D’Onofrio: dal predellino al partito, un percorso molto difficile

Si legge di una ipotesi di “democratizzazione” del Popolo della libertà: consistente nel fatto che i coordinatori regionali del Pdl medesimo non sarebbero più nominati dal Presidente ma da una ancora non ben definita base politica territoriale. In origine, il Pdl doveva essere costituito dalla fusione di due soggetti politici distinti: Forza Italia e Alleanza nazionale. Il rapporto tra questi due soggetti era stato stabilito in due quote (70 per Forza Italia e 30 per An), non più corrispondenti ormai al nuovo rapporto, tutto da definire, tra il Pdl inteso quale “predellino” originariamente immaginato dal fondatore di Forza Italia e Alleanza nazionale quale si è venuta definendo nella trasformazione del vecchio Movimento sociale italiano. Fin dall’origine il Pdl portava pertanto dentro di sé due filosofie politiche del tutto diverse: quella sostanzialmente cesaristica, che aveva alla base un popolo e non un partito, e quella sostanzialmente partitica, che aveva alla base un insieme di militanti, identificati per la propria identità e quindi distinti dal più generale popolo degli elettori. Queste due entità non si sono fuse probabilmente perché non si può passare da un popolo ad un partito: un popolo era posto a fondamento di Forza Italia; un partito era posto a fondamento di Alleanza nazionale.

Nel corso degli ultimi tempi, questa distinzione radicale tra popolo e partito ha finito con l’assumere le caratteristiche di una distinzione insanabile, ponendo pertanto alla cultura del popolo la sfida drammatica del dimostrare di poter diventare partito, e – reciprocamente – alla storia di un partito la sfida altrettanto drammatica di trovare un proprio popolo se si vuoi governare il Paese, e non limitarsi a rappresentare la propria, anche se sbiadita, identità. Nel corso di anni, si è venuta infatti formando una galassia di individualità locali, regionali e nazionali che ha finito con il dover vivere contemporaneamente la cultura tutta nazionale del popolo e l’esperienza anche locale del partito. Non è nata, infatti, una classe dirigente di popolo, perché questa è riassuntivamente identificata in una persona; non si è avuta una classe dirigente di partito, perché questa si forma nel corso di molti anni e non soltanto in occasione delle elezioni, locali, regionali o nazionali che siano. Si vive pertanto una esperienza difficile e contraddittoria tra la originaria pulsione leaderistica – tipica della cultura del “predellino”- e la tensione alla costruzione di un partito politico che abbia l’ambizione di governare l’Italia, e non solo l’aspirazione a testimoniare la propria identità minoritaria.

Non sorprende pertanto che sia molto accidentato il percorso in atto nel Pdl: passare dalla ispirazione originaria del “predellino” al cosiddetto radicamento territoriale del Pdl medesimo: quella sa di giocarsi in quanto tale soprattutto, e forse esclusivamente, nelle elezioni nazionali; questa pretende di aver bisogno di tempi lunghi e di dar vita a vere e proprie carriere politiche. Siamo pertanto di fronte ad un problema antico e mai risolto: cartello elettorale o alleanza politica? Il primo non solo non ha bisogno di diventare partito, ma orgogliosamente rivendica di essere e voler rimanere popolo. La seconda presuppone una vera e propria cultura: quella che si può chiamare cultura della coalizione, ben sapendo che il consenso popolare di maggioranza viene ricercato da una coalizione e non da una persona.
Non si tratta di una questione interna al Pdl e come tale meritevole di un rispettoso silenzio da parte di chi non è del Pdl. Si tratta, infatti, di una questione di fondo che concerne la natura stessa della democrazia italiana, e che in quanto tale interpella giustamente tutti.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 20 ottobre 2010

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