D’Onofrio: I micro-comuni tra identità ed efficienza

Anche se non è ancora chiaro il punto di approdo definitivo di questa sempre più confusa manovra finanziaria, che ufficialmente è la manovra di Ferragosto, è opportuno cercar di discutere in modo serio e non abborracciato della questione concernente i comuni con popolazione al di sotto dei mille abitanti, per i quali la stesura originaria del decreto sembrava preconizzare la soppressione. Si tratta di una questione molto seria che non può essere affrontata nei termini – significativi ma non risolutivi – del costo della politica. Da un punto di vista strettamente finanziario, infatti, si tratterebbe di una riduzione complessiva molto esigua della spesa pubblica.
La questione dei micro-comuni non può, infatti, essere affrontata in una logica esclusiva o anche prevalente di riduzione dei costi della politica. Occorre infatti aver presente che si tratta di moltissime località che hanno costituito per molti secoli punti di aggregazione comunitaria di base, all’interno dei quali la stessa dimensione elettorale consiliare e sindacale deve essere vista come parte di un più ampio problema. Vi sono infatti micro-comuni che hanno subito lunghe e dolorose emigrazioni soprattutto da parte dei più giovani in cerca di lavoro o di un diverso stile di vita. In questi casi la dimensione comunitaria originaria di questi micro-comuni si è andata via via modificando, nel senso che si tratta ormai di piccole comunità di vecchi o almeno di anziani, i cui bisogni complessivi non sono certamente quelli del sistema elettorale o del costo della politica.

Vi sono – al contrario – micro-comuni che sono sorti per dura volontà anche referendaria dei loro abitanti, che hanno voluto proprio distaccarsi da comuni maggiori in nome o di una propria identità storica o di una propria vocazione urbanistico-produttiva diversa da quella del comune di appartenenza originaria. Vi sono – ancora – micro-comuni delle vallate alpine distanti dai più vicini comuni maggiori: in questi casi occorre aver presente che si tratta di vallate fortemente caratterizzate anche da fenomeni nevosi. Vi sono – del pari – micro-comuni della dorsale appenninica italiana che è molto diversa dalle regioni del centro nord alle regioni del sud, come sanno tutti coloro che non vivono lontani dalla realtà.
La categoria dei micro-comuni è ulteriormente differenziata a seconda che si tratti di località turistiche o non turistiche: nel primo caso, infatti, il turismo può aver avuto proprio bisogno di una piccolissima località per potersi sviluppare e persino concretizzare in montagna, al lago, o al mare.

Siamo pertanto in presenza di una varietà estremamente larga che non consente interventi ipersemplificatori e men che meno interventi assunti sotto il mantello talvolta demagogico della riduzione dei costi della politica. Occorre infatti capire fino in fondo che la questione della identità di questi micro-comuni è una questione non prevalentemente economica, come erroneamente sembra affermare il decreto di agosto. Non vi è dubbio – d’altra parte – che la questione dell’identità deve tener conto anche della efficienza complessiva dei servizi erogati o erogabili dai comuni. Non esiste peraltro alcuna regola in base alla quale si possa affermare che vi è una dimensione di popolazione ottimale per la erogazione di questi servizi, soprattutto perché si tratta di servizi di volta in volta bisognevoli di dimensioni umane e territoriali diverse le une dalle altre. Basti pensare alla differenza estrema mente rilevante che vi è tra il servizio della raccolta dei rifiuti rispetto al servizio dello smaltimento dei rifiuti medesimi; al servizio della erogazione anche domestica dell’acqua rispetto alla captazione dell’acqua medesima; al servizio della provvista di energia che può essere molto diversa a seconda della natura delle attività che si svolgono sul territorio; al servizio di cura per i bambini che normalmente fa capo alla provvista di asili nido, o al servizio di cura per gli anziani che fa capo ad istituzioni molto diverse proprio dagli asili nido, sia per l’età dei potenziali utenti, sia per dimensione orografica del servizio medesimo.

Tutte queste questioni fanno parte ormai di un dibattito concernente il rapporto tra struttura pubblica ed iniziativa privata, tra organizzazione amministrativa e dimensione sociale. La dimensione finanziaria del problema è certamente rilevante ma non può essere la come quelli attuali – nei quali – anche in Italia – si fa un gran parlare di sussidiarietà. Un orientamento tutto centrato esclusivamente sulla dimensione della identità di queste piccolissime aggregazioni sociali sarebbe certamente insufficiente in tempi di necessaria riduzione della spesa pubblica. Un orientamento tutto centrato su una astratta ed opinabile dimensione di efficienza rischia a sua volta di far perdere l’aspetto umano della questione.
Mai come in questo caso occorre pertanto saper cercare un equilibrio anche nuovo purché umanamente accettabile tra identità ed efficienza: la Gran Bretagna di Cameron parla di “big society”; gli Stati Uniti hanno dato e danno prova di iniziative civiche sostitutive di pubblici poteri burocratici; la Germania ha approfonditamente discusso proprio della sussidiarietà. Per non parlare dei numerosi esempi che ci vengono incontro dall’America latina; dall’Asia; dall’Africa.
Sarebbe ormai opportuno che anche in Italia si guardasse ai problemi del rapporto tra identità ed efficienza in termini di ispirazione ideale; di costi pubblici; di servizi erogati ai singoli; di attese di vita; di modelli di vita; di vocazione dei territori: un nuovo equilibrio, dunque, tra identità ed efficienza; non l’illusione di poter affrontare questi problemi in termini di debito pubblico, ignorando gli aspetti sociali della questione.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 3 settembre 2011

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