D’Onofrio: Il G8 ed il nuovo contesto internazionale

La riunione del G8 che si è svolta a Deauville e che è terminata con una significativa decisione economica (un cosiddetto piano Marshall per Egitto e Tunisia), ha dovuto fare i conti con il nuovo contesto mondiale che non è ancora giunto ad uno stabile nuovo equilibrio, ma che ha comunque rappresentato e rappresenta una sfida sostanziale sia al vecchio equilibrio del G7, sia al G8, che sembrava definitivo all’indomani della sconfitta politica dell’Unione Sovietica. Occorre infatti avere presente che dalla seconda guerra mondiale in poi si è vissuta una lunga stagione di sostanziale contrapposizione tra area euro-occidentale (quella della Nato) e area sostanzialmente sovietica (quella del Patto di Varsavia, se vogliamo esprimerci in chiave europea). In quei lunghi anni il G7 si era infatti caratterizzato quale sostenitore del modello euro-atlantico di democrazia e di economia in alternativa militare oltre che economica e politica – alla prospettiva promossa soprattutto dall’Unione Sovietica.

La fine di quest’ultima
, all’indomani della caduta del Muro di Berlino, ha sostanzialmente dato inizio ad una stagione definita persino della “fine della storia”, nel senso non già che la storia non avrebbe più avuto svolgimento, ma nel senso (che lo stesso Fukuyama aveva indicato) dell’inizio di un periodo economico-politico e militare dominato di fatto dal modello euroatlantico. È in questo contesto che nasce 11 G8, con una sostanziale adesione della Russia al modello culturale e politico del G7.
La grande crisi finanziaria iniziata nel 2007 mette invece in discussione proprio il primato euro-atlantico: non si tratta soltanto dell’emergere della Cina a livello di grande potenza mondiale, ma anche del ruolo nuovo che India, Brasile, Sud Africa, e forse altri Stati ancora, chiedono insistentemente in tutte le sedi internazionali nelle quali si discute appunto di un nuovo equilibrio mondiale.
È come se il G8 non potesse più rappresentare un modello di coordinamento politico-economico anche per un futuro ragionevolmente ampio, e non fosse allo stesso tempo definibile un qualche soggetto sovranazionale sostituto autorevole del G8 medesimo in termini altrettanto ragionevolmente lunghi. Si è infatti parlato a lungo di una sorta di nuova leadership cino-statunitense nella quale un improbabile G2 dovrebbe prendere corpo in sostituzione appunto del G8; si è assistito al nascere – non si sa destinato a durare quanto – di un G20 molto lontano sia da questo ipotetico G2, sia dal G8 medesimo, a conferma del fatto che siamo in presenza di un sommovimento mondiale che concerne proprio gli equilibri economico-politici e militari nati all’indomani della seconda guerra mondiale (nella quale Stati Uniti e Unione Sovietica erano dalla stessa parte), proseguiti nel lungo periodo della cosiddetta Guerra Fredda (caratterizzata proprio dallo scontro tra Stati Uniti da un lato e Unione Sovietica dall’altro), e giunti ad una conclusione ritenuta molto stabile: quella del G-8 è stato pertanto un punto di arrivo molto significativo. Occorre a tal riguardo rilevare che nel passaggio dal G7 al G8 si può constatare una sostanziale continuità di ispirazione capitalistica in economia e democratica in politica quanto ai modelli di governo, sebbene l’esperienza russa di Putin non è in alcun modo comparabile alla evoluzione liberaldemocratica angloamericana.

La vicenda in atto pare per la prima volta porre in evidenza proprio una scissione fortemente voluta tra il contesto economico, che resta capitalistico, e quello politico che non è più necessariamente quello di tipo liberaldemocratico. Questa appare infatti la più significativa divergenza che caratterizza l’attuale fase mondiale e che conferisce pertanto una sostanziale ambivalenza allo stesso fenomeno della globalizzazione. Sono queste le ragioni che hanno reso particolarmente significativo l’intervento di Barack Obama a Westminster subito prima del vertice di Deauville: la ribadita affermazione di un primato culturale-politico angloamericano rispetto alle pretese di modifica sostanziale del modello medesimo che provengono da alcuni dei nuovi protagonisti della scena mondiale.
È in questo contesto che va valutata anche la specifica posizione dell’Italia: avevamo fatto parte del G7 in un contesto nel quale la nostra posizione geografica ci rendeva determinanti; abbiamo partecipato al G8 ponendoci quasi da ponte tra il G7 e il G8 medesimo; rischiamo di scivolare pian piano verso il fondo del nuovo equilibrio mondiale, se non sapremo svolgere un ruolo significativo proprio nel Mediterraneo. L’orientamento del G8 per un cosiddetto piano Marshall per Egitto e Tunisia ci pone infatti di fronte ad una scelta radicale: svolgere un ruolo da protagonisti o vivacchiare persino quale una zavorra. Nel primo come nel secondo caso occorre decidere qual è l’idea di Italia che abbiamo in mente. Su questo si gioca anche il futuro equilibrio politico del nostro Paese, una volta esaurito l’equilibrio attuale, come le recenti elezioni amministrative hanno dimostrato, quale che sia il risultato conclusivo delle elezioni comunali a Milano e a Napoli.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 28 maggio 2011.

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