Intervento dell’On. Mario Tassone sull’abolizione delle province

Signor Presidente, ritengo che questo argomento debba essere sottratto alle forzature anche verbali, che abbiamo potuto riscontrare in tutte le occasioni nelle quali sia l’Aula che la Commissione hanno affrontato questo provvedimento. Ritengo che ci debbano essere delle risorse, sul piano della serenità e del realismo, evitando – come dicevo prima – qualche abbandono in più, che non credo possa aiutarci a comprendere, a capire, a cogliere o a innovare, se c’è questo intendimento. Chi ha qualche memoria storica ricorda che più volte questo Parlamento si è interessato dell’abolizione delle province; soprattutto il tema ritornò in termini prepotenti nel 1970 quando nascevano le regioni in ottemperanza ovviamente al dettato costituzionale e ci si chiese da più parti, anche in quest’Aula, se avesse una qualche importanza o se vi fosse necessità di mantenere in pista le province oppure sarebbe stato necessario procedere alla loro eliminazione visto e considerato che le regioni di fatto assorbivano l’ente che in quel momento non era intermedio ma lo divenne poi con l’istituzione delle regioni. Vi furono dibattiti e discussioni e si disse chiaramente che le province potevano sopravvivere perché avrebbero dovuto svolgere un ruolo importante, come dicevo poc’anzi, come ente intermedio, come cerniera fra regioni e comuni. Però si disse anche una cosa importante: le regioni, che godevano e godono di una potestà legislativa, avrebbero dovuto abbandonare ogni suggestione e gestione amministrativa e quindi demandarle alle province. Si sostenne ancora di più nel corso degli anni, quando nascevano le comunità montane, le AUSL, eccetera, che forse era necessario eliminare quella frantumazione di centri decisionali a livello istituzionale e rinviare all’ente intermedio, le province, certamente sotto l’egida, la guida e il coordinamento politico e istituzionale della regione.

C’è stata poi la riforma del 2001 che riguardò il titolo V della parte seconda della Costituzione, e nel 2001 si misero sullo stesso piano, come si ricorderà, i comuni, le province, le città metropolitane, le regioni e lo Stato senza alcuna differenza, suggellando quindi una situazione di fatto esistente, con qualcosa in più che ha innovato profondamente mettendo sullo stesso livello comuni, province, area metropolitana e regioni. Poi ci si domandò: se ci sono le aree metropolitane – a fatica siamo andati avanti con le aree metropolitane almeno sul piano concettuale, non su quello della loro operatività perché ancora non intravediamo operatività da parte delle aree metropolitane – ci devono essere anche le province? Si rispose che dove ci sono aree metropolitane che coincidono con il territorio delle province, le province ovviamente non hanno più ragione di esistere.

Successivamente c’è stato un altro dato, signor Presidente, quando ci siamo trovati anche in questa legislatura a formare pacchetti di riforma e rivisitazione delle autonomie locali. Mi dispiace che non ci sia il Ministro Calderoli, ma anche quando si è discussa la legge sul federalismo fiscale – chiedo scusa Ministro, è tanto il desiderio di vederla al suo posto perché l’abbandono del suo posto potrebbe essere preludio di un’altra cosa, ma in questo momento stiamo discutendo di province – e delle sue debolezze, che abbiamo più volte sul piano culturale e concettuale manifestato fortemente in quest’Aula, si disse chiaramente che non si sapeva chi facesse cosa per quanto riguarda i comuni, le province e le regioni. Lo si sostenne con molta forza in quei termini, poi si rinviò tutto al Codice delle autonomie locali; ricorderemo che mentre discutevamo della legge sul federalismo fiscale c’era in pista anche il Codice delle autonomie locali.

Forse quella era l’occasione per riproporre il discorso sulle province. Il mio gruppo ha presentato una proposta di legge sull’eliminazione delle province, avente come primo firmatario Casini. Noi ci eravamo illusi, perché pensavamo che si potessero avere un dibattito e un confronto sereno, sia con il Popolo della Libertà, sia con l’area dell’opposizione, perché il Popolo della Libertà aveva fatto una bandiera per quanto riguarda l’eliminazione delle province. Non è che sono populista e invito tutti ad abbattere i castelli, però si poteva anche discutere. L’unica posizione che appariva chiara era quella della Lega Nord, per dire la verità. Sin dall’inizio, almeno in Commissione affari costituzionali, ci sono state perplessità, riserve e posizioni di distinguo, manifestate anche in questo momento con l’intervento del bravo collega Volpi. Dunque, vi è un dato su cui mi interrogo in questo momento: è stato dato mandato al relatore – in Commissione noi abbiamo votato contro – a riferire in termini contrari all’Aula su questo tipo di provvedimento. Il relatore vi ha spiegato la posizione dell’Italia dei Valori, il mantenimento, nello spazio temporale, previsto dal Regolamento, di questa sua proposta. L’onorevole Bruno vi ha anche ricordato i traghettamenti dall’Aula in Connessione. Adesso ci troviamo qui per fare cosa? Approvare l’emendamento della Lega e, quindi, affossare del tutto questo tipo di provvedimento? Però, l’onorevole Bruno nel suo speech, nella sua comunicazione, dice chiaramente che, se ci dovesse essere poi la volontà di riprendere il tema delle province, lo potremmo riproporre e riportare in Commissione. Ma qui non c’è – ve lo dico con estrema chiarezza – alcuna volontà. Forse, lo sforzo si era fatto in Commissione, ma ora andiamo ad esaminare una serie di emendamenti – anzi ne esaminiamo uno, perché si presume che gli altri cadranno – in cui c’è stato uno sforzo da parte del Partito Democratico, ma soprattutto della Lega, di fare una scaletta per quanto riguardava le province che dovevano essere salvate o eliminate, sulla base del territorio e della popolazione. Anche se ho intravisto subito la difficoltà di procedere su questo percorso, perché si va ad aprire una girandola e un dibattito all’interno del nostro Paese con riferimento alle province che rimangono ed a quelle da abbattere. Già sappiamo quali sono stati i movimenti per i riconoscimenti di alcune province, nate storte e, quindi, sviluppate storte. Però, c’era un dibattito. Il comitato ristretto, per dire la verità, dopo qualche approccio iniziale, poi non ha avuto la possibilità di andare oltre. Ma poi è venuta fuori un’altra proposta, quella dell’elezione dei consigli provinciali con voto indiretto da parte dei comuni. Questo poneva un interrogativo, poiché era una riforma di carattere costituzionale anche quella. Le proposte emendative della Lega, invece, con la nuova rimodulazione delle province, forse superavano l’esigenza di una riforma di rango costituzionale. Pongo questo dato, perché non si eliminavano le province ma si rimodellavano, il che poteva essere fatto con legge ordinaria. Propongo questa riflessione nell’ambito della discussione. Ma c’è un altro dato: non accetterò mai – l’ho detto anche quando abbiamo discusso di federalismo e di codice delle autonomie – che si possa affrontare in termini veramente demagogici il tema dei costi della politica. Su questo discorso dico con molta chiarezza che non ci sto, tant’è vero che ero per il mantenimento dei consigli circoscrizionali anche a costo zero. Glielo ricordo, signor Ministro, non che pretenda che lei ricordi i miei interventi, però glielo ricordo in questo momento. È una mia presunzione ovviamente e forse una soddisfazione del momento. Mi dia questa soddisfazione del momento. Però, per questo non faccio i conteggi su quanto costano le province per quanto riguarda i consigli provinciali.

Io conto, invece, i costi, i benefici e i ritorni, perché, se le province potessero funzionare con la nuova articolazione di decentramento amministrativo, avrebbero dei ritorni e ovviamente coprirebbero anche i costi. Il problema è che non funzionano, non si è andati avanti e non vi è la volontà di una riforma complessiva.
Come mai in questo nostro Paese non si parla mai delle regioni, di quanto costano e di come garantiscono i servizi che demandano loro la Carta costituzionale o la legge ordinaria? Nessuno ne parla perché è top secret! Anche quando si parla di bilancio dello Stato, nessuno parla del costo delle regioni e dei loro risultati. Quello è il costo della politica, a volte negativo, perché il costo della politica negativo si ha quando si affidano competenze e compiti e non vi è un ritorno adeguato rispetto ai servizi che dovrebbero interessare i cittadini nel loro complesso. Questo è il dato vero, signor Presidente!
Se questo è il momento di una riflessione, facciamola, ed è un bene che siamo tornati in Aula. Noi già ci siamo espressi in Commissione: abbiamo votato contro l’emendamento degli onorevoli Vanalli e Volpi. Ovviamente, abbiamo tranquillamente detto che votavamo contro e ci aspettavamo anche – lo dico con molto affetto e simpatia nei confronti del Partito Democratico – un comportamento di maggiore ragionevolezza e non di allineamento con quella che è stata la posizione della Lega e poi del Popolo della Libertà, ma questo è un discorso che verrà fuori in termini diversi in un altro momento (mi premeva sottolinearlo in questo particolare momento).

Manteniamo ovviamente – poi lo dirà l’onorevole Mantini – una posizione del tutto contraria rispetto agli emendamenti soppressivi che sono stati presentati dalla Lega, coerentemente con la nostra posizione e la nostra visione di decentramento autonomistico all’interno del nostro Paese.

 

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