D’Onofrio: in Europa non esiste solo il bipolarismo

Riparte il dibattito sulla riforma elettorale, ma è venato da un vecchio pregiudizio sulla governabilità.
Sembra che il dibattito sulla legge elettorale politica stia ripartendo, in qualche modo anche trasversalmente. Appare una sostanziale convergenza nel ritenere necessario che i parlamentari nazionali siano in qualche modo ancorati ad un territorio di provenienza, sia con la reintroduzione del voto di preferenza, sia con la elezione ad uno o due turni in collegi comunque maggioritari. In questo dibattito ricorre peraltro in modo sostanzialmente ripetitivo una affermazione in virtù della quale vi sarebbe la necessità dell’ adeguamento dell’Italia al bipolarismo tra destra e sinistra perché questo costituirebbe una sorta di “normalità europea”.

Non occorre certamente ripercorre il lungo e travagliato dibattito che ha caratterizzato anche in Italia l’accettazione delle espressioni “destra-centro-sinistra”: basti ricordare i numerosi e rilevantissimi scritti di Norberto Bobbio proprio su questo punto. Qualora infatti si guardi con adeguato senso storico e politico al processo che ha dato vita allo Stato nell’Europa continentale nel corso degli ultimi cinque secoli, ci si rende conto che la sua nascita ed il suo successivo sviluppo fino ad oggi hanno finito necessariamente con il comporre – in sede nazionale appunto – la dimensione della identità delle diverse componenti culturali e politiche (che a quello specifico Stato hanno dato vita ed al cui sviluppo hanno concorso) con la dimensione del programma di governo che in ciascuno Stato è risultato caratterizzante nelle sue diverse fasi storiche.
La composizione tra le identità delle diverse forze culturali e politiche da un lato, ed i programmi di governo, ha pertanto rappresentato la radice politica ed istituzionale di fondo del modo con la quale, in ciascuno Stato appunto, si è dato vita alla legge elettorale politica e alle sue successive e significative modifiche. Il fatto che in ciascuno di questi Stati si sia anche dato vita a sistemi elettorali per la formazione di organi di amministrazione locali e di organi legislativi regionali ha ulteriormente reso più complesso il problema stesso della definizione della legge elettorale politica. Occorreva in tal caso rispondere anche alla domanda del se si intendeva procedere nel senso di sistemi elettorali tra di loro raccordati in modo da essere funzionali ad una vera e propria professione politico-elettorale, o se si preferiva procedere alla definizione di sistemi elettorali distinti l’uno dall’altro in funzione delle specifiche competenze dell’ente locale medesimo. Il fatto infine che negli Stati dell’Europa continentale si è finiti con il dar vita ad un Parlamento europeo, anche se non ancora dotato del potere di formazione di un vero e proprio Governo europeo, ha ulteriormente introdotto una distinzione tra identità politico-nazionale e Consiglio europeo sostanzialmente interstatale, che ha finito con il rendere necessaria una legge elettorale proporzionale per la elezione dei componenti nazionali del Parlamento europeo medesimo.

 Anche pertanto, a voler prescindere da questo più recente sviluppo europeistico, non si può non rilevare che in ciascuno Stato componente della odierna Unione europea si sono adottate leggi elettorali politiche che hanno realizzato in modo diverso il punto di equilibrio tra identità e programma, talvolta oscillando nel senso della accettazione della alternativa destra-sinistra, tal’altra preferendo la formazione e la stabilità dei governi rispetto alla tutela della identità culturale delle diverse componenti politiche. Occorre aver presente pertanto che la distinzione destra-sinistra è stata profondamente segnata dalla stagione della “Guerra fredda”; non sorprende del pari che la storia europea continentale ci aveva consegnato diverse espressioni di destra e diverse espressioni di sinistra; non sorprende infine che la concreta esperienza politica di forze ideali di provenienza cristiana e ancor più cattolica abbiano cercato di sottrarsi proprio all’alternativa tra destra e sinistra per dar vita a soggetti politici e ad alleanze di governo più centrali che centriste. Non vi è dunque una sorta di “normalità bipolare europea” rispetto alla quale l’Italia dovrebbe in qualche modo essere costretta ad adeguarsi. Si può certamente essere proporzionalisti fino al punto da non porre alcuno sbarramento quantitativo alla rappresentatività di componenti culturali comunque presenti in modo consistente nella società italiana; si può al contrario essere maggioritari fino al punto da prevedere premi di maggioranza costruiti per la stabilità del governo, molto più che per la identità programmatica delle sue componenti; si può essere favorevoli ad un sistema elettorale nazionale che tenga conto dei sistemi elettorali locali e regionali; si può infine essere orientati dal contesto europeo attuale, che non ha certamente dato vita ad un nuovo Stato, ma che allo stesso tempo non è più caratterizzato soltanto dalla somma di Stati nazionali.

Qualora dunque si guardi con attenzione alla lunga e complessa storia dei singoli Stati europei, non si può certamente cogliere alcuna presunta normalità europea per quel che concerne i sistemi elettorali politici: si può dunque operare una scelta per convenienza o per convinzione, ma non per una ipotetica costrizione europea.

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