Casini: Questa legge ad personam affonda ogni dialogo, il berlusconismo è finito

15 APR – Reduce dalla battaglia parlamentare contro la prescrizione breve, Pier Ferdinando Casini è volato subito a Panama per partecipare alla 124esima conferenza dell’Unione interparlamentare. Al telefono commenta la notizia del giorno, il segnale di Napolitano sul processo breve.

Nella sua dichiarazione di voto contro la prescrizione breve lei pronosticava che questa ennesima legge ad personam “non reggerà alle successive verifiche istituzionali”. Adesso Napolitano annuncia che valuterà gli effetti della legge.
«Il presidente della Repubblica, applicando la Costituzione, si riserva un esame approfondito del testo. È un suo diritto-dovere. E non dimentichiamoci la seconda verifica, quella della Corte costituzionale. I compiti di queste due istituzioni di garanzia sono diversi, ma è così che funziona un sistema con pesi e contrappesi».

Si aspetta che la nuova legge sul processo breve venga bocciata o dal capo dello Stato o dalla Consulta?
«Non mi permetto di entrare in valutazioni che non mi competono. Faccio soltanto notare al presidente Berlusconi e alla maggioranza che il nostro sistema si basa su un principio molto chiaro: non è vero che chi vince le elezioni diventa il padrone del paese e può fare tutto quello che vuole».

La giornata di mercoledì alla Camera vale anche come lezione per l’opposizione?
«Ormai è chiaro che ci sono diverse linee. Da una parte c’è chi, magari per paura, sulla giustizia vuole lasciare tutto così com’è. Dall’altra chi, come noi, accetterebbe una vera riforma della giustizia e, per certi versi, persino la sollecita».

Intende dire che ci può ancora essere un dialogo fra voi e la maggioranza dopo quello che è successo?
«Come cristiano credo ai miracoli, ma mi sembra molto difficile…Siamo profondamente delusi per quello che è successo. Vede, per noi il prerequisito per sederci a qualsiasi tavolo è l’affidabilità di chi è al vertice del governo. Ci ha colpito che il ministro Alfano abbia prima garantito che non avrebbe fatto più alcuna norma ad personam, in cambio di un atteggiamento dialogante dell’opposizione sulla riforma costituzionale, salvo poi rimangiarsi tutto dopo sole due settimane. Al posto della riforma “epocale” sono arrivate la prescrizione breve alla Camera e il processo allungato al Senato».

Porta chiusa quindi?
«Mercoledì sera, nella distrazione generale, Calogero Mannino da libero battitore ha rilanciato in aula il tema dell’articolo 68 della Costituzione. Ecco, a quanti nel Pdl pensano, non senza ragione, che serva il ripristino dell’immunità parlamentare, dico che ciò che davvero lo ha impedito sono le leggi ad personam che sono state votate. Se lo facessimo ormai sarebbe visto solo come l’ennesimo tentativo di garantirsi l’impunità».

Berlusconi rilancia sulle intercettazioni, vuole approvare la legge-bavaglio a colpi di maggioranza.
«Non mi stupisce. L’unica priorità è inseguire i suoi processi e censurare quella poca stampa che finora ha impedito la normalizzazione totale. Ma queste cose potranno pure passare in Parlamento, dove la maggioranza c’è, ma non cambieranno le cose. Ormai il governo è su un piano inclinato, stanno perdendo credibilità e il premier sbaglia se pensa che con queste leggi possa recuperare consensi».

Alfano secondo voi ha perso credibilità. Eppure il premier lo ha candidato come suo successore. Ci crede oppure è una mossa a effetto?
«Per lasciare un’eredità bisogna prima costruire una casa con le fondamenta. Il Pdl è Berlusconi, non c’è alcuna eredità da spartire. Ha ragione lui quando dice che nessuno lo può sostituire: il giorno che deciderà di ritirarsi il Pdl si dissolverà».

Insisto, Alfano è credibile come futuro candidato premier oppure è solo un ballon d’essai?
«Mettiamola così. Chiunque voglia esserci nel dopo-Berlusconi deve avere due requisiti apparentemente inconciliabili: da una parte deve dimostrare lealtà al Cavaliere, dall’altra deve dare prova di autonomia da lui. Io per esempio ho cercato nel passato di essere leale e autonomo, penso a quando facevo il presidente della Camera. Ma, prima o poi, nella logica di Berlusconi, l’autonomia confligge con la lealtà. Applica alla politica la logica aziendale: non c’è l’alleato o l’amico ma lo yes-man».

Alfano yes-man?
«Tutti questi ragazzi, per carità alcuni sono anche bravi, alla fine in Parlamento devono fare le cose che gli ordina lui. Non hanno alcuna autonomia e non li invidio. La filosofia è: o suoni questo spartito oppure te ne vai. Come hanno fatto con Fini».

Quindi nel 2013 sarà ancora Berlusconi il candidato da battere?
«È probabile».

Intanto il centrodestra a Montecitorio si è rafforzato, catturando altri 6 franchi tiratori nel voto segreto. Teme altri casi Scilipoti?
«Dal 14 dicembre il tema della contabilità parlamentare ha smesso di appassionarmi. Faccio notare un paradosso. Crescono i numeri della maggioranza insieme alla consapevolezza del Pdl e della Lega che la stagione del berlusconismo sia finita. Cosa cambia se hanno 3 deputati in più o 3 in meno? Oltretutto questi allargamenti avvengono pagando un prezzo altissimo in termini d’immagine, con Berlusconi costretto a promettere tutti i giorni un posto da sottosegretario a questo o a quello».

Davvero è convinto che il Cavaliere sia al tramonto?
«Sono convinto che questo paese versi in condizioni drammatiche di declino. E, il giorno che Berlusconi sarà sconfitto, occorrerà coinvolgere anche una parte del Pdl in uno straordinario sforzo unitario per risollevare l’Italia. Ma mi lasci dire che non servono le sante alleanze…il compito del nuovo polo è quello di giocare sul terreno dei moderati e di convincerli che, dopo vent’anni, non è un caso se si sia tornati davanti al palazzo di giustizia di Milano».

Nel Pd non saranno contenti…
«Mi dispiace che nel Pd pensino che la nostra sia solo tattica. Non è una questione di convenienza, ma ognuno ha la sua storia. Ed è importante che ciascuno faccia il suo mestiere».

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