapere intesa quale grande questione sociale, e non solo quale questione concernente il merito scolastico. L’altro striscione merita, a sua volta, una risposta di fondo ad una questione altrettanto di fondo: una generazione che non senta il proprio futuro in termini attraenti è una generazione che nel migliore dei casi tende a forme nuove di autismo.
Il rapporto tra passato, presente e futuro ha infatti rappresentato, da molti secoli a questa parte, un punto di equilibrio mobile ma necessario, come dimostra la stessa distinzione tra la sinistra – almeno in Europa utopicamente tesa ad un futuro nel quale si sarebbe realizzata una eguaglianza nei punti di arrivo – e la destra che è sembrata privilegiare, e non soltanto in Germania e in Italia, la conquista immediata del potere quale motivazione capace di conseguire consistenti sostegni popolari a regimi formalmente dittatoriali.
La generazione presente sente infatti che il futuro non è più nelle sue mani, o almeno non è più nelle mani di quegli Stati nazionali che avevano in passato garantito che il futuro dei loro popoli finiva con il coincidere con il destino stesso dei loro Stati. Sta cambiando da qualche anno a questa parte il rapporto tra il futuro e il lavoro: se questo manca, nel senso del lavoro conseguito prevalentemente sulla base di una visione di casta, non vi è futuro che possa riguardare chi non si sente appartenente a nessuna casta politica, accademica, professionale che sia. Questa generazione sente infatti il problema che gli italiani stanno vivendo anche in termini di generazioni: se le generazioni precedenti sono vissute conseguendo occasioni di lavoro, anche sulla base di una spesa pubblica consistente, la generazione attuale ha maturato il convincimento che il suo futuro se lo sono giocato le generazioni precedenti. E non vi è chi non veda che in termini strettamente politici le generazioni precedenti sono quelle che sono state protagoniste nella cosiddetta Prima Repubblica – fossero esse al governo o all’opposizione del governo medesimo.

Ma gli Stati contemporanei non possono più permettersi di decidere il livello del proprio debito pubblico. E non basta recarsi all’estero per cercare altrove le condizioni per un lavoro dignitoso. Rapporto tra sapere e delitto da un lato, e tra il lavoro e il futuro dall’altro hanno rappresentato in queste manifestazioni una straordinaria occasione di lettura non solo sociologica del momento presente che i giovani d’Italia stanno vivendo: chi orgogliosamente afferma di voler governare l’Italia non può pertanto limitarsi ad invocare un passato che è terminato anche prima di Mani Pulite.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 13 ottobre 2010

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