Omicidio Garofalo: l’interpellanza di Mario Tassone al Sottosegretario Mantovano

Interpellanza urgente di Mario Tassone sulle iniziative di competenza in merito al rapimento e all’omicidio della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo e per la revisione della gestione del sistema delle protezioni.

Signor Presidente, ci spostiamo da Antigua e arriviamo a temi e a problemi di casa nostra. Credo che ciò sia quanto meno opportuno e doveroso non perché gli altri temi e gli altri argomenti non siano importanti, ma certamente con meno efficacia e credo che certi temi abbiano maggiore spazio nell’immaginario comune.
Vorrei dire sommessamente, esponendo l’interpellanza presentata da Casini e dal sottoscritto insieme ai colleghi Occhiuto, Rao e Ria, che noi poniamo in questo momento un tema estremamente delicato ed importante che ritorna in ogni occasione nei dibattiti in Commissione bicamerale antimafia, anche nello stesso Parlamento, nelle Commissioni di merito al Senato e alla Camera: la vecchia questione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia. Certo non ci aspettiamo dall’esame dell’argomentazione posta in essere nell’interpellanza termini esaustivi e conclusioni quindi soddisfacenti, ma poniamo la questione partendo da una vicenda che è stata eclatante e che per la sua efferatezza si è posta all’attenzione del Paese e non soltanto del nostro Paese. Ci aspettiamo che quantomeno un certo tema venga ad essere affrontato in termini più razionali e più efficaci.
Voglio dire, signor Presidente, che qui non c’è una posizione nei confronti di un Governo, qui poniamo una questione in termini oggettivi partendo proprio – come ricordavo poc’anzi – dalla vicenda drammatica e tragica della collaboratrice di giustizia Lea Garofalo che – come si sa – è stata uccisa dal convivente, dal quale aveva avuto anche una figlia, che è stato aiutato anche dai suoi parenti e dai sui fratelli, e poi è stata sciolta nell’acido. Si parla di diritto da lupara bianca.
Vi sono poi una serie di fatti che si riferiscono all’assenza di una protezione che garantisse e desse quindi qualche tutela a Lea Garofalo. Anzi, la protezione era stata concessa, ma poi fu tolta. Non sappiamo perché, vi è stato certamente – mi si dice – un deliberato dell’organismo preposto alla protezione per quanto riguarda i collaboratori di giustizia ed i testimoni di giustizia. La decisione fu determinata sulla base di argomenti, di elementi e di dati che non si sono rivelati veritieri. Quindi, vorremmo capire su quali elementi e su quali dati si dà la protezione, si proroga la protezione e si toglie la protezione. Infatti, non c’è dubbio che Lea Garofalo fosse a rischio. Veniva da Petilia Policastro, da Pagliarelle, una zona con un tasso di criminalità molto forte, a fronte di una stragrande maggioranza di popolazione sana, e mi riferisco ad alcune vicende accadute come l’uccisione del fratello, con tutta una serie di problemi e di tematiche.
Certamente credo che il sottosegretario aveva degli argomenti da sottoporre all’attenzione non soltanto dell’Aula, ma in particolar modo dell’interpellante. Ma il problema c’è ed è la gestione dei collaboratori e dei testimoni di giustizia. Si tratta di due momenti, di due fattispecie diverse, certamente, se è vero com’è vero che l’uccisione di Lea Garofalo non ha dato un messaggio «incoraggiante», lo dico tra virgolette, per chi vuole testimoniare, collaborare e scardinare le organizzazioni criminali, così come aveva fatto la stessa Lea Garofalo.
Infatti, si toglie – a volte o spesso o sempre – la protezione quando i collaboratori sono ritenuti inaffidabili e non veritieri e, invece, c’era stato un riscontro. Signor sottosegretario, è stato detto che non c’è stato un riscontro, ma purtroppo Lea Garofalo è morta. Tranquillamente le do atto della sua sicurezza, ma lei deve prendere atto che questa signora è morta! Possiamo anche giocare sulle carte: se si tratta di un fatto burocratico, ragioniamo in termini burocratici, ma è morta! Forse non c’erano state indagini sufficienti. Io non dico che la responsabilità sia sua. Se poi lei si assume anche questa responsabilità, allora lo dico.
Signor sottosegretario – mi auguro che lei mi risponda su questo mio ragionamento – ci dica se manca qualcosa nella legislazione che regola i collaboratori di giustizia. Faccio riferimento alle leggi e alle norme e non a lei direttamente come presidente della commissione o al Ministero dell’interno. Se lei mi dice che è tutto posto, mi deve spiegare, allora, perché questa situazione si è smagliata, determinando un fatto estremamente grave. Altrimenti, non ci spieghiamo nulla, giustifichiamo tutto, dicendo che le carte erano a posto. Ma se le carte erano a posto con i bolli e con i visti, certamente si sono rivelate effimere ed inadeguate rispetto alle vicende che si sono determinate.
Signor Presidente, signor sottosegretario Mantovano, lei ricorderà che il 6 luglio lei venne presso la Commissione bicamerale antimafia per spiegarci le motivazioni sulla base delle quali il 15 giugno 2010 è stata respinta la richiesta di protezione di Spatuzza. Abbiamo discusso e valutato credo, con molta serenità, come stiamo facendo in questo momento. Lei ha esposto le sue ragioni, molti colleghi hanno parlato delle loro, però è rimasto tutto appeso in aria, compresa la problematica che riguarda i collaboratori di giustizia.
Lei ci deve spiegare se vi sia stato qualcosa che non ha funzionato in questa vicenda. Siamo tutti convinti che qualcosa non abbia funzionato: Lea Garofalo è morta, è stata sciolta nell’acido. Qualcosa non deve aver funzionato! Ma c’è qualcosa che non funziona nella norma: può darsi che in termini burocratici, come ho detto, i documenti siano a posto, ma qualcosa forse bisogna rivederla anche per dare al Governo gli strumenti per adeguare tutto ciò. Noi abbiamo una situazione drammatica in molte aree e non soltanto del Mezzogiorno. Ovviamente abbiamo contezza di quello che succede fuori del Mezzogiorno: questo delitto è stato commesso nel nord del nostro Paese.
Per quanto riguarda l’usura e l’estorsione, come possiamo scardinare oppure invitare a scardinare questi delitti dell’estorsione e dell’usura oppure chiedere (e con quale titolo chiediamo) la collaborazione delle vittime dell’usura e degli estorti, se poi non c’è un clima di protezione, laddove lo Stato, dice qualcuno enfaticamente, è sconfitto?
Non seguo le parole roboanti, ma ritengo che, certamente, il Paese, con l’uccisione di Lea Garofalo, qualche problema se lo ponga. Il ragionamento e la nostra interpellanza nascono proprio da questo, ossia da una sollecitazione: dobbiamo sfruttare anche questi strumenti di sindacato ispettivo per capire se il percorso debba essere rivisto, anche perché esistono vari pareri, che non vengono dati soltanto dal Governo; anche i magistrati ed altri organismi forniscono pareri rispetto all’esigenza di accordare la protezione o meno. In questo caso, sembra che la magistratura avesse richiesto la protezione per Lea Garofalo.
Al di là di questo, ripeto, c’è un dato estremamente sconfortante: il Paese ha parlato di tale questione, ma si dimentica di alcune cose, che passano in seconda battuta rispetto ai problemi, per esempio, delle case, signor Presidente.
Pensiamo, inoltre, che l’esercito inviato a Reggio Calabria – su cui non sono assolutamente d’accordo, lo dico con estrema chiarezza – significhi mettere fumo negli occhi della gente e non penso sia dignitoso per nessun Governo. Sono stati mandati questi ottanta uomini a Reggio Calabria, che non credo siano risolutivi, come a dire: benissimo, vogliamo dare una testimonianza, un segnale di presenza, di impegno, di attività e così via; tuttavia, non ritengo che l’autorità o l’autorevolezza di un Paese possano essere determinate da questi fatti e soprattutto da queste scelte, quando a Reggio Calabria c’è bisogno, piuttosto, di sei magistrati in più, di sei cancellieri in più, e soprattutto di una struttura investigativa, che è quella che manca. Non c’è bisogno soltanto di presidiare le zone vulnerabili, i territori e, soprattutto, gli edifici sensibili, come si suole dire, ma c’è bisogno di creare un organismo e una struttura diversi, attraverso un coordinamento e, lo ripeto, uno strumento di investigazione, che molte volte manca. Questo ritengo sia il dato su cui dovremmo concentrare la nostra attenzione, ma questa è un’altra storia; ritorneremo, in altra occasione, sulla vicenda dell’invio dell’esercito a Reggio Calabria, in quanto sembra, anche questo, un modo per dire: «bene, abbiamo fatto, abbiamo mandato l’esercito, che cosa volete di più?». Invece ci sono grandi problemi, insormontabili e inestricabili. Attenderei, arrivato a questo punto, signor Presidente, la risposta del sottosegretario Mantovano. Lo dico con estrema chiarezza, senza alcun preconcetto nei confronti del Governo, che oggi è rappresentato dal sottosegretario Mantovano (ma lui comprenderà, vista la sensibilità che lo ha sempre contraddistinto): qui non si tratta di pratiche, ma di vicende che riguardano il dramma di oggi, e se non vi poniamo fine, altri drammi ed altre tragedie si potrebbero verificare anche nel nostro Paese; si tratta, soprattutto, dell’indebolimento degli strumenti di contrasto per debellare ed affievolire il pericolo della criminalità organizzata.
Credo che, proprio in seguito a questo episodio, sia in discussione un’intera vicenda, una storia, su cui, se poniamo serenamente e seriamente attenzione, possiamo, insieme, al di là delle maggioranze e delle minoranze, porre in essere una qualche iniziativa corale, visto e considerato che in Assemblea abbiamo votato tutte le norme che riguardavano la criminalità organizzata, quelle più importanti, all’unanimità.
Rammento l’ultima, quella concernente la creazione di un’Agenzia in ordine ai beni confiscati dall’antimafia, o quella propugnata dal centro studi Lazzati per quanto riguarda il divieto di coloro che sono sorvegliati speciali di fare campagna elettorale, per recidere i fili di collegamento tra affari, politica e criminalità organizzata. Le abbiamo votate all’unanimità, dopo dibattiti molto seri, molto intensi, pieni di grande volontà di operare in una certa direzione. Ritengo che questo sia lo spirito con cui abbiamo presentato l’interpellanza in esame, lo spirito che ci hanno messo certamente il presidente Casini e gli altri deputati che hanno sottoscritto l’interpellanza stessa.
Ci auguriamo che un eguale spirito e comprensione di questa nostra volontà e modo di agire provenga anche da parte del Governo nella sua risposta.

La replica del sottosegretario all’Interno, Alfredo Mantovano
Signor Presidente, onorevoli interpellanti, il rispetto nei confronti di quest’Aula, che è una delle più elevate istituzioni dello Stato e non un talk show o un tavolino da bar, mi impone di rispondere in modo puntuale a ciò che è oggetto dell’interpellanza e non già a temi diversi, che sono stati evocati nell’illustrazione da parte dell’onorevole Tassone, essendo sempre disponibile a tornare su tali temi per rendere conto di ciò di cui lui ha parlato. Mi riferisco, ad esempio, al programma di protezione nei confronti di Spatuzza – e sarei molto lieto di farlo – o al bilancio della gestione del meccanismo di ristoro del racket e di prevenzione usura o all’utilizzo dell’esercito a Reggio Calabria, chiesto tra gli altri, dal procuratore della Repubblica di Reggio Calabria – evidentemente avrà sbagliato anche lui – o, cosa francamente intollerabile, alla presunta assenza di una struttura investigativa nella stessa Reggio Calabria, il che significa che i recenti arresti sono consistiti in auto-consegne e i recenti sequestri in auto-ablazioni nei confronti dello Stato.
Per rispondere al secondo quesito posto dagli interpellanti, ossia se non si ritenga opportuna una totale revisione della gestione del sistema delle protezioni, credo sia il caso di operare una ricostruzione oggettiva e completa di quanto ha riguardato la signora Lea Garofalo, la cui vicenda è posta a base del quesito appena menzionato. Si tratta di una vicenda terribile, che ha scosso tutti e che non lascia indifferente nessuno, in sé e per ciò che richiama alla memoria, in sé e per l’intersecarsi con rapporti familiari (la ragazza era ancora in casa del padre omicida, quando è stata notificata l’ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio della madre), in sé e per gli affetti violati e tragicamente e brutalmente strumentalizzati.
Dico ciò perché vi è una cosa che è veramente da respingere nella relazione dell’onorevole Tassone, ovvero anche solo il lontano immaginare che la trattazione dei casi di ogni singola persona, inserita nel sistema di protezione, avvenga in forma burocratica. Non è mai un fatto burocratico: vi è un sistema che, in tutta la sua articolazione, costituita non soltanto da appartenenti alle forze di polizia, ma anche da medici, da psicologi e da tante altre figure professionali – e di cui sarebbe una volta interessante riuscire a parlare – si occupa di ciascuna singola persona, nessuna delle quali è considerata un numero. Il principio delle «carte a posto» è assolutamente estraneo alla gestione del sistema di protezione. Non parlo ovviamente soltanto dell’attività della commissione che ho l’onore di presiedere, non è un fatto personale – la commissione, com’è noto, è composta anche da due magistrati e da cinque appartenenti a vario titolo alle forze di polizia – ma parlo del servizio centrale di protezione e delle articolazioni periferiche del sistema sicurezza che con esso collabora.
Come è noto, il programma di protezione per i collaboratori di giustizia prende le mosse obbligatoriamente da una richiesta di ammissione al programma, che viene formulata dalla procura distrettuale competente. A questa richiesta, ordinariamente, non segue il programma definitivo, ma un piano provvisorio – così si chiama – che assicura tutela e assistenza e che è destinato a durare sei mesi, salva prosecuzione (non è un termine perentorio, ma è un termine del quale si deve tener conto, perché fissato dalla legge), in attesa di raccogliere tutti gli elementi che permettono il passaggio al programma definitivo.
La durata ordinaria di ogni programma è di cinque anni – ma anche questo non è un termine tassativo – e il programma può essere prorogato, può essere revocato o può essere modificato, il tutto sempre sentendo costantemente l’autorità o le autorità giudiziarie procedenti che sono chiamate a fornire le informazioni necessarie per comprendere qual è la sorte del collaboratore e quindi della sua permanenza nel programma.
La signora Garofalo è stata ammessa al piano provvisorio di protezione il 31 luglio 2002 unitamente alla figlia Denise Cosco, su proposta della DDA di Catanzaro. Pochi giorni prima, il 13 luglio, Lea Garofalo si era presentata ai carabinieri di Petilla Policastro ed aveva reso dichiarazioni relative a reati commessi in quel territorio da numerosi soggetti tra cui il fratello, Floriano Garofalo, e più in generale su un traffico di stupefacenti nelle province di Reggio Calabria e di Milano.
La Garofalo aveva riferito inoltre di estorsioni in danno di diversi imprenditori della zona e di collegamenti con un altro gruppo mafioso attivo nella zona di Isola di Capo Rizzuto; aggiungeva di essere in grado di riferire su un gran numero di omicidi da inquadrarsi nell’ambito di una faida che vedeva contrapposta la sua famiglia e quella Mirabelli.
Il 7 febbraio 2005 – non sei mesi dopo, ma due anni e mezzo dopo – la DDA di Catanzaro comunicava che, in relazione al procedimento penale in cui erano state utilizzate le dichiarazioni della Garofalo, la procura aveva chiesto l’archiviazione poiché quelle dichiarazioni non avevano trovato riscontri. Il pubblico ministero scriveva di essere in attesa di richiedere la riapertura delle indagini per valorizzare il contributo della Garofalo attraverso nuove investigazioni. La Direzione nazionale antimafia, il 7 febbraio 2006, chiedeva alla Commissione di sospendere ogni decisione mancando gli esiti giudiziari sulla collaborazione prestata dalla Garofalo.
Erano trascorsi quattro anni dall’avvio del piano provvisorio: ripeto, il termine – pur ordinatorio, ma esistente nella legge – è di sei mesi per il passaggio tra il piano provvisorio e il programma definitivo. Con delibera del 16 febbraio 2006 il piano provvisorio nei confronti della Garofalo veniva revocato, come avviene ordinariamente in casi del genere.
Contro questo provvedimento la signora Garofalo proponeva ricorso al TAR del Lazio ed il TAR del Lazio, con ordinanza dell’8 giugno 2006, accoglieva la domanda di sospensione degli effetti della delibera.
Vorrei precisare un punto, la cui considerazione è essenziale per comprendere ciò di cui stiamo parlando: mentre ordinariamente i provvedimenti amministrativi hanno immediato effetto e questo effetto poi può essere sospeso o cancellato dal provvedimento cautelare o di merito del giudice amministrativo, per il sistema di protezione – perlomeno in base alle norme che vigevano all’epoca – operava il meccanismo contrario. Il provvedimento di revoca, in questo caso del programma, non era immediatamente esecutivo e, se impugnato, ancor meno era esecutivo in attesa della decisione del giudice amministrativo. Pertanto vi è stata una assoluta continuità di permanenza nel piano provvisorio di protezione in attesa delle decisioni del giudice amministrativo (poi il Piano straordinario antimafia ha modificato e razionalizzato questa disposizione, ma all’epoca funzionava così).
In seguito la Garofalo ha, per la prima volta, espressamente rinunciato alle misure e la Commissione sui programmi di protezione in data 9 ottobre 2006 (con altro presidente ma qui io assumo per intero la responsabilità dell’istituzione, chiunque abbia ricoperto quel ruolo nel corso degli anni) non ha fatto altro che prendere atto di questa rinuncia.
In base a questa rinuncia il TAR del Lazio, il 23 novembre 2006, dichiara improcedibile il ricorso. Lea Garofalo ci ripensa, fa appello al Consiglio di Stato, il Consiglio di Stato, con ordinanza del 16 ottobre 2007, accoglie l’istanza cautelare ulteriormente proposta dalla Garofalo e la Commissione, il 17 dicembre 2007, ripristina il piano provvisorio di protezione. Prima della fuoriuscita definitiva e volontaria del 2009, quindi, il periodo in cui la Garofalo è stata priva della protezione prevista dal programma è dal 9 ottobre 2006 al 17 dicembre 2007, ma ciò in piena attuazione delle norme vigenti, anche di quelle estremamente di favore nei confronti dei collaboratori di giustizia.
Infine, il Consiglio di Stato accoglie, il 15 luglio 2008, nel merito l’appello della Garofalo; per questo la commissione da me presieduta prende atto della sentenza, riammette la Garofalo al programma di protezione e chiede ovviamente – perché siamo ancora comunque a livello di piano provvisorio – alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro elementi precisi sui provvedimenti adottati in base al suo contributo processuale, ed un parere aggiornato alla Direzione nazionale antimafia. La Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, più volte sollecitata sia dalla commissione che dalla Direzione nazionale antimafia, non ha mai fornito riscontro.
La Garofalo era tuttavia sempre in programma. Il 9 aprile 2009 il Servizio centrale di protezione trasmette la dichiarazione di rinuncia alle misure di protezione sottoscritta dalla Garofalo, la quale fa rientro nella località di origine.
Il 12 maggio 2009 ci viene comunicato che la stessa Garofalo era rientrata in località protetta il 7 maggio 2009, dopo aver riferito di un’aggressione da parte di uno sconosciuto nel domicilio dove si era autonomamente trasferita. Vorrei dire che tutti questi non sono soltanto passaggi di comunicazione: ogni qual volta un collaboratore di giustizia o un suo familiare pensano di abbandonare la protezione, vi è un lavoro che viene immediatamente attivato dal Servizio centrale di protezione, anche con l’aiuto di psicologi, teso a mettere a conoscenza dei rischi ed evitare tali allontanamenti o fuoriuscite.
Infine, il 12 maggio 2009 la Garofalo, nonostante l’aggressione subita, abbandona nuovamente la località protetta insieme con la figlia e sottoscrive una dichiarazione di rinuncia alle misure.
Dopo parecchi mesi, chiediamo e riceviamo un’ulteriore rinuncia alle misure di protezione ed assistenza, ed il Servizio ci comunica che la Garofalo era rientrata in località di origine nell’abitazione della madre. Abbiamo chiesto più volte alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ed alla Direzione nazionale antimafia un parere: non vi è mai stato alcun riscontro. Con delibera del 12 novembre 2009, venivano definitivamente revocate le misure del piano provvisorio, e ciò rappresentava, come già l’aveva rappresentato nel 2006 con altra commissione, un atto dovuto ed assolutamente conseguente alla rinuncia, nonostante i tentativi compiuti per far recedere da tale scelta.
Seguono poi i fatti emersi anche nella cronaca degli ultimi giorni: la sorella della collaboratrice, Marisa Garofalo, il 25 novembre 2009 denuncia la scomparsa di Lea ai carabinieri di Petilia Policastro; ed infine, al termine di complesse indagini, il 18 ottobre 2010 i carabinieri di Milano eseguono un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di sei soggetti emessa dal GIP dello stesso tribunale, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia nei confronti di indagati ritenuti responsabili a vario titolo di sequestro di persona, omicidio e distruzione di cadavere. L’indagine si era riavviata nel novembre 2009, ed ha consentito di accertare come tra gli indagati vi siano l’ex convivente della donna, Carlo Cosco, padre della figlia, ed i fratelli di quest’ultimo Giuseppe e Vito. Costoro, sulla base di quanto è scritto nell’ordinanza, hanno prima interrogato e poi ucciso la Garofalo, dopo averla prelevata nella zona di Arco di Pace e condotta in un’area rurale del Monzese.
Da quanto accaduto emerge che il Sistema di protezione ha garantito a Lea Garofalo ogni tutela fin dal momento dell’ingresso nel programma (cioè a partire dall’estate del 2002), anche dopo la revoca del programma (salva quella fase in cui era intervenuta la rinuncia, formalizzata anche davanti al TAR), e che la prosecuzione del programma dopo la revoca da parte della commissione è stata determinata dall’impugnativa davanti al giudice amministrativo. Tutto ciò è andato avanti fino al mese di aprile del 2009, quando vi è stata questa volontaria rinuncia al programma e il conseguente rientro nel luogo di origine. Non credo di dover impiegare molte parole per sottolineare come il sistema di protezione riesce solo se vi è rispondenza da parte del soggetto tutelato. Qualsiasi tutela, anche al di fuori dei meccanismi della protezione, è impossibile se chi va protetto si sottrae alle misure di sicurezza che lo riguardano. Se un soggetto – non un collaboratore di giustizia, ma un soggetto che ha titolo per avere una tutela, una scorta – informa gli uomini della sua tutela che uscirà di casa alle dodici e invece ne esce alle sette di mattina, e si allontana senza dir nulla a nessuno, credo che sia veramente complicato imputare le conseguenze eventuali di questo allontanamento a chi è preposto alla tutela. Questo vale poi in modo particolare per i circa mille collaboratori di giustizia e per i loro familiari attualmente inseriti in un programma di protezione, e per tutti coloro che sono stati inseriti, in passato, senza essersene sottratti. Tra di essi non si sono mai verificati casi di individuazione delle persone protette o del loro domicilio con conseguenti azioni in loro danno. Mai significa mai. Ovviamente facendo un’affermazione del genere faccio tutti gli scongiuri, ma mai – lo ripeto – significa mai. Poiché nell’interpellanza si parla di casi altri sarei molto lieto di conoscere l’elenco di questi casi, perché agli atti della commissione e del Servizio centrale di protezione manca qualsiasi riferimento in proposito, pur essendo tenuti in modo molto dettagliato e molto puntuale.
Non solo. In presenza di ipotesi di potenziale disvelamento della rete di copertura il Servizio centrale di protezione è sempre intervenuto con la massima tempestività per trasferire persone in altri luoghi sicuri. Semmai le lamentele ci sono e i problemi conseguenti – che sono anche problemi seri, di carattere familiare: pensiamo alla frequentazione della scuola da parte dei bambini – ci sono quando, per ragioni di sicurezza, vi è il trasferimento da una località protetta che si immagina disvelata ad un’altra. Ma si dirà che queste sono giustificazioni burocratiche e formalistiche del rappresentante del Governo, e allora vorrei leggere un breve passaggio – toglierei tempo all’Assemblea se leggessi più pagine, e allora leggo solo un breve passaggio – che conferma tutto ciò che sto cercando di dire, contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP di Milano nei confronti di Carlo Cosco ed altri. Alle pagine 25 e 26, dice il giudice: « (…) stante il regime di protezione cui era stata sottoposta la Garofalo fin dal 2002, il piano di Cosco Carlo era sostanzialmente impraticabile; ciononostante l’uomo, dopo la sua scarcerazione, tenta invano» – sottolineo «invano» – «di individuare le località protette in cui la donna, di volta in volta, viene custodita insieme alla figlia Denise. È la stessa ragazza infatti a riferire a questo ufficio quanto segue (…)» Stralcio del verbale di sommarie informazioni rese da Cosco Denise il 5 marzo 2010. “Domanda: in quel periodo quindi, essendo sua madre sotto osservazione, suo padre Cosco Carlo non sapeva dove si trovasse? Risposta: sì, lo confermo, posso però dire che, dopo che mio padre e mia madre si sono riavvicinati a seguito dell’uscita di mia madre dal programma di protezione, mia madre aveva rinfacciato a mio padre il fatto che questi aveva speso un sacco di soldi per sapere i luoghi segreti in cui mia madre ed io, di volta in volta, ci spostavamo.
Mia madre, infatti, gli diceva che anche se aveva speso tutti questi soldi per avere informazioni su di noi, lui, comunque, era sempre venuto a saperlo dopo che c’eravamo già spostati«. Chiosa: finché era in programma, la protezione è sempre stata piena ed efficace. Riprendo la citazione dall’ordinanza di custodia cautelare: » (…) il momento propizio giunge all’indomani della scelta spontanea« – spontanea! – »della donna di uscire dal programma di protezione, nell’aprile del 2009. Da quella data, Cosco Carlo inizia una progressiva opera di riavvicinamento alla ex convivente motivandola col pretesto di affrontare insieme il futuro della figlia. Ricapitolando brevemente i fatti« – è ancora il giudice che scrive – »dopo quasi dieci anni passati in regime di collaborazione, Lea Garofalo, verso il marzo del 2009, decide, come riferito da Denise, per provare a vivere tutti insieme a Campobasso, di tornare a convivere con Carlo Cosco, unitamente a Denise e ad alcuni familiari nell’abitazione di Campobasso, per l’occasione presa in affitto proprio da quell’uomo. Verso l’aprile 2009, quindi, dopo un brevissimo periodo di convivenza, la donna pone fine, in modo alquanto deciso, al rapporto, letteralmente cacciando di casa Cosco ed i suoi familiari e continuando a vivere nell’appartamento insieme con la figlia”.
Potrei chiudere qui, ma aggiungo che, anche quando non c’è impugnativa al TAR, la revoca delle misure di protezione non fa venir meno ogni misura di protezione. Viene sempre valutato il rischio per l’incolumità, viene sempre dato avviso alle autorità territoriali di sicurezza per avviare tutti i meccanismi di protezione. Ultimo dettaglio che non è un dettaglio, ma è una persona in carne ed ossa, grazie a Dio viva, Denise Cosco, ovviamente, l’ordinanza di custodia cautelare, se si avessero dubbi sull’autenticità, è a disposizione di chi voglia esaminarla: la segreteria del Servizio centrale di protezione ha interpellato le diverse autorità giudiziarie che a vario titolo si sono occupate di questa vicenda nel corso degli anni perché, come il sistema prevede, l’attivazione di una misura di protezione, che in questo caso sarebbe nuova, deve sempre avvenire su impulso dell’autorità giudiziaria. Inoltre, la segreteria del Servizio centrale di protezione, nella giornata di ieri, ha fatto presente alle varie autorità giudiziarie (DDA di Catanzaro, DDA di Milano e DDA di Campobasso) l’opportunità – starei per dire la necessità – di una misura di protezione nei confronti di questa ragazza. Attendiamo che qualcuna delle autorità giudiziarie interpellate assuma l’iniziativa. Ma l’attesa non è inoperosa; mentre vi è questa valutazione da parte delle procure interessate, infatti, il prefetto di Crotone, d’intesa con le autorità di sicurezza di altri territori, ha fatto in modo di raggiungere la ragazza, che si era allontanata, anche lei volontariamente, dal suo ultimo domicilio e di garantire un’adeguata protezione nei suoi confronti. Tutto questo – ripeto – in assenza di iniziative da parte dell’autorità giudiziaria e in presenza di una difficoltà obiettiva derivante dal nuovo volontario allontanamento questa volta della ragazza. Ovviamente, evito di dare ulteriori dettagli perché non gioverebbero alla sicurezza di Denise Cosco.
Trovo singolari alcuni passaggi dell’interpellanza urgente, che hanno l’effetto, certamente non desiderato, di sminuire il grande lavoro che viene svolto dal Servizio centrale di protezione. Faccio riferimento al passaggio in cui si parla di un programma che non sarebbe stato garantito. È stato garantito, come ho avuto modo di illustrare oltre ogni limite, in attesa di determinazioni giudiziarie che non sempre sono arrivate, dopo la revoca del programma, in presenza di un ricorso al TAR.
Certo sarebbe interessante che venisse spiegato come si può assicurare la protezione in presenza di una decisa e reiterata volontà di non volerne fruire. Lo sforzo di persuasione che anche in queste circostanze viene messo in opera non sempre riesce.
Ribadisco da ultimo, signor Presidente, la piena disponibilità a trattare in termini più ampi e in tutte le sedi (non solo in quest’Aula, ma anche in quella Commissione antimafia che garantisce, attraverso la riservatezza dei lavori, alcuni passaggi più delicati): con piena trasparenza e senza nascondere nulla, sarei ben lieto di parlare di queste vicende e dell’intero sistema di protezione. Credo sia superfluo sottolineare che se si ritiene il sistema non soddisfacente esistono strumenti di iniziativa parlamentare in cui saranno proposte tutte le necessarie modifiche e anzi il Governo attende fiducioso tutti gli importanti spunti che verranno forniti per migliorare in concreto la funzionalità del sistema.


La replica dell’On. Mario Tassone
Signor Presidente, ho ascoltato con doverosa attenzione l’esposizione del sottosegretario Mantovano, al quale devo ribadire con molta chiarezza che noi abbiamo posto un tema e un argomento, poi tutto il servizio della protezione non è un tema o un problema di carattere personale di nessuno. Qui abbiamo un efferato delitto di una collaboratrice di giustizia. Nessuno ha mai detto nell’interpellanza urgente in esame che qualcuno non ha fatto il proprio dovere. Abbiamo semplicemente posto in essere un interrogativo, se volete, ma non è un interrogativo di poco conto, sul perché non vi sia stata una sufficiente protezione. Poi vado anche all’argomentazione del sottosegretari, riguardante l’iter su cui il presidente di questa commissione lavora, sulla base ovviamente di documentazioni e di carte: lei faceva riferimento alla DNA ed alla DDA di Catanzaro, lamentando alcune insufficienze e mancate risposte.; credo che sia stata un’osservazione fatta da parte del sottosegretario, anzi una valutazione, una notizia che ci ha portato il sottosegretario. Noi abbiamo chiesto se, sulla base di questi dati e della sua esperienza, mancasse qualcosa per migliorare tutta una normativa che presiede al servizio di protezione.
Il sottosegretario conclude che vi sono iniziative parlamentari da fare. Ovviamente il Governo non le fa perché ritiene che tutto sia perfetto. Ma perfetto non è stato, signor sottosegretario, mi dispiace. Io avevo posto la mia illustrazione in un certo modo, lei l’ha posta in un altro modo. Perfetto non è stato perché vi è stato questo delitto efferato. Poi lei ha svolto tutta un’argomentazione: io la capisco, perché come ripeto lei fa il suo dovere, lo sa che ha avuto sempre il mio apprezzamento, però qui siamo alla ricerca anche degli elementi. Se dobbiamo dividerci tra maggioranza e opposizione, per l’opposizione è molto facile anche nei confronti di questo Governo, ma noi vogliamo collaborare, perché è un tema dove non si può andare con voli pindarci ad atteggiamenti precostituiti o preconcetti, nella maniera più assoluta: mancheremmo di rispetto ai morti ammazzati, a questa giovane donna, mamma di una figlia. Noi abbiamo chiesto se vi è qualcosa da fare anche da parte del Governo e lei ci ha detto di no. C’è questa persona morta, ammazzata. E la protezione, lei dice, non c’è stata, ma quando lei ha rinunciato. Lei capisce bene che questa valutazione certamente trova sul piano normativo un suo sostegno e una sua sostanza. Ma perché si tutela una collaboratrice di giustizia? In primo luogo, ovviamente per salvaguardare la sua persona, la sua dignità e la sua vita e, in secondo luogo, perché continui ad essere collaboratrice di giustizia e ad essere utile al Paese. Per cui questo non è un bene disponibile.
Che cosa è stato fatto per dissuadere realmente dalla rinuncia al programma di protezione? Che cosa è stato fatto? Allora, la mia preoccupazione aumenta veramente, signor Presidente, in questo particolare momento. Allora le preoccupazioni diffuse ci sono e sono ben sostenute e ben argomentate. Un collaboratore di giustizia ritenuto importante e prezioso, dopo l’esame e il pronunciamento del Consiglio di Stato, rinuncia e, così, lo si lascia libero. E la difesa della persona umana? La difesa dello strumento e del mezzo per il contrasto alla criminalità organizzata? Dove va? Sono profondamente preoccupato.
Nessuno, signor sottosegretario Mantovano, ha messo in discussione l’impegno della Commissione. Io ho detto che forse qualcosa non è andato nel verso giusto: lei dice «no», ma il morto c’è. E poi ce ne sono altri. Lei mi sfida dicendo: quanti ce ne sono. Ci possiamo anche sfidare, signor sottosegretario Mantovano, e lei ricorderà quel testimone collaboratore di giustizia ucciso prima dello scadere di un anno, quello del delitto Fortugno. No, si suicidò. Non sappiamo se si è suicidato o se è stato ucciso, tra le altre cose.

MANTOVANO. Signor Presidente, se si introducono nuovi argomenti, questo non va bene perché non ho la possibilità di rispondere.

TASSONE. Signor sottosegretario, non perda la calma, siccome lei mi ha sfidato…

PRESIDENTE. Signor sottosegretario, le chiedo scusa, ma nella replica non possiamo…

MANTOVANO. Allora parliamo della partita di calcio!

PRESIDENTE. No, non è che parla di una partita di calcio, adesso non banalizziamo.

TASSONE. Signor sottosegretario, lei mi ha detto: non ce ne sono altre. Lo afferma e io le sto portando un esempio. Ma perché se la prende sul piano personale?

MANTOVANO Non è sul piano personale.

TASSONE. Perché se la prende sul piano personale? Io le sto portando un esempio, sottosegretario Mantovano. Lei sarà il depositario della verità, ma non in quest’Aula.

MANTOVANO. Allora ci diamo appuntamento un’altra volta.

PRESIDENTE. Onorevole Tassone, lei concluda la sua replica, e il sottosegretario Mantovano avrà occasione in un’altra circostanza

MANTOVANO. Sì, in un’altra circostanza per rispondere.

TASSONE. Signor Presidente, ho portato ad esempio il problema di Spatuzza, per fare vedere la situazione dei collaboratori di giustizia. Non volevo introdurre un nuovo tema o un nuovo argomento. Era Spatuzza, perché se ne è discusso in Commissione antimafia. Il problema delle Forze armate e dell’Esercito non è un nuovo argomento.
Ma siccome i collaboratori di giustizia devono essere utilizzati per scardinare la criminalità organizzata, non c’è dubbio che io ho detto che la presenza di 75-80 giovani militari a Reggio Calabria non è esaustiva per quanto riguarda questo progetto. Soltanto questo, signor Presidente. Con molta umiltà e con molta modestia. Non capisco questo tipo di esasperazione, di nervosismo. Qui credo che tutti quanti ci troviamo a dovere lavorare in un certo modo.
Concludo, signor Presidente, perché non vorrei accentuare tensioni, che non vi sono da parte mia, le tensioni le hanno le famiglie che sono vittime di queste tragedie, tanto per capirci.
Signor Presidente, io ritengo che le valutazioni fatte – non c’è dubbio – pongono delle questioni importanti e fondamentali.
Queste cose noi le abbiamo sapute, in alcune dichiarazioni da parte del sottosegretario Mantovano, soltanto attraverso l’atto di sindacato ispettivo: le mancate risposte dei magistrati, le contraddizioni dei magistrati che prima avevano dichiarato alcune cose e in seguito ad alcune sollecitazioni della Commissione non hanno risposto. Come vedete, ci sono argomenti che rimangono nella responsabilità del Governo approfondire e sarebbe opportuno, se possibile, anche ritornare in quest’Aula con un dibattito per affrontare i temi antichi e temi nuovi.
Sono convinto, proprio attraverso l’illustrazione meticolosa fatta dal sottosegretario, e lo ringrazio, che forse qualcosa non funziona, non nella sensibilità di chi presiede la Commissione, ma nel fatto che forse il presidente potrebbe avere bisogno di qualche strumento in più. È la prima volta che mi capita che il presidente di una Commissione sia contento, soddisfatto della normativa, perché ha lasciato al Parlamento l’iniziativa e invece io ritengo che il Governo e il Parlamento, con spirito di collaborazione, potrebbero trovare il modo di eliminare alcuni punti grigi, oscuri che lei stesso ha rilevato ed evidenziato.
Per questi motivi, signor Presidente, non sono né soddisfatto né insoddisfatto, sono ulteriormente preoccupato perché, ancora una volta, argomenti di questo genere qualcuno pretende di catalogarli come un problema della maggioranza o della minoranza. Questo è un problema del Paese, al di fuori della maggioranza e della minoranza, ed è il Parlamento che deve farsene carico nella sua totalità.

 

Interpellanza Tassone 21.10.10.pdf








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