Intervento dell’On. Mario Tassone sulla riorganizzazione della distribuzione sul territorio degli uffici giudiziari

Signor Presidente, del mio gruppo sono già intervenuti, prima di me, gli onorevoli Ciccanti, in qualità di relatore di minoranza, e Buttiglione e, dopo di me, interverranno gli onorevoli Binetti, Delfino, Compagnon e Occhiuto.

Credo che questa sia l’occasione, così come è stato rilevato dai colleghi del mio gruppo che mi hanno preceduto, per svolgere una valutazione di carattere generale, ma, nel contempo, anche stringente, tentando di cogliere quelli che sono i passaggi più importanti anche della vicenda politica ed economica che abbiamo davanti.

Signor Presidente, stiamo affrontando e stiamo per approvare un documento di politica economica, però ritengo che, in questa prospettiva e in questa proiezione, vi sia il dato della politica. Non vi è mai una vicenda economica svincolata dalla politica, nel momento in cui politica significa scelte e nel momento in cui la politica dovrebbe essere il momento di unificazione di tutta la realtà e del nostro Paese.

Abbiamo affrontato, nella nostra storia, tanti momenti congiunturali e difficili, che abbiamo superato, e li abbiamo superati grazie ad una grande mobilitazione. Le grandi mobilitazioni si verificano e si registrano se vi è entusiasmo, se vi è convincimento, se vi è una fede, se vi è un obiettivo, se vi è un comune sentire, e dove l’obiettivo e il traguardo non siano considerati semplicemente di alcuni, ma siano un traguardo ed un obiettivo di tutti. Questo è successo nel nostro Paese nel momento della sua ricostruzione e questo è accaduto nel momento in cui si doveva lottare contro il terrorismo.

Chi ricorda le battaglie in quest’Aula, quando il Paese si seppe ritrovare? Ma si seppe ritrovare, perché ci fu una classe dirigente, che riuscì a determinare una svolta ed una presa di conoscenza dove l’orgoglio, dove la passione e dove la speranza prendevano il sopravvento di fronte a visioni modeste, miopi e rattrappite. Oggi, invece, ci troviamo di fronte ad una congiuntura e sarebbe miope, come è miope questo documento, se la manovra economica – e lo fa purtroppo – prendesse semplicemente un dato particolare, come se fosse semplicemente un intervento congiunturale che vale semplicemente per questo momento, senza una visione di insieme, senza pensare ai lunghi o ai medi tempi, ma soltanto al contingente.

Noi stiamo pensando al contingente. Infatti è stato questo il dato della manovra di luglio ed è stato questo il dato che ha animato e che ha guidato il percorso della manovra di metà agosto. Non c’è dubbio che vi sono delle preoccupazioni. Noi siamo preoccupati. Siamo preoccupati ed abbiamo manifestato sempre una grande responsabilità, non abbiamo mai approfittato di questi momenti, come non approfittiamo di questo particolare momento, per avventurarci su posizioni che certamente non sono costruttive e che andrebbero veramente contro gli interessi generali e complessivi nel nostro Paese. Ed allora come difendiamo questi interessi generali del nostro Paese? Visto e considerato che manovre congiunturali che nascono attraverso aggiustamenti (tagli tecnici, tagli lineari ieri, tagli lineari oggi), sono manovre che sanno di particolarismo. Dopo gli inseguimenti di situazioni particolari certamente perdiamo di vista l’interesse complessivo e gli interessi generali del nostro Paese. Ma perché è debole la politica, l’ha detto l’onorevole Buttiglione. Ma perché è debole la politica? La politica è debole quando ovviamente va in crisi, perché prevalgono gli interessi particolari e le corporazioni e sono sempre messi ai margini gli interessi generali e gli interessi complessivi di un popolo e di una nazione. La politica diventa forte quando sa interpretare le istanze complessive e dove media le istanze e trova poi una sintesi. Quando non riesce a trovare una sintesi, ci sono ovviamente in economia degli interventi e delle soluzioni particolari, e delle soluzioni parziali, settoriali, senza una visione ampia. Allora, non c’è dubbio che da una manovra come questa sono sconfitti tutti. Perché è una manovra che non induce alla speranza? Perché manca alla base una fiducia, dove anche i colleghi della maggioranza hanno parlato senza entusiasmo, più per dovere di copione che per convincimento rispetto ad un approdo e rispetto ad un passaggio che dovrebbero essere significativi.

Prego, onorevole Ceroni? Ho detto di alcuni colleghi, non ho parlato del relatore Ceroni, che ha svolto una sua relazione, non poteva essere diversamente, ben confezionata. Certamente sono convinto che l’ha confezionata, questa relazione, il relatore Ceroni, ma è una relazione certamente confezionata dal relatore per la maggioranza, ma che non sta in piedi, non rispetto al mio comune sentire, onorevole Ceroni, ma non sta in piedi rispetto alla realtà del Paese. Infatti, molte volte io stento a capire se noi abbiamo contezza di una situazione di sbandamento in generale, che non investe semplicemente la maggioranza, ma investe tutta questa classe dirigente. Questo era, con umiltà, era il mio contributo, ciò che volevo dire. Non mi riferivo ad occupazioni indebite di spazi indebiti. Se tu, collega Ceroni, ti sei sentito toccato o pensi che io abbia potuto introdurmi verso terreni impropri, tenetevi questo terreno. Certamente ciò significa non voler dialogare e non voler accettare un contributo ed una collaborazione che in questo momento noi stiamo dando con grande dignità, con grande responsabilità e con grande serietà. E consentimi, la grande serietà, rispetto ad una situazione del Paese, che ha poco di serio e poco di accettabile.

Signor Presidente, ritengo che sia questo il dato: non c’è dubbio che questa manovra economica non pone delle riforme strutturali, non guarda al lungo periodo, non ha una sua strategia di sviluppo, certamente non si muove rispetto al debito pubblico, rispetto ad una crescita insufficiente e ad una struttura politica e istituzionale arcaica. Su questo vorrei anche fare un accenno molto semplice. Quante volte abbiamo parlato in questi giorni di costi della politica, anche rispetto alle operazioni che si sono fatte riguardo ai piccoli comuni; vi rientrano o meno, le province vanno attenzionate attraverso un provvedimento di riforma costituzionale. Insomma tutto questo non rientra nel tema della manovra economica, non è nel tema, non può essere nel tema. Questo è lo spot di un Governo e – possiamo dire – anche di tutti noi (come Parlamento) e non riusciamo a chiarire cosa significhi in una democrazia rappresentativa il divenire e l’articolarsi delle istituzioni come rappresentanti legittime delle istanze del nostro Paese.

Il fatto vero è che c’è una crisi di democrazia. Il problema è che, certo, forse può essere squalificata una classe dirigente, e possiamo dire anche che manca di credibilità chi sta al vertice dell’Esecutivo nazionale del nostro Paese, ma quando parliamo di crisi della politica e di crisi della democrazia vuol dire che gli organi di rappresentanza sono andati in crisi e non c’è neanche un bilanciamento. In molti periodi storici andava in crisi anche il Presidente del Consiglio ma c’era una classe dirigente, organi istituzionali rappresentativi che erano una valvola di sicurezza perché il Paese potesse andare avanti sull’onda della democrazia, rispettando i principi fondamentali della convivenza civile, della convivenza umana. È questo il dato vero, è questa la crisi della politica.
Quando noi abbiamo parlato di costi non abbiamo mai posto con attenzione il discorso, ad esempio, della centralità del Parlamento. Il Parlamento è alla deriva (non che io voglia salvare privilegi) perché, molte volte, nei nostri convegni basta parlare male del Parlamento, oppure dei benefici dei parlamentari per raccogliere l’applauso, ma questo non è senso forte della responsabilità e neanche un convincimento rispetto ad una verità che a mio avviso dovrebbe essere affermata. Questo è un modo per accedere all’azione che si sta facendo nei confronti delle istituzioni, del Parlamento, ma non si ha il coraggio (lo dico con estrema chiarezza). Nel 2001 abbiamo votato una riforma di riduzione dei parlamentari e io l’ho votata, ma è questo il problema? Il popolo l’ha cancellata, ma è questo il problema? Possiamo dire subito ai cittadini che faremo tutti questi tagli, che elimineremo anche il Parlamento, ma il Parlamento lo si sta eliminando anche attraverso quella parte della manovra finanziaria in cui si stabilisce che i consiglieri regionali possono avere un’indennità non superiore a quella dei parlamentari. Questo significa che certamente il Parlamento è stato «giocato».
Caro relatore, questi dati non riguardano semplicemente l’opposizione ma la sopravvivenza di queste istituzioni democratiche, ma senza la forza di queste istituzioni democratiche, senza avvertire che c’è un senso di disagio morale, e un senso dell’etica e della responsabilità nelle istituzioni, tutto diventa più complesso perché si è rotto il rapporto fiduciario tra noi e il Paese, tra noi e l’Europa. Credo sia questa la forte crisi, la difficoltà che il nostro Paese oggi si trova a dover fronteggiare. Certo, la situazione della crisi economica è planetaria, riguarda il vecchio continente. Ma perché c’è questa aggressione soprattutto nei confronti dell’Italia, come si suol dire? Perché l’Italia avverte la sua debolezza anche nei confronti della Spagna?

Ma c’è una forte crisi di credibilità? Certo, lo dicevo poc’anzi. Forse perché la Spagna cambia certe modalità e, soprattutto, cambia Governo e va alle elezioni. Qui manca la speranza e, soprattutto, la fiducia e la speranza, come dicevo poc’anzi, sono gli elementi da intercettare e da recuperare pienamente. Ma vi è un altro dato: non so chi abbia scritto l’articolo 8 e non lo voglio sapere. È un articolo presentato da questa maggioranza. Ma è possibile? Il problema dei licenziamenti, anche per giusta causa, venne fuori nel 2001 e perdemmo, in quella legislatura, un anno di discussioni. Adesso ritorna nei modi più impresentabili, più antidemocratici, che violentano il Parlamento e le istituzioni di democrazia rappresentativa. Onorevole Ceroni, parlo per me, non per lei, e lei accetta anche queste cose, per carità. Ma lei lo sa che cosa accetta, onorevole Ceroni, lei e la sua maggioranza? Lei accetta che, con un voto dei sindacati a maggioranza, si potrà derogare ad una legge dello Stato. Abbiamo creato un’altra Camera in materia di lavoro, di licenziamento, di giusta causa. Questo che cos’è? Non è un vulnus arrecato al Parlamento? Non c’è dubbio che il Parlamento diventa un ente inutile perché la crisi fiduciaria investe tutta la classe politica. La classe politica ha un dovere, come i partiti lo hanno avuto nel passato, ossia di rappresentare, sul piano culturale, anche nella contrapposizione e nel confronto delle posizioni, come dicevo poc’anzi, un momento unificante di sintesi all’interno del nostro Paese. Quanto manca la cultura, la cultura cristiana, la cultura cattolica, a confronto ieri con la cultura marxista! Prima vi erano due posizioni ideali a confronto, anche tre, quattro, con i laici a confronto. Oggi non c’è una prospettiva. Molte volte le manovre economiche nascevano anche da filosofie e da scuole di pensiero economico. Questa manovra economica non nasce da nessuna scuola di pensiero. Potremmo dire che siamo o non siamo keynesiani; questa manovra nasce da un’accozzaglia di idee e di posizioni, vi sono dei tagli e dei taglietti, delle composizioni e delle ricomposizioni, senza affrontare minimamente una certa prospettiva. Noi parliamo di istituzioni, ma che significa? Va bene la misura sui piccoli comuni con sei consiglieri comunali, ma perché non siamo stati ascoltati quando abbiamo gridato, o meglio chiesto a gran voce, in quest’Aula che, nell’ambito dei provvedimenti sul federalismo fiscale e sul Codice delle autonomie, si prevedesse il ruolo dei comuni e dei piccoli comuni e si capisse se le province ancora avevano un ruolo da sostenere rispetto ai servizi? Tutto questo non appare in nessun modo. Ciò, cosa ci ha fatto dire? Che eliminiamo cinquantamila posti di consigliere comunale nei piccoli comuni? Sono spot, sono lo specchietto per le allodole, solo per deviare, ovviamente, e per dare alla collettività che non ama «la politica» un qualche contentino, una qualche soddisfazione rispetto a frustrazioni e reazioni. Ciò, a proposito dell’articolo 8, ma c’è il livello regionale. Questa non è una mia ossessione, non ho avuto mai ossessioni di questo tipo. Ma è possibile che non si parla mai di regioni in termini seri? Dobbiamo capire che cosa significano questi vari livelli decisionali. Sono contro la tesi che sostiene che vi sono i comuni, poi le regioni, poi il Parlamento e, infine, Strasburgo e che, quindi, il Parlamento è qualcosa di troppo, la federazione si fa a livello di regioni.
Eliminiamo il Parlamento, eliminiamo la centralità, risparmiamo tutto. Se inseguiamo la logica dei costi della politica, eliminiamo il Parlamento. Su questo non sono d’accordo. Non sono stato d’accordo nemmeno con Polledri quando parlava di popoli. Se questa è la tesi della maggioranza, non è la tesi di questa opposizione. Parliamo di un popolo e pensiamo che questi 150 anni dell’Unità d’Italia ha avuto una certa storia e una sua percorrenza oppure rimuoviamo tutto ciò e pensiamo che la soluzione migliore siano quelle bagatelle di Ministeri che sono stati portati a Monza e che certamente non danno né credibilità né dignità al Paese e alle istituzioni democratiche, non sono di decoro nei confronti delle istituzioni democratiche? Ma nessuno ha parlato. Va bene che questa era ovviamente la tesi della maggioranza. Ma sulla maggioranza non voglio entrare nel merito, per carità, ognuno si assume le proprie responsabilità ma posso dire che, di fronte a fatti ridicoli mentre un Paese ha difficoltà di pensare al proprio futuro, lavoriamo e ci adoperiamo rispetto a situazioni che certamente non arricchiscono e non sono esaltanti e non sono caratterizzanti di nuove stagioni ma sanno di vecchie stagioni (ma stiamo attenti quando parliamo di vecchie stagioni). Ho sentito un collega della Lega fare riferimento alla storia del passato. Ma non ci siamo mai trovati in queste situazioni. Il debito pubblico era molto più controllato negli anni del dopoguerra. Andate a vedere quando esplose il debito pubblico all’interno del nostro Paese: verso la metà degli anni Ottanta certamente. E questa situazione avrebbe dovuto dare un respiro diverso e una prospettiva diversa ma non è successo. E allora certamente sono per la lotta all’evasione: quante volte noi abbiamo parlato di lotta all’evasione. È una allocazione di risorse credibile? Mi auguro di sì. È previsto anche il coinvolgimento dei comuni ma tutto questo non deve nascere anche da un processo di maturazione, di sensibilizzazione della collettività o si pensa certamente che i destinatari dei provvedimenti di urgenza rimaneggiati nel corso d’opera possono essere di per se stessi il toccasana di un rilancio e soprattutto una forza collaboratrice e creatrice da parte della collettività? Ritengo che tutto questo vada fatto e ricalibrato in termini molto seri. Certamente anche per saldare le varie generazioni. Quante volte parliamo di welfare, di giovani, di anziani e quante volte forse non siamo molto capaci di fotografare la situazione e di indicare qual è il percorso ma anche perché siamo chiusi nei nostri egoismi e anche questo provvedimento, forse per responsabilità diffusa, risente di questi egoismi, risente di questo individualismo rispetto, come dicevo poc’anzi, a questo formarsi di piccole o grosse corporazioni che non rappresentano il tutto ma una parte. Ma le parti si alleano con altre parti per fare poi la politica e le scelte all’interno del nostro Paese. Molte volte si evitano di fare delle scelte e si lascia una situazione di stallo, come questa manovra che lascia una situazione di stallo senza speranza. E poi c’è un altro dato. Noi parliamo di formazione: l’aspetto umano è il dato ma non esiste.

Parliamo dei nostri cervelli che vanno all’estero, parliamo della scuola, dell’università, parliamo della ricerca ma tutto questo si fa attraverso provvedimenti concreti o attraverso provvedimenti congiunturali dove indichiamo i tagli, la situazione economica e poi domani il prossimo Governo nell’altra legislatura affronterà tutto ciò tranquillamente. Questo è un lascito di irresponsabili. Questo è un lascito certamente che ci deve far preoccupare maggiormente e non vi è dubbio che il problema della fiducia e della formazione è un problema importante. Mi è venuta in mente una riflessione.
Ma è possibile che una parte anche consistente delle risorse economiche sia lasciata senza alcun controllo serio da parte del Parlamento e del Governo centrale? Gli ambiti della sicurezza, della sanità, dell’ambiente e della scuola sono competenze esclusive delle regioni e tolgono una fetta consistente. Rivediamo qualcosa e se è necessario realizzare qualche riforma costituzionale; non come l’inserimento del pareggio di bilancio nell’articolo 81 della Costituzione. Io non sono mai stato d’accordo. Adesso è stato rimaneggiato, a condizione che il ciclo economico risponda, altrimenti si interviene con legge ordinaria. Non credo che questo principio sia oggetto di riferimento, di allocazione costituzionale, anche se certamente è stato attenuato.

Perché non guardiamo alle cose in termini seri? Si pensi alle regioni, rispetto anche ai servizi che offrono al cittadino. Infatti, il cittadino è non solo qualcosa di astratto, ma anche qualcosa di vero, di effettivo. Non si può chiamare il cittadino semplicemente a giustificazione delle proprie tesi e considerarlo come un oggetto per imporre o per essere contrario ad una politica. Ma non è mai un oggetto vero, perché il cittadino viene in un secondo momento, sta emergendo dal nostro corpo, dal nostro spirito, dalla nostra sensibilità. Siamo tutti dei tecnocrati abituati a lavorare sulla materia dei numeri, senza un rapporto serio e forte anche con la realtà. Ritengo che queste siano le occasioni per comprendere maggiormente quali possano essere gli impegni da portare avanti.
Vi è un ulteriore dato, quello relativo al nostro Mezzogiorno: si dice che si sta ancora discutendo il credito d’imposta per gli investimenti. Ritengo che il problema del Mezzogiorno meriti attenzione, non perché si tratta del Mezzogiorno, ma perché esso non è collocato in una politica nazionale. Non è necessario predisporre una serie di interventi assistenziali per una parte.

Inoltre, vi è il problema legato alla criminalità organizzata. Si parla di evasione, ma sappiamo quanto la criminalità organizzata, molte volte, incida negativamente, rompendo il circuito di fiducia per quanto riguarda gli investitori nel Mezzogiorno e nel Paese. Infatti, ormai, la criminalità organizzata non è appannaggio semplicemente delle regioni meridionali: la troviamo dappertutto, diffusa equamente su tutto il territorio nazionale. Su questo piano e, soprattutto, su queste valutazioni non diciamo una parola, che dovrebbe essere, invece, seria e forte.

Ciò vale anche per il problema delle dismissioni e delle permute. Quante volte abbiamo parlato delle permute? Stiamo attenti. Dietro alle permute, così com’è stato allocato, vi sono disegni particolari dei soliti noti o di soliti ignoti, di coloro che hanno scambiato e hanno fatto passare la «finanza allegra» per grande economia. Ma loro sono sempre in agguato, sempre forti, anche attraverso le permute, anche attraverso le dismissioni, con riferimento alle quali fare valutazioni di disponibilità di risorse è sempre un azzardo ed è sempre una sfida importante.
Signor Presidente, io ritengo che questi siano i dati su cui ci dobbiamo confrontare, e lo facciamo seriamente, anche rispetto al contributo di solidarietà del 5 per cento, del 10 per cento e del 3 per cento, rispetto all’eccedenza di 90 mila, 150 mila e 300 mila euro, per tre anni, un’una tantum. Quante volte, signor Presidente, signor rappresentante del Governo, caro amico mio, questo Parlamento ha approvato una misura una tantum? Su cosa si è inciso? Già l’una tantum dà il segno di un’assenza di riforme vere e strutturali, in profondità. Si fa cassa per il momento e la contravvenzione è un obolo, la contravvenzione sulla strada è un obolo: e sulle contravvenzioni o su un obolo non si fanno progetti a medio o a lungo termine. Si vive alla giornata, perché questo nostro Paese è portato a vivere alla giornata.

Allora, non vi è dubbio che sia vero quello che diceva Buttiglione per quanto riguarda l’Europa. Noi siamo entrati in una fase di agnosticismo nei confronti dell’Europa; questo lo avvertiamo perché siamo circondati anche da qualche perplessità da parte dei nostri partner europei.

Mi avvio a concludere, signor Presidente, ma certamente quello dell’Europa è un discorso molto lungo e forse non c’è stata, da parte del Governo, una politica di insieme. Non c’è una politica dell’economia, una politica estera, una politica per l’Europa, c’è la politica.

E allora, non credo, come diceva qualche collega, che basti parlare male dei partiti, e abbiamo risolto il problema. Il fatto vero è che i partiti non ci sono più. I partiti non ci sono più, il mio gruppo sta tentando di conservare una storia, una storia forte che deve richiamare tutti coloro che hanno una certa sensibilità e che si riportano a questa storia. Ecco l’importanza delle storie: far capire alle nuove generazioni che le storie si accompagnano a un crescente entusiasmo, a un grande slancio; se questo Paese ha slancio ed entusiasmo andrà avanti, ma bisogna sapere, e bisogna avere qualcosa in cui credere, una fede profonda nel presente e nel divenire di questo Paese. Al di là di questo avremo consegnato il Paese ai giocolieri di occasione e di circostanza; sarà un grande bailamme, un grande circo equestre che potrà far divertire al momento gli spettatori, ma certo non può rassicurare e non può assicurare un avvenire serio e dignitoso per il nostro Paese.

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