Intervento dell’On. Mario Tassone sul seguito dell’esame della proposta di relazione sulla prima fase dei lavori della Commissione con particolare riguardo al condizionamento delle mafie sull’economia, sulla società e sulle istituzioni del Mezzogiorno

Presidente, vorrei semplicemente fare qualche valutazione d’insieme, perché, relativamente alla sua relazione, ovviamente, non posso discostarmi dal giudizio unanimemente espresso dai colleghi, sia per antica solidarietà, amicizia, stima e grande fiducia, sia perché ella ha compiuto uno sforzo encomiabile.

Ci troviamo, Presidente, con estrema chiarezza, di fronte ad una vexata quaestio, che si trascina nel tempo e che poi, puntualmente, si evidenzia con forza nel momento in cui andiamo a votare (almeno chi di noi nel tempo è stato parlamentare) la ricostituzione della Commissione antimafia. Ogni volta si ripete quanto hanno affermato i colleghi con molta chiarezza circa l’utilità o meno della Commissione antimafia. Anche all’inizio di questa legislatura ci siamo posti un quesito molto forte, interrogandoci su cosa debba fare la Commissione antimafia e su quali siano i suoi poteri. Alcuni di essi sono stati certamente evidenziati nelle norme che il Parlamento ha approvato, purtroppo molto rapidamente, dal momento che non vi è stato spazio per contributi e modifiche al testo. Non vi è quindi dubbio che si ponga il problema dei compiti della Commissione antimafia. Qualcuno voleva che essa rappresentasse semplicemente un fatto descrittivo sul piano culturale e su quello delle trasformazioni sociali intervenute all’interno del nostro Paese, con tutti i problemi ad esse collegati, e che hanno progressivamente accompagnato anche il fenomeno dell’organizzazione criminale all’interno del nostro Paese.

Non c’è dubbio però che la sua relazione non sia soltanto un fatto descrittivo e narrativo rispetto a eventi ampiamente recepiti, evidenziati e sottolineati da parte dei colleghi. Ritengo che la sua relazione presenti anche alcune considerazioni. Essa contiene una sollecitazione a spingere oltre l’attività della Commissione antimafia. Se dovessimo trovarci, infatti, a un punto conclusivo dei lavori di questa Commissione, l’attività risulterebbe un po’ monca, per alcuni versi (sono io a dirlo, anche se non vorrei alterare il clima che si è evidenziato questa sera), e deludente rispetto agli obiettivi che la Commissione va a porsi, e che dovrebbe porsi.

Penso che lei, Presidente, abbia dato un ottimo contributo, ed esprimo un giudizio positivo in questa luce e in quest’ottica, avendo tutti contezza dell’evoluzione di un fenomeno che ha origine nel tempo. Non c’è dubbio che si sia fatto riferimento altre volte, almeno in questa sede, al 1860, allo sbarco degli americani, e a quando la criminalità organizzata era collaterale al potere e il potere si serviva di essa. Oggi, la stessa criminalità organizzata, che si è evidenziata e tecnicizzata sul piano di una perfezione anche organizzativa, si serve del potere, fino a comprendere che esiste un confine molto labile tra istituzioni e criminalità organizzata. Meglio ancora, nella

relazione lei evidenzia, più che l’aspetto delle istituzioni, l’inserimento nel circuito della grande economia di una struttura fortemente criminale.

Presidente, forse avremmo dovuto dare spazio alla microcriminalità. Ripeto tale concetto continuamente, perché è mia opinione che la microcriminalità sia l’humus sul quale si costruisce, si realizza, si potenzia e si afferma la grande criminalità organizzata.

Oltre l’aspetto di carattere sociale, oltre le povertà antiche e nuove, oltre, ovviamente, quelle che sono state non soltanto le povertà, esistono anche le manifestazioni d’ingiustizia, con le quali più volte abbiamo fatto i conti. Non bisogna dimenticare che l’assenza di meritocrazia e la ricorrente assenza di regole crea delle fratture e una dilapidazione della credibilità delle istituzioni. Ciò è emerso alla fine degli anni Quaranta e Cinquanta, con un’utilizzazione anomala della banda Giuliano. Una lettura di quel fenomeno sarebbe importante per avere delle risposte rispetto ai substrati su cui si è costruito il potere, anche nella realtà siciliana.

Non v’è dubbio che oggi siamo di fronte a un passaggio importante e delicato. Il passaggio delicato che io pongo, Presidente, dopo aver detto chiaramente che condivido la sua relazione e che certamente mi aggancio ai contributi fondamentali che hanno fornito i colleghi, contiene una domanda volta a sapere cosa si faccia rispetto ad alcune problematiche.

Con estrema chiarezza, le dico che non sono assolutamente convinto o, per essere più precisi, non sono soddisfatto di come è organizzata l’Antimafia per quanto riguarda le forze di polizia, e non perché queste non svolgano il loro dovere, anzi lo fanno anche di più, con un sacrificio costante e continuo. Ritengo, però, che con questo tipo di organizzazione, con la moltiplicazione delle sigle e delle sovrastrutture, si evinca di più il potere esistente all’interno di quell’organizzazione rispetto a quella che invece dovrebbe essere l’efficienza e la realizzazione per contrastare la criminalità organizzata.

Perché non dobbiamo affermare che non è un bene che vi siano stazioni dei Carabinieri in ogni piccolo comune e che queste rappresentano un dispendio di risorse e di mezzi, anche umane, e una dilapidazione di professionalità? Perché non dobbiamo dire che le forze di polizia, così articolate e organizzate nel territorio, non sono un bene? Se questa Commissione ha un senso e un significato, dovrebbe dare un contributo anche in questa direzione.

Non procedo oltre, Presidente, perché voglio rimanere all’interno dei limiti temporali che mi sono stati assegnati. Vi è però un altro aspetto, Presidente: senza fare nomi, ricordo che una tesi più volte illustrata in questa Commissione, non da molti, ma forse da qualcuno di noi, ci spingeva a interrogarci sull’efficienza della DNA. Vi sono dei moloch di cui non possiamo parlare, come se la Commissione dovesse marciare lungo un proclivio senza tentennamenti e senza scossoni, perché ci sono addetti ai lavori che non possono essere toccati. Alcuni magistrati distrettuali hanno affermato chiaramente che la DNA dovrebbe essere rivista, come dovrebbe essere rivista la DIA. A mio parere, se vi è una globalizzazione nell’economia, anche la DIA deve essere perfezionata, e su questo non v’è dubbio alcuno. Presidente, al di là di questo, cosa andiamo a proporre? Dopo aver letto la relazione, che va benissimo nelle intenzioni, dobbiamo giungere a una conclusione, per ottenere una sollecitazione molto forte, perché la DNA e la DIA, strutturate in questo modo non funzionano.

Allo stesso modo, dobbiamo porci il problema del rapporto tra il distretto antimafia e le procure ordinarie. Vi sono dei procuratori in Calabria, a Reggio Calabria e a Catanzaro, che sono procuratori ordinari e anche coordinatori antimafia e che – lo

ribadisco subito – sono ottimi professionisti. Bisogna fare un encomio quotidiano per l’attività svolta da Pignatone a Reggio Calabria e da Lombardo a Catanzaro. Non è possibile però che vi sia questo stacco. È come se si affrontasse la lotta alla mafia in una fase diversa da quella dei piccoli atti criminosi che però sono certamente propedeutici del salto di qualità che viene alla luce attraverso l’attività della criminalità organizzata. Non è possibile andare avanti con paratie, con compartimenti stagni, con recinti. Questa è una negazione e vi è anche in questo caso uno sperpero di risorse, analogamente a quanto avviene per le forze di polizia.

Ancora. È possibile avere questo semplice luogo comune, e cioè una fiducia immancabile nel successo e nella vittoria definitiva? Perché non guardiamo, invece, al compito che la Commissione antimafia potrebbe svolgere per eliminare le eventuali insufficienze anche dell’amministrazione giudiziaria? Non voglio attaccare l’amministrazione giudiziaria, ma sappiamo che ci sono delle situazioni particolari a Reggio Calabria, come tra la procura di Caltanissetta e quella di Palermo nella gestione di Ciancimino. Ebbene, il Procuratore nazionale antimafia che cosa fa? Le gestisce? Fa il mediatore? E su che cosa media questo signore? Non sappiamo nulla. Dobbiamo pur avere una valutazione complessiva.

Qualche altra considerazione e mi avvio alla conclusione.

Parlando di usura e di estorsione diciamo di avere una buona collaborazione con la Banca d’Italia. Eppure questa collaborazione con la Banca d’Italia è a parole. Il credito è la logistica, la portaerei delle cose più turpi che si fanno nelle banche. È stato creato un nucleo di vigilanza. Ma qual è? Non accettiamo lezioni dagli industriali, che devono fare una diversa vigilanza e si devono dare un’organizzazione interna: hanno sventolato la vicenda della Sicilia e di Lo Bello, ma ci sono problemi – lo diceva anche la collega Napoli – che attengono profondamente al comportamento cedevole degli industriali rispetto alla criminalità organizzata. Come si vede, i problemi non riguardano soltanto gli addetti ai lavori (magistrati e forze di polizia). I poteri sono articolati e – soprattutto – sono distribuiti e fortemente radicati all’interno del nostro Paese.

Signor Presidente, alla luce dello sforzo e del lavoro importante e fondamentale che ha fatto (non poteva essere diversamente perché conosco la sua meticolosità e soprattutto la sua chiarezza; la sua storia personale lo dice chiaramente), dobbiamo pur fare un passo in avanti.

Non voglio entrare nel merito dell’ANAS, per carità; è stato un problema top secret e abbiamo avuto difficoltà con il Ministro delle infrastrutture. All’interno delle Istituzioni ci sono poteri intoccabili; me ne rendo conto. Ho una buona esperienza: ricordo una Commissione stragi che, pur avendo avuto l’autorizzazione, non riuscì ad andare ad Hammamet a sentire Craxi, su richiesta dello stesso, per interventi extraterrestri (non so!).

Capisco tutto, ma non c’è dubbio che questo non è la fine o la morte di alcuno: è la fine di una giustizia. Non accettiamo più lezioni da nessuno. La magistratura – sono d’accordo con il senatore Li Gotti – fa il suo dovere nella stragrande maggioranza dei casi, ma possiamo anche chiedere del lavoro che fanno gli inquirenti e di come i giudicanti applicano la legge. È inutile chiedere altre leggi, se quelle che ci sono non vengono sufficientemente e puntualmente applicate.

Mi fermo qui, senza parlare della confusione che esiste all’interno delle Istituzioni e di cui abbiamo avuto contezza quando abbiamo parlato di stragi. Per alcuni di noi è stata veramente una vergogna, o quanto meno uno scossone e una

preoccupazione in più, per usare un eufemismo (vengo da una scuola che con gli eufemismi si dava un tono o, quanto meno, si tentava di tranquillizzare un po’ gli eccessivi allarmismi). Non c’è dubbio però, signor Presidente, che ci sono questi temi e questi argomenti.

Vorrei fare un’ultima considerazione per quanto riguarda le affermazioni fatte dalla collega Napoli. Alcune leggi vengono accettate dalla magistratura, altre no. Quella sul divieto di propaganda elettorale ai sorvegliati speciali indiziati di reati di mafia, ad esempio, non è stata accettata sin dall’inizio. Ripeto: non è mai stata accettata sin dall’inizio. La collega Napoli è stata relatrice del provvedimento e ricordo che abbiamo avuto una serie di difficoltà a farlo approvare, non dai colleghi ma per le pressioni di forze esterne. I magistrati non possono far approvare le leggi che vogliono, né possono non applicarle una volta che sono state approvate. Questo è un dato incredibile.

Non mi scandalizzo per il voto di scambio. Il reato di voto di scambio emerse per le lettere di raccomandazione, ora si tolgono anche le contravvenzioni. Quindi non c’è più voto di scambio da nessuna parte. Ormai viviamo in un altro mondo, un mondo surreale, nel quale certamente la Commissione antimafia può esistere e, visto che è così compatta e con una saggia guida, può anche dare un contributo alla lotta alla criminalità, che è una lotta alle rendite parassitarie.

Come diceva il senatore Li Gotti, è vero che il lavoro nero, il lavoro della criminalità organizzata, regge alcune economie del Mezzogiorno. Se questo circuito e queste voci dovessero finire, ci sarebbe certamente una frana incredibile e forse – qualcuno dice – ciò farebbe bene allo Stato. Probabilmente lo Stato marcia su queste cose. Dovremmo fare chiarezza, per quanto si può. Nessuno di noi ha la bacchetta magica, considerato che la criminalità è ormai un fatto a livello internazionale e con vari sodalizi e strutture diplomatiche che intrattengono e aiutano a intrattenere rapporti continui che esistono e che certamente condizionano alcuni Governi.

PRESIDENTE. Onorevole Tassone, intervengo non perché abbia frainteso una sua affermazione, ma perché non si fraintenda da una lettura dei resoconti. Debbo assicurare la Commissione che il Presidente e, per quanto mi risulta, nessun componente dell’Ufficio di Presidenza, ha mai subito o accettato condizionamenti esterni sulle scelte della Commissione. Non lo dico per lei, ma perché la sua espressione potrebbe essere equivocata.

Signor Presidente, la ringrazio per l’interpretazione autentica.

 

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