D’Onofrio: Ormai l’alternativa è tra paralisi e armistizio

È la crisi economica internazionale a dettare l’agenda del nostro dibattito politico

L’attesa degli avvenimenti ‘ parlamentari previsti per il 14 dicembre sta sempre più assumendo le caratteristiche di una possibile alternativa politica tra quello che è stato definito T’armistizio” e quella che può essere definita la “palude”. Non si tratta di una semplice questione di crisi di governo del tipo di quelle che abbiamo conosciuto anche nella cosiddetta Seconda Repubblica. Si tratta infatti di una questione di fondo che ha posto e pone questioni politiche e istituzionali di rilievo talmente grande da coinvolgere nella sostanza la legittimità stessa a governare.
Coloro i quali infatti pongono in termini “brutali”la scelta tra un governo comunque legittimato dal voto parlamentare (come è il caso di governi legittimati dalla metà più uno dei deputati e dei senatori), e governo legittimato solo dal voto popolare, ribadiscono di fatto che il bipolarismo da essi difeso è un bipolarismo che non consente di dar vita a governi comunque diversi da quelli legittimati dal voto popolare.

Si tratta della contrapposizione, più volte affermata, tra la vigente Costituzione ed una asserita “Costituzione materiale”, per tale intendendosi infatti quella in base alla quale soltanto il voto popolare costituisce base di legittimità per il governo della Repubblica. In base a questa visione non vi è pertanto spazio alcuno per qualsivoglia “armistizio” tra i due soggetti politici che avrebbero dato vita a questa cosiddetta “Costituzione in senso materiale”. Coloro invece che ritengono del tutto legittima la formazione di un governo di “armistizio” tra i due asseriti poli di questo bipolarismo”coatto”, affermano di essere portatori di una cultura di governo che può certamente essere anche bipolare, ma che non esclude l’eventualità di governi di intesa tra i due poli alternativi di governo. Si tratta di una cultura di governo che guarda alle esigenze dell’interesse nazionale posto a fondamento certamente di alternative anche bipolari di governo, e allo stesso tempo capace di soddisfare le esigenze dell’interesse nazionale, se queste richiedono la comune gestione degli affari di governo.
Sono pertanto due culture di governo profondamente diverse: l’una, quella che l’Udc ha ancora una volta affermato negli ultimi giorni, è una cultura di governo che comprende anche l’eventualità che per esigenze straordinarie di interesse nazionale sia del tutto legittimo dar vita in sede parlamentare ad un governo del quale facciano parte forze politiche dei due principali schieramenti alternativi di governo; l’altra, che ha portato ad un rifiuto persino pregiudiziale a governi di larga intesa, è espressione di una cultura di governo che non contiene anche l’eventualità di dar vita a governi di larga intesa, se lo richiedono straordinarie condizioni di interesse nazionale.

Queste due alternative culturali sono pertanto a fondamento del dibattito stesso tra fautori del e contrari al bipolarismo: se per quest’ultimo si intende pertanto un bipolarismo che non consente neanche l’astratta previsione di un governo di “armistizio” è di tutta evidenza che si tenderà ad affermare che i sostenitori di un governo di armistizio sono di fatto i negatori del bipolarismo; quasi che questo fosse ormai giunto a dar vita ad una sorta di verità, per così dire, “teologica”, e non – come le culture di governo dovrebbero sempre esser capaci – fosse disponibile a combinare scelta bipolare ed interesse nazionale. Non vi è chi non veda che oggi le condizioni soprattutto economiche in cui versa l’Italia impongono di dar vita ad un governo di responsabilità nazionale o di armistizio tra i due poli maggiori (si tratta infatti di espressioni politicamente identiche), che si sono contesi la vittoria elettorale alle ultime elezioni politiche. Il contesto europeo sta infatti sollecitando alla assunzione di responsabilità finanziaria europea nei confronti di Paesi quali l’Irlanda e il Portogallo, le cui complessive condizioni finanziarie non sembrano compatibili con la salvaguardia stessa della moneta europea.

Chi pertanto volesse oggi non accettare la prosecuzione dell’attività di governo in un contesto definibile “di palude”, dovrebbe finire con l’avvertire l’estrema difficoltà di porre il ricorso anticipato al voto quale soluzione reale delle diverse necessità dell’interesse nazionale.
L’alternativa dunque, mai come oggi, è tra armistizio e palude e non tra palude e voto popolare, se si ha riguardo all’interesse nazionale dell’Italia e non a questioni diverse più personali che politiche.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 24 novembre 2011

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