D’Onofrio: il faticoso compromesso Usa sul Debito

L’intesa raggiunta negli Stai Uniti sta per prendere corpo anche in termini legislativi al Senato e alla Camera. Si tratta per un verso di una consueta vicenda di intesa, centrale più che centrista, tra il Presidente in carica – oggi Barack Obama – e il G.O.P. Vicenda consueta perché anche in questo caso (che peraltro non si limita a ripetere vicende antiche) si tratta di una sostanziale intesa in qualche modo al ribasso rispetto alle pulsioni anche economicamente più estreme presenti sia nel campo democratico sia nel campo repubblicano. L’intesa infatti lascia sostanzialmente indenni dall’accordo i due temi fondamentali per la campagna elettorale di Obama e per la prevedibile campagna elettorale del Partito repubblicano: da una parte un sostanzioso incremento della imposizione fiscale per i ceti più abbienti, dall’altra un sostanziale diniego per le spese sanitarie previste per i più poveri dalla recentissima riforma sanitaria di Obama. Per comprendere questa svolta centrale più che centrista occorre in particolare aver riferimento ad alcune specifiche caratteristiche del sistema politico statunitense, non sempre tenute presenti quando – anche in Italia – si tende a semplificare in chiave bipolare-popolare quel che invece è un sistema certamente popolare ma anche sostanzialmente federale. Nella vicenda intervenuta in queste ultime ore, infatti, ha assunto un particolare e comprensibile rilievo proprio il fatto che al Senato – che è una camera sostanzialmente federale – era sopravvissuta una maggioranza politica favorevole ad Obama, mentre alla Camera dei deputati – rieletta integralmente nelle ultime elezioni cosiddette di mid-term – la maggioranza era stata conquistata dai repubblicani. Ed è proprio all’esito politico di queste elezioni che occorre guardare per comprendere da un lato il senso dell’intesa raggiunta – che è di fatto di interesse nazionale – e dall’altro ai contenuti, anche differiti nel tempo, dell’intesa medesima. Il sistema politico statunitense gioca infatti su tre momenti distinti: quello sostanzialmente federale, che prevede che ciascuno Stato esprima due senatori a prescindere dalla sua popolazione; quello sostanzialmente popolare, che prevede che il numero di deputati viene ripartito in ciascuno Stato proprio sulla base della popolazione; quello infine presidenziale, che costituisce una sorta di coesistenza tra l’uno e l’altro sistema. In questo contesto era essenziale per Obama conservare la possibilità di L’ svolgere una campagna elettorale nel prossimo anno al riparo delle costrizioni centriste di questo momento. Contestualmente era essenziale per i repubblicani mantenere la possibilità di utilizzare nella prossima campagna presidenziale anche le pulsioni ideologicamente “estreme” del Tea party. Dal punto di vista dei contenuti dell’intesa occorre pertanto capire che l’interesse nazionale ha finito con il conferire carattere appunto centrale e non centrista all’intesa medesima. Sarà la prossima campagna elettorale presidenziale del 2012 a dimostrare che si cercherà un non facile equilibrio tra l’interesse nazionale che spinge alla centralità e l’identità di partito che tende a spingere i rispettivi partiti anche alle estreme. Occorrerà, inoltre, aver molto presente il fatto che nel caso di Obama la campagna elettorale del prossimo anno sarà per lui una seconda ed ultima campagna presidenziale elettorale, perché – come è noto – il Presidente degli Stati Uniti può essere rieletto solo una volta. In quella campagna elettorale pertanto Obama non sarà costretto ad essere centrista, come è avvenuto in questi giorni in prossimità della complicata vicenda finanziaria, che è stata definita del default. Nella prossima campagna elettorale, infatti, Obama sarà certamente indotto a guardare al “centro”, ma non sarà costretto ad essere “centrista”. Non vi è dubbio che l’intesa raggiunta è destinata ad avere conseguenze immediate per le decisioni dei mercati finanziari, che avevano peraltro già scommesso sul raggiungimento dell’intesa medesima, e quindi sulla capacità di evitare – anche se per poco tempo – l’ipotesi catastrofica di una inaffidabilità statunitense a far fronte ai propri debiti. L’intesa peraltro è destinata a d avere conseguenze molto rilevanti anche sul piano dei rapporti internazionali. Il fatto stesso che una delle misure previste per la riduzione del debito concerne le spese militari è destinato a tradursi in una sorta di volontaria riduzione del ruolo imperial-militare degli Stati Uniti nel mondo. Il fatto – a sua volta – che si sia previsto un consistente intervento riduttivo della spesa sociale finirà con l’avere conseguenze sulla stessa epocale riforma sanitaria del Presidente Obama. Spese militari da un lato e politica sanitaria dall’altro avevano infatti caratterizzato la presidenza Obama nel senso di una sorta di presidenza più della globalizzazione che degli Stati Uniti. L’intesa raggiunta lascia sostanzialmente impregiudicata la sorte strategica della presidenza Obama, ma essa è destinata comunque a lasciare il segno proprio sull’equilibrio tra un individualismo estremo (vagamente calvinista) e socialità (vagamente terzomondista), che aveva caratterizzato la campagna elettorale di Barack Obama nel 2008, e che molto probabilmente finirà con il caratterizzare anche la prossima campagna elettorale presidenziale, che avrà avuto alle proprie spalle l’intesa raggiunta questa volta in nome dell’interesse nazionale.

 

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 02 agosto 2011

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