Intervento del Sen. D’Alia sul DFP

Signor Presidente, la nuova legge di contabilità impone all’Esecutivo, come è noto, l’obbligo di presentare lo schema di decisione di finanza pubblica entro il 15 settembre di ogni anno, al fine di consentire alle Camere di esaminare in tempi congrui i contenuti e stabilire l’entità della successiva manovra finanziaria nonché le cifre e le modalità attraverso cui questa entità si raffigura nei saldi di finanza pubblica.

Lo schema di Decisione di finanza pubblica è stato invece presentato alla Camere ben oltre il termine stabilito dalla legge di contabilità pubblica, violando così una prerogativa del Parlamento e precludendo allo stesso la possibilità di un approfondito esame del quadro programmatico e dell’efficacia degli obiettivi, peraltro non chiaramente rinvenibili.

L’irrilevanza politica del documento deriva da un’ulteriore duplice circostanza. Da un lato, la manovra di finanza pubblica è stata anticipata a luglio, e giacché l’Esecutivo persevera nell’atteggiamento di scegliere di non scegliere, l’effetto del decreto legge n. 78 del 2010 sulla crescita del PIL deve ritenersi di segno ampiamente negativo, con conseguenze che si prospettano rilevanti anche in termini di perdita dì competitività complessiva del Paese. Inoltre, l’ormai imminente approvazione del nuovo patto di stabilità e di crescita a livello europeo impone di procedere a una disamina politica, anziché meramente tecnica, del contenuto della Decisione di finanza pubblica. Infatti, il 29 settembre, lo stesso giorno in cui il Presidente del Consiglio si presentava alla Camera per chiedere il voto di fiducia, la Commissione europea approvava il pacchetto di misure sulla governance economica.

L’obiettivo è una migliore sorveglianza delle politiche di bilancio, delle politiche macroeconomiche e delle riforme strutturali degli Stati membri, attraverso nuovi meccanismi di controllo: in particolare, attraverso il rafforzamento dei Patto di stabilità e di crescita; la prevenzione e la correzione degli squilibri macroeconomici; la cronologia e una panoramica del nuovo sistema di sorveglianza ed implementazione.

A fronte dei suddetti elementi, la proposta della Commissione europea prevede inoltre che il nostro Paese debba, nei prossimi 10 anni, procedere a una drastica, consistente, massiccia e rilevantissima contrazione e riduzione del debito pubblico con aggiustamenti che prevedono manovre economiche di portata obiettivamente epocale. Tutto ciò per tentare di riportare il nostro debito pubblico al 60 per cento del PIL.

Sono gli attuali tassi di interesse e gli scenari di crescita della nostra economia, che vengono da tutti condivisi, questo aggiustamento comporterà prevedibilmente un avanzo primario di circa il 5 per cento del prodotto interno lordo. Questo è un obiettivo impegnativo e la Decisione di finanza pubblica contempla però avanzi primari mediamente inferiori al 2 per cento per i prossimi tre anni e si limita a stabilizzare il debito ai livelli del 2009, non certo a ridurlo. Quindi, si prospetta una manovra complessivamente di circa 9 punti di PIL in 3 anni. Se questa riduzione dei debito non verrà conseguita da qui a tre anni il nostro Paese dovrà pagare una sanzione che potrebbe ammontare a più di un punto di PIL (lo 0,2 per cento più un decimo dello scostamento, quindi lo 0,9 per cento per un totale dell’1,1 per centro del prodotto interno lordo).

Il Governo, se intende rispettare questi impegni, deve quindi modificare profondamente l’indirizzo di politica economica sin qui seguito, puntando su una più forte crescita della nostra economia e su interventi di contenimento della spesa pubblica e di contrasto all’evasione fiscali ben più incisivi di quelli varati sino ad ora.

Eppure nel DFP non c’è cenno ad una strategia di rientro del debito pubblico. Negli interventi alla Camera e al Senato del Presidente del Consiglio, alla richiesta del voto di fiducia, nessuna parola è stata spesa su tale argomento.

Non si è ritenuto insomma di comunicare direttamente agli italiani questi impegni gravosi che si stavano prendendo a livello europeo.

Le cose sono tre: o il Governo è convinto di non farcela a sopravvivere da qui alla fine della legislatura e dunque è intenzionato a scaricare la “patata bollente” al prossimo Esecutivo, o il Governo conta in una non applicazione di queste regole oppure l’Esecutivo conta di ridurre solo il debito lordo, ma non il debito netto.

Appare quindi oltremodo pericoloso proseguire lungo la strada dello svuotamento del dibattito sulla politica economica e di finanza pubblica: l’entrata in vigore nel 2016 del nuovo Patto europeo di stabilità e crescita imporrà anche al nostro Paese un percorso di rientro dal proprio debito particolarmente gravoso, nel presupposto di una crescita economica particolarmente modesta.

Sono pertanto ingiustificate da questo punto di vista le accuse di catastrofismo rivolte a quanti sollevano tali questioni. Il Governo ha al contrario il compito di delineare immediatamente una strategia di riallineamento della propria programmazione economico-finanziaria per non farsi trovare impreparato rispetto all’introduzione dei nuovi vincoli europei, per dovere di onestà politica e intellettuale. Infatti, l’andamento della finanza pubblica impone un’immediata analisi dei principali capitoli di politica economica, come l’aumento della disoccupazione, la contrazione della domanda interna delle famiglie, il permanere inoltre di un grave squilibrio dei conti pubblici, a testimonianza del fallimento delle politiche economiche dei Governo.

I dati relativi all’andamento della finanza pubblica per il 2010 confermano peraltro le gravi difficoltà esistenti. Spiccano, al riguardo, i preoccupanti dati programmatici relativi all’andamento del debito pubblico previsto nel 2010 al 118,5 per cento e oltre il 119,2 per cento nel 2011, e l’andamento dell’indebitamento netto, previsto al 5 per cento nel 2010 e al 3,9 per cento nel 2011. Ciò conferma l’inefficacia delle misure di stabilizzazione automatica delle spese e l’assenza di credibili riforme strutturali per il Governo della spesa.

Inoltre, l’avanzo primario, principale indicatore del buon andamento della finanza pubblica, è stato completamente eroso nel corso degli ultimi due anni, registrando un disavanzo dello 0,3 per cento nell’anno in corso. Nel documento al nostro esame, l’Esecutivo prefigura un percorso di risanamento finanziario che produrrà una correzione dell’andamento con un avanzo per il 2011 dello 0,8 per cento. Ad aggravare il quadro di finanza pubblica, il DFP stima per il 2010 un forte calo del gettito delle entrate tributarie da imposte dirette, pari a circa 7,156 miliardi di euro rispetto alle previsioni della RUEF 2010, e per 8,186 miliardi di euro nel 2011. Le entrate totali, come riferisce il DPF, registrano un contenimento della loro incidenza rispetto al PIL che passa dal 47,2 per cento nel 2009 al 46,4 per cento nel 2013.

A fronte del forte calo delle entrate tributarie da imposte dirette, la Decisione di finanza pubblica registra comunque un andamento della pressione fiscale che raggiunge nel 2010 il 42,8 per cento in rapporto al PIL, rimanendo per tutto il periodo del quadro programmatico di previsione significativamente al di sopra del 42,4 per cento.

Le stime della Decisione di finanza pubblica sulla crescita economica, poi, evidenziano per l’anno 2010 una crescita del PIL dell’1,2 per cento, superiore alle più recenti stime dell’OCSE e dell’UE, ed una crescita dell’1,3 per cento nel 2011, ben al di sotto delle previsioni di crescita del resto dei Paesi dell’Unione e di quelli maggiormente sviluppati. Una crescita così bassa è fonte di forte scetticismo circa l’efficienza delle politiche programmatiche per lo sviluppo e tale da far sembrare irrealizzabili gli obiettivi di finanza pubblica.

In sintesi, la Decisione di finanza pubblica, visti i dati sull’andamento economico e finanziario, presenta un quadro da cui emerge chiaramente una perdita strutturale di capacità competitiva del Paese, non interpretabile soltanto in base all’andamento del ciclo economico ma, al contrario, come un deterioramento progressivo del capitale fisico delle imprese, del capitale sociale e del fattore lavoro. Difficoltà che ci impediscono di agganciare il treno della ripresa, così come stanno facendo il resto dei Paesi maggiormente sviluppati, e ci condannano ad andare a loro rimorchio.

La gravità della situazione in cui si trova l’Italia non può più essere attribuita per intero e soltanto agli effetti della crisi economica e finanziaria internazionale. Al contrario, in proposito, molto dipende, ed è dipeso, dall’immobilismo del Governo e dalla reiterata sottovalutazione dei problemi del Paese. In particolare, non emergono linee programmatiche incisive in tema dì occupazione giovanile, famiglie e Mezzogiorno.

Ci chiediamo al riguardo dove sia finita la riforma del sistema fiscale, dove sia finita l’introduzione del quoziente familiare. Nulla di tutto ciò è menzionato nello schema di Decisione di finanza pubblica. Eppure queste priorità sono state indicate come punti qualificanti del programma politico sul quale il Governo ha recentemente ottenuto il voto fiducia delle Camere.

Anche questo fa parte del fallimento della politica degli annunci, come il proclamato Piano per il Sud. Solo un dato per tracciare un quadro, purtroppo definitivo, sul tema. Nonostante la flessione, in valori assoluti il PIL ai prezzi di mercato per abitante del Centro-Nord continua ad essere sensibilmente più elevato di quello del Mezzogiorno: 30.036 euro nel Nord-Ovest, 29.746 euro nel Nord-Est e 28.204 euro nel Centro, contro i 17.324 euro del Mezzogiorno. In questo contesto, non una parola, né nel documento, né della Decisione di finanza pubblica, che ci faccia capire come si esce da questa spirale e da questo circolo assolutamente poco virtuoso.

Capisco che per il Governo il passaggio della Decisione di finanza pubblica sia meramente formale: lo si considera quasi inutile. Quando un anno fa l’abbiamo approvata, la legge di contabilità pubblica sembrava fosse la panacea di tutti i mali e avesse risolto i problemi della legge finanziaria. Ricordate il dibattito sulla legge finanziaria? Ci siamo ridotti alla circostanza che facciamo una finanziaria ogni tre mesi, senza avere un quadro di insieme delle politiche economiche e finanziarie del Paese.

Credo che questo documento, che dal nostro punto di vista ha un valore, certifichi il fallimento della politica economica e finanziaria del Governo, che deve radicalmente cambiare rotta.

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