Il discorso di Lorenzo Cesa

 11 SET – Care amiche, cari amici, prima di entrare nel vivo di questo mio intervento credo sia doveroso dedicare alcune riflessioni a ciò che rappresenta questa giornata per la storia di tutti noi, di tutti gli abitanti del mondo e dunque anche di noi italiani.

L’11 settembre di 10 anni fa, gli Stati Uniti venivano attaccati dalla follia sanguinaria di Al Qaida. Tremila cittadini americani sono morti in quel giorno e da allora si è aperta una durissima guerra al terrorismo che è costata migliaia e migliaia di altre vittime. OSSERVIAMO TUTTI INSIEME IN SILENZIO QUESTO VIDEO.

E’ una guerra che non è ancora finita, ma che ha visto pochi mesi fa cadere Osama Bin Laden, la mente, l’artefice, l’ideatore e finanziatore di quel massacro, sotto i colpi delle forze speciali americane che lo hanno cercato senza sosta per tutto questo tempo.

Da quel giorno è cambiato il corso della storia di tutti i Paesi, anche dell’Italia. Anche noi abbiamo dato il nostro contributo nella guerra globale al terrorismo e abbiamo moltiplicato il nostro impegno nel mondo per la costruzione della pace. Abbiamo mandato i nostri soldati in Iraq, in Afghanistan, in Libano, in Kosovo, in Bosnia, sui cieli della Libia. Dall’11 settembre 2001 abbiamo perso 81 di questi nostri ragazzi. Molti di loro uccisi dai combattimenti, dalle bombe, dalle mine, altri morti a causa di incidenti mentre facevano il loro dovere a migliaia di chilometri dalla loro patria. Centinaia di ragazzi italiani sono rimasti feriti in questi dieci anni durante le missioni all’estero. Altre migliaia sono ancora là, anche in questo momento, a continuare il lavoro di chi li ha preceduti.

Alle vittime del terrorismo, a tutte le vittime civili della barbarie fanatica di qualsiasi nazionalità e credo religioso, ai cittadini americani che morirono 10 anni fa, ai ragazzi italiani morti in missione, ai feriti, a tutti questi ragazzi che sono ancora all’estero va il nostro pensiero più caro ed il nostro ringraziamento . Voi ragazzi che siete stati o siete ancora là, siete l’orgoglio dell’Italia, voi siete davvero l’Italia migliore.

Noi siamo fieri di voi. E in questo momento mi si stringe il cuore a pensare che forse proprio voi vi state vergognando dello spettacolo tristissimo e indecente che il vostro Paese offre al mondo ogni giorno con la sua politica.

Almeno di fronte a questi ragazzi, almeno di fronte agli eroi tra loro che hanno dato la vita per l’Italia, cerchiamo di essere tutti un po’ più uniti.

Prima di parlare delle nostre questioni, vi chiedo ancora qualche secondo per ricordare un altro evento che si sta svolgendo proprio oggi, a poche centinaia di chilometri da noi.

Ad Ancona, Papa Benedetto XVI sta chiudendo il Congresso Eucaristico nazionale, con una straordinaria partecipazione di fedeli e soprattutto di giovani.

In un momento così difficile per il Paese, in un’Italia che sembra caduta in un abisso di immoralità, la fede e i valori cristiani possono rappresentare per tutti, laici e cattolici, un appiglio sicuro per cercare di risollevarci. Salutiamo dunque, con devozione e affetto, Benedetto XVI e tutti coloro che sono intervenuti ai lavori del Congresso Eucaristico, al quale l’Udc è presente con una delegazione guidata dal presidente Casini e da Rocco Buttiglione.

E adesso veniamo a noi. Io voglio innanzitutto ringraziare tutti coloro che sono intervenuti ed hanno animato questi quattro giorni di lavori: gli ospiti esterni prima di tutto, i nostri parlamentari e tutti i nostri dirigenti ed iscritti. Ringrazio il sindaco, le autorità locali, le Forze dell’Ordine e soprattutto i tantissimi giovani che hanno lavorato o che hanno semplicemente partecipato a questa festa. Sappiamo che sono stati oltre mille, in un partito che negli ultimi anni ha conquistato attenzione soprattutto fra i giovani, proprio perché lancia dei messaggi di novità e di serietà, di cambiamento rispetto ad una politica bipolarista che si è rivelata un disastro.  Non è un caso infatti che abbiamo tra i nostri iscritti 42 mila giovani, un numero altissimo per la politica in Italia di questi tempi.

Ecco allora perché abbiamo pensato che fosse giusto dedicare a loro la festa di quest’anno e lasciare che fossero loro ad occuparsi in gran parte dell’organizzazione.

Il nostro obiettivo era soprattutto dimostrare che tra giovani e adulti in questo Paese è ancora possibile lavorare fianco a fianco, stringere un nuovo patto generazionale nell’interesse dell’Italia intera. E credo che nel nostro piccolo ci siamo riusciti. Le parole d’ordine che avete usato nelle vostre iniziative qui a Chianciano – etica, coraggio, equilibrio, futuro, buonsenso – sono le stesse che animano il nostro impegno politico. </p>

Viviamo momenti difficilissimi. Drammatici. Ma non sono i primi nella storia del nostro Paese. Pensiamo all’Italia uscita sconfitta dal dopoguerra. Pensiamo agli anni bui del terrorismo. Pensiamo a quanto siamo andati vicini al crack finanziario e all’uscita dal Sistema Monetario Europeo nel 1992. Pensiamo ai tormenti dei giorni immediatamente precedenti il nostro ingresso nell’Euro, che quasi tutti gli osservatori internazionali ritenevano impossibile.

Eppure, in tutte le stagioni più drammatiche, l’Italia nel passato ce l’ha sempre fatta. Ce l’ha fatta unendosi, mettendo insieme le forze e remando tutti nella stessa direzione. Con un unico obiettivo: superare gli scogli, andare oltre i momenti più difficili. Gli italiani, quando vogliono e ci si mettono, sono capaci di sacrifici e imprese straordinarie.

Ce la possiamo fare anche questa volta. Ma dobbiamo prima liberarci dalle catene che ci imprigionano da diversi anni. E queste catene, ormai l’hanno capito anche i sassi, sono rappresentate principalmente da questo bipolarismo che produce solo liti e divisioni, da questo Governo e da questo presidente del Consiglio.

Guardate. Voglio fare una cosa che di solito non faccio mai. Perché se c’è una cosa che non amo è auto-citarmi. Solo che l’altro giorno, mentre pensavo a questo discorso di oggi, sono andato a rivedermi le cose che avevo detto proprio qui a Chianciano, l’11 settembre del 2009. Oggi sono giusto due anni da quel giorno. Vi leggo solo un brevissimo passaggio:

“Avremmo bisogno – dicevo – di riforme strutturali, a partire da una seria ed ampia riforma della previdenza che tenga conto dell’allungamento della vita media, di rimettere sotto controllo la spesa pubblica che la politica dei tagli lineari di Tremonti ha fatto riesplodere per oltre trenta miliardi in un anno e che graverà sulla ripresa economica e sulle future generazioni. Di liberalizzare i servizi pubblici locali, di eliminare sprechi ed enti inutili. Si doveva partire dall’abolizione delle province su cui anche la maggioranza si era

impegnata in campagna elettorale e di cui ora invece finge di essersi dimenticata per non scontentare la fame di poltrone della Lega”.

Sono passati due anni e il Paese rischia la bancarotta esattamente perché non si è fatto un passo su quelle questioni.

Eppure, lo sapete meglio di me, non sono un economista né un indovino.

E quello,del resto, non era solo il mio pensiero. Era il pensiero di tutto il partito. Noi queste cose le diciamo da 3 anni. E con noi le dicono le forze sociali ed economiche di questo Paese, le istituzioni internazionali, gli studiosi, i tecnici.

Il problema è che dopo tre anni di “nulla”, di totale assenza di riforme, di interventi seri, dopo 3 anni in cui non ci si è voluto dare ascolto, la situazione è enormemente peggiorata e ora ci ritroviamo a un passo dal baratro, messi perfino peggio della Spagna. Vicini, drammaticamente vicini al disastro della Grecia.

Ormai lo sanno tutti, ma proprio tutti: noi abbiamo due problemi enormi. Uno si chiama debito pubblico, l’altro è la bassa crescita.

Nell’ultimo mese, quando i mercati si sono stufati del nostro nulla sul piano delle riforme, e ci siamo trovati con l’acqua alla gola, si è cercato di mettere un argine al primo problema, al debito pubblico.

Lo si è fatto offrendo uno spettacolo terrificante agli occhi del mondo: facendo, buttando nella spazzatura e rifacendo da capo quattro o cinque manovre.

Ma voi vi ricordate la prima? Tutti ci dicevano di mettere al sicuro subito i conti e il Governo si è inventato una manovra che rimandava tutto al 2014, dopo le elezioni. Poi ci sono state le altre: e abbiamo visto altre nefandezze.

Dov’è finito il taglio delle province? Dov’è finito l’accorpamento dei Comuni più piccoli? Che fine ha fatto il taglio dei costi della politica? Perché non si sono dimezzati i parlamentari? Perché, mentre chiediamo sacrifici a tutti gli italiani, con l’Iva che crescendo farà aumentare i prezzi delle merci per tutti, perché mi chiedo, qualcuno di notte, zitto zitto, ha praticamente cancellato i tagli alle indennità dei politici? Perché non si è fatta la riforma delle pensioni? Perché, maggioranza e governo, ci avete preso in giro chiedendoci di presentare pochi emendamenti e poi avete messo la fiducia sulla manovra?

Ma io mi chiedo, quando cominceranno a vergognarsi?

Noi siamo persone serie. Non faremo ostruzionismo alla Camera come non lo abbiamo fatto al Senato. Ma non chiedeteci di votarvi la fiducia. Non ne abbiamo mai avuta in voi. Ma adesso più che mai non ve la meritate. E infatti non ha più nessuna fiducia in voi il popolo italiano. Questa è la verità. Anche perché la fiducia la mettete perché non volete discutere gli emendamenti dei vostri parlamentari, dei parlamentari di maggioranza. Dei parlamentari di un Pdl sfasciato al suo interno. Dei Responsabili, che hanno sempre fame di posti e sono totalmente irresponsabili di fronte alla crisi del Paese. Della Lega che non si capisce ormai se stia giocando a far fallire l’Italia o la maggioranza stessa.

E in più, vi siete ancora una volta dimenticati l’altro enorme problema che attende risposte da anni. Vi siete dimenticati la crescita. Ve lo ha ricordato, di nuovo l’altro ieri, la figura istituzionale più preziosa che abbiamo in questo momento. Una figura a cui tutti gli italiani si sono aggrappati, perché hanno capito che è l’ancora di salvezza più importante che ci resta. Un uomo che a differenza vostra pensa al bene dell’Italia e non a tutt’altro: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

E ve lo hanno ricordato di nuovo i mercati venerdì e ancora ve lo ricordano i nostri partner europei: senza crescita non c’è speranza per l’Italia. Perché un Paese che cresce meno degli altri ed ha un debito pubblico al 120% del Prodotto interno lordo come il nostro, è un Paese che non genera ricchezza e dunque per ripagare quel debito deve continuamente ricorrere a nuovi prelievi di sangue, a nuove manovre fatte di tagli e di tasse. Insomma, se non ci muoviamo anche sul fronte della crescita nemmeno questa manovra basterà. E ne serviranno altre. Ma nessun cavallo è in grado di reggere prendendo solo frustate, senza mai bere un goccio d’acqua. Ecco perché i tedeschi spingono perché la Bce non sostenga più i nostri Bot. Perché  pensano che sprecherebbero i loro soldi.

E dunque, purtroppo, se c’è una cosa su cui siete coerenti è proprio il vostro atteggiamento nei confronti della crescita. Delle cinque manovre che avete fatto e disfatto, non c’è n’è una che contenga una misura per la crescita. Niente.

Ma così ci state portando in Grecia. E noi, gli italiani, non meritiamo di fare quella fine per colpa della vostra incapacità.

Allora, siccome il nostro dovere, il dovere di una forza politica seria e responsabile è quello di indicare un percorso per uscire da questa situazione, noi qui credo che dobbiamo prima di tutto tracciarlo con chiarezza questo percorso. E da questa festa, dagli incontri con gli ospiti importanti che sono venuti a parlare a Chianciano in questi giorni con noi, dalle parole di molti amici di partito e soprattutto dalle parole di Pier Ferdinando ieri, credo di poter dire che l’abbiamo fatto.

Ed è un percorso che richiede un primo passo preliminare, a mio avviso: individuare i responsabili, chi ci ha portato fin qui.

Lo dobbiamo fare perché dobbiamo convincerli a non fare altri danni, a farsi da parte. E poi dobbiamo rapidamente compiere tutti i passi che non abbiamo compiuto in questi anni. Fare le riforme, rimetterci in linea con gli altri, modernizzare l’Italia, tornare a crescere. Ci attendono sforzi e sacrifici enormi. E per sopportarli tutti dovremo farli tutti insieme. Ecco perché bisogna che l’Italia torni ad essere unita.

Allora chi sono i primi responsabili di questa situazione?

Beh, non possiamo fare come gli struzzi e mettere la testa sotto la sabbia.

La crisi, lo sappiamo tutti, non è solo una questione italiana. E’ mondiale, ancor di più, forse, europea. Ma in Italia si sta facendo sentire più che altrove.

Tanto per fare nomi e cognomi i responsabili di questa situazione si chiamano Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti e questo bipolarismo selvaggio.

E se vogliamo uscirne dobbiamo cambiare prima possibile tutti e tre.

Il ministro Tremonti per anni ci ha spiegato che lui aveva capito tutto e che noi non avevamo capito niente.

I fatti dimostrano che non è andata così. Ma quello che è ancora più grave, e che Tremonti non ci ha mai voluto dire, è perché proprio noi? Sì, perché l’Italia e non la Germania o la Francia? Perché ci siamo ridotti come la Grecia?

Ancora qualche giorno fa, incredibile, presentando l’ultima versione della manovra, ci ha detto che ha dovuto fare tutto di fretta e in quattro giorni si possono commettere degli errori.

Ma qui sono almeno tre anni che gli diciamo che così non si poteva più andare avanti. Come si fa a dire che è successo tutto in quattro giorni e che niente si poteva fare prima?

La realtà è che un uomo politico serio e capace quando sbaglia se ne assume la responsabilità, lo dice apertamente al proprio Paese e ne trae le conseguenze.

Ministro Tremonti, se non ora quando?

Abbiamo visto anche in questi ultimi giorni come quella degli Eurobond era l’ultima, gigantesca favola dietro cui il Governo intendeva nascondersi. Lo sapete, se ne parla tanto, si tratterebbe di una specie di Bot europei con cui dividere tra tutti gli Stati dell’Unione il rischio dei debiti dei singoli Paesi. Ma gli Eurobond non ci sono, non possono esserci. Perché avrebbero senso se tutti i Paesi europei si muovessero seriamente sul piano delle riforme e del contenimento del debito. Ma se noi pensiamo sempre ad altro, come possiamo chiedere ai tedeschi di accollarsi le nostre nefandezze e di pagare i nostri debiti?

Lo scontro in atto nella Bce, le dimissioni dell’altro giorno del capo economista della Banca Centrale Europea, sono dovute a questo, parliamoci chiaro.

E a proposito di politici che pensano ad altro. Anche qui voglio parlare con estrema chiarezza, a costo di apparire crudo. Ma il momento non consente di scherzare. Noi abbiamo il dramma di un presidente del Consiglio che mentre il suo Paese affonda, passa le giornate con i suoi avvocati a pensare alle sue questioni.

Noi abbiamo il dramma di un presidente del Consiglio che per anni è andato in giro vantandosi di aver fatto dell’Italia una grande potenza, grazie al fatto che lui era l’unico politico della storia italiana che poteva dare del tu ai grandi del mondo, a Bush, a Putin. E adesso invece ci tocca scoprire che passava le sue giornate a darsi del tu al telefono con squallidi personaggi. Noi non meritiamo tutto questo. Basta, basta, basta!

Berlusconi si comporti da uomo politico e ancora prima da italiano responsabile. Si dimetta. E un minuto dopo guidi il suo partito a dare una mano a far nascere un nuovo governo di unità nazionale per risollevare le sorti dell’Italia. Ci restituisca questo Paese come gli italiani gliel’avevano consegnato.

Quello che mi auguro però, alla fine, è che da questa vicenda tutti noi, tutti, eletti ed elettori,
tutti gli italiani, ne usciamo avendo almeno imparato qualcosa: soprattutto mi auguro che non ne usciremo facendoci prendere dall’ennesima ondata di antipolitica. Non è quella la strada. Bisogna distinguere tra politici capaci e politici incapaci. Non mandare a casa tutti e sostituirli con il più ricco o il primo che passa.

Avevamo creduto di vivere un nuovo miracolo italiano. Siamo ridotti ad essere indicati come il ventre molle dell’Europa. Allora caro presidente Berlusconi, vogliamo dirti che il miracolo italiano l’hanno fatto i politici veri. Uomini – come ha ricordato ieri il presidente Casini – come De Gasperi, Moro, Fanfani: loro hanno preso un Paese distrutto dalla guerra e l’hanno fatto crescere. L’hanno fatto entrare nei 7 grandi del mondo, l’hanno fatto entrare nel gruppo di testa dei Paesi europei.

Berlusconi, il suo Governo e questo bipolarismo, hanno cancellato quei risultati e ora siamo nel gruppo di coda dell’Europa, ai margini.

Noi siamo orgogliosi della nostra storia, della storia dell’Italia, che è storia di tutti noi. Noi siamo orgogliosi di richiamarci agli stessi ideali che hanno animato uomini come Remo Gaspari o Mino Martinazzoli, che ci hanno lasciato di recente e che ricorderemo sempre con affetto. Con loro si poteva essere d’accordo o in disaccordo. Ma sapevi sempre, anche quando non condividevi le loro opinioni, che pensavano al bene del Paese e non ad altro.

Questo governo invece non potrà essere orgoglioso di niente.

E questo è il risultato del bipolarismo. Un sistema che in quasi venti anni ha creato solo mostruosità. Vedete, mi richiamo a quello che ho detto all’inizio. L’Italia ha saputo unirsi nei momenti più difficili. L’ha fatto intorno a grandi politici, a grandi uomini dell’economia, del sapere. E anche davanti a grandi uomini di sport. Pensate a cosa rappresentavano Coppi e Bartali. Grandi rivali, ma le loro vittorie nel mondo aiutarono un Paese messo in ginocchio dalla sconfitta e dalla guerra a risollevarsi nel morale, a unirsi nel segno dell’amore per l’Italia. Pochi sport hanno unito gli italiani come il ciclismo.

Adesso siamo al Giro della Padania! Solo che cari amici leghisti, in questi giorni state comprendendo che sono gli stessi italiani del nord a non essere più disposti a dare retta alle vostre pagliacciate e vi riempiono di fischi. La Padania non esiste. Fateci un favore: scendete dalle biciclette e tornate a casa.

I vostri stessi elettori hanno capito che dietro le pagliacciate si nasconde solo l’interesse per i posti di potere. Avete impedito il taglio immediato delle province rimandandolo a chissà quando con la scusa di fare una modifica alla Costituzione. Ma ormai non vi crede più nessuno. Anche perché voglio dirvi una cosa: un partito che ha più paura delle reazioni dei propri apparati, dei propri dirigenti locali, che rispetto dei cittadini, è un partito senza futuro.

Senza il bipolarismo degli estremi, del resto, la Lega non avrebbe prosperato tanto come in questi anni. Non sarebbe stata così decisiva. E dai mali del bipolarismo, purtroppo, devo aggiungere che mi sembra che non riesca a guarire nemmeno il Pd. Altrimenti non si spiega perché, in un momento così drammatico, non ha il coraggio di distinguersi dal sindacato che proclama uno sciopero generale, magari anche comprensibile sul piano delle motivazioni, ma del tutto sbagliato nella scelta del momento. 

Allora il percorso che abbiamo tracciato qui è quello di cambiare. Cambiare presidente del Consiglio, cambiare governo e cambiare assetto istituzionale.

Sapete tutti cos’è successo in Spagna. La Spagna stava messa peggio di noi. Zapatero ha annunciato che avrebbe lasciato e in pochi giorni ci ha superato.

Oggi chi compra Bot italiani si assume un rischio maggiore rispetto a chi compra titoli spagnoli. E questo ha un costo, naturalmente. Perché per vendere i nostri titoli dobbiamo promettere e pagare interessi più alti.

Dunque è bastato che Zapatero dicesse: “tolgo il disturbo”, per restituire un po’ di speranza al suo Paese.

Ora vi chiedo un piccolo sforzo di immaginazione: che succederebbe se Berlusconi domani dicesse “Mi faccio da parte”? Che reazione pensate che avrebbero i mercati?

Io scommetto che non si straccerebbero le vesti. Anzi.

E allora cambiamo, e speriamo che Berlusconi lo capisca. E’ prima di tutto suo interesse farlo.

Questa è l’ultima occasione che ha per dimostrare che vuole davvero dare qualcosa alla politica italiana e non solo prendere. Aiuti e spinga i suoi ad andare oltre, a costruire insieme a noi, insieme al Terzo Polo, insieme alle forze responsabili del centrosinistra un nuovo Governo di salvezza nazionale.

In questo momento noi stiamo facendo a braccio di ferro con una crisi internazionale gigantesca e con i nostri stessi enormi problemi interni. Non ci vuole molto a capire che nessun braccino di una qualsiasi maggioranza di parte è in grado di reggere una forza d’urto simile. O mettiamo insieme davvero tutte le forze o ne verremo travolti.

Solo un Paese unito può prendere tutte le misure necessarie. Misure che non portano consensi immediati  e dunque difficili da imporre senza un coinvolgimento di tutti. Ma misure che l’Italia ha già saputo prendere. Quella che serve infatti, più di ogni altra cosa, è soprattutto la serietà. La stessa di chi, sessant’anni fa, ha guidato l’Italia verso il miracolo economico del boom. Un miracolo vero, non una promessa a cui non sono mai seguiti fatti come quella del “nuovo miracolo italiano”.

La serietà che trasuda dalle parole dei nostri padri della Repubblica. E qui voglio citare le parole di uno di loro. Un politico ed un economista straordinario come Ezio Vanoni.

Ai giovani che non lo conoscono voglio ricordare che Vanoni fu l’artefice della politica economica dei governi De Gasperi. I Governi che diedero all’Italia la spinta decisiva per passare dalla povertà alla tavola dei Grandi del mondo.

Diceva Vanoni: “non c’è politica finanziaria più dura, più severa, più accurata di quella richiesta dall’esigenza del miglioramento sociale ed economico di un Paese depresso come il nostro. Guai a noi se indulgessimo in qualsiasi momento, a spese inutili, guai a noi se indulgessimo in qualsiasi momento per considerazioni di tranquillità e di popolarità, nell’amministrazione delle entrate del nostro Paese. Guai a noi, se nell’amministrare i tributi non sapessimo usare la giusta severità, il giusto equilibrio nel saper prendere a chi può, per dare a chi ha bisogno di avere”.

Ecco di cosa abbiamo bisogno. Della serietà, del rigore morale e delle idee di uomini come Vanoni. Riformare le istituzioni tagliando gli sprechi. Modificare la legge elettorale: e su questo punto conoscete la nostra proposta che si ispira al modello tedesco.

Mentre l’idea del referendum che piace tanto alla sinistra, facendoci tornare al Mattarellum, ci riporterebbe ai quaranta partitini e all’ennesima paralisi senza farci uscire da questo sistema bipolare fallimentare.

Il sistema alla tedesca restituirebbe centralità agli elettori e al Parlamento.

E a questo proposito stiamo mettendo a punto una proposta con due obiettivi precisi: restituire ai cittadini il diritto di scegliere chi mandare in Parlamento e togliere questo insulso premio di maggioranza. Nelle prossime settimane saremo in ogni piazza d’Italia, da nord a sud. Raccoglieremo le firme per un referendum che riaffermi il sacrosanto principio della centralità dei cittadini nella vita democratica del Paese!

E poi abbiamo bisogno di liberalizzazioni. Anche su questo, non dobbiamo inventare nulla. Basta ancora una volta ispirarci alle politiche di Vanoni. Riprendo qui un ultimo passaggio di quel discorso pronunciato il 16 febbraio 1956. Un discorso straordinario e tragico, visto che fu il suo ultimo discorso alle Camere:

“I Governi cui ho partecipato hanno preso il provvedimento più coraggioso che potesse essere preso nella nostra situazione politica ed economica per spingere e stimolare l’iniziativa privata, ed è il provvedimento

della liberalizzazione degli scambi. L’avere avuto il coraggio di impegnare tutti i nostri produttori sul piano della competizione economica internazionale ha costituito la migliore base ed il migliore stimolo per lo sviluppo della nostra produzione industriale”.

Liberalizzazioni, privatizzazioni e competitività. Con questa politica Vanoni e De Gasperi fecero grande l’Italia. E oggi, a 60 anni di distanza, abbiamo fatto troppi passi indietro per non ripartire da qui. Ecco cosa ci serve per tornare a crescere.

Su questi punti noi siamo pronti a fare la nostra parte. Siamo pronti come Udc e siamo pronti come Terzo Polo. E ci auguriamo che lo siano anche molti altri. Dobbiamo costruire un’alternativa a questo sistema. E ci auguriamo che lo facciano insieme a noi tanti giovani e i tanti nomi importanti della società civile che vengono accostati da mesi alla politica. Noi siamo pronti ad aprirci a loro con la massima generosità. Ma a loro diciamo che mai come adesso devono uscire allo scoperto. Il momento di farlo è adesso!

E sul territorio dobbiamo essere altrettanto generosi ad aprirci attraverso i nostri gruppi dirigenti locali a tutti i contributi di idee, di donne e uomini che possono arrivare dalla società, dalle imprese, dalle professioni, dal mondo del lavoro, dal volontariato, dal mondo cattolico. Questo è il momento di mettere tutti qualcosa a disposizione del nostro Paese. Noi siamo pronti a farlo, anche andando oltre l’Udc, per un progetto nuovo. Non siamo preoccupati per i nostri posti. Questo credo che l’abbiamo già dimostrato negli ultimi anni scegliendo di andare da soli in tante realtà. Siamo preoccupati per il Paese.

Anche per questo crediamo che un apporto del mondo cattolico, soprattutto, sia sempre più urgente e necessario.

La Dc non tornerà. Non siamo nostalgici.

Anzi proprio perché guardiamo al futuro pensiamo che  forse è tempo di superare anche l’epoca successiva, quella che stiamo vivendo della frammentazione dei cattolici in politica. E riteniamo lungimirante e importante l’iniziativa promossa da autorevoli personalità del mondo cattolico. Noi siamo pronti a fare la nostra parte anche su questo fronte. Siamo pronti perché ci riconosciamo pienamente nelle parole di Don Sturzo quando diceva: “La vita cristiana è vita sociale (…) altrimenti non c’è vita ma disintegrazione spirituale e sociale”. Sono parole che oggi suonano come una tremenda profezia per i nostri tempi e che richiamano le nostre coscienze, le coscienze di tutti i cattolici, ad impegnarsi perché l’Italia non si disintegri davvero.

Uniamoci dunque, uniamoci insieme a tutte le altre forze migliori dell’Italia. E riportiamola al posto che le spetta. Tra i Paesi leader dell’Europa e del mondo. Possiamo ancora farcela. Dobbiamo farcela. Tutti insieme ce la faremo.

Grazie a tutti.

Discorso Lorenzo Cesa – Chianciano 2011.pdf








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