D’Onofrio: Il ‘fumus persecutionis’ tra politica e diritto

Le ultime vicende nelle quali l’una o l’altra Camera è stata chiamata a votare l’autorizzazione all’arresto di parlamentari hanno riproposto il tema antico, e ancora non compiutamente risolto, del rapporto tra politica e diritto in riferimento alle decisioni specifiche che le Camere sono chiamate ad adottare in relazione a specifiche situazioni giuridiche concernenti appunto i parlamentari.
In queste vicende si è molto accentuato anche il dibattito sul rapporto tra voto palese – per sua natura politico e voto segreto – per sua natura più vicino alla decisione individuale del singolo parlamentare.

Si tratta di vicende complesse che sono presenti nell’Italia repubblicana, certamente a partire dalla Costituzione e più acutamente dibattute all’indomani della abolizione dell’istituto dell’autorizzazione a procedere, originariamente previsto nell’articolo 68 della Costituzione medesima. La questione di fondo riguarda sostanzialmente da un lato l’affermazione della assoluta neutralità della funzione giurisdizionale e, dall’altro, la capacità delle Camere del Parlamento di deliberare secondo diritto e non secondo criteri ritenuti compatibili esclusivamente con la funzione politica dei parlamentari medesimi.
Occorre infatti che si riesca a superare la ricorrente tentazione di ritenere diritto e politica categorie l’una affidata alla magistratura, e l’altra a chi esercita una funzione politica sulla base del mandato popolare. Non si sarebbe in tal caso costretti a ragionare su soluzioni che rimarrebbero ipocrite, ma spinti a ricercare un punto di equilibrio che parta dalla constatazione che da un lato anche la magistratura svolge una funzione politica, e dall’altro che anche i parlamentari sono tenuti all’osservanza di regole giuridiche pur nell’esercizio della loro naturale funzione politica.
Punto di equilibrio tra politica e diritto, dunque, e non ipocrita affermazione della spettanza dell’uno al potere giudiziario e dell’altra al potere politico-parlamentare. Anche la vicenda delle modalità di voto – palese o segreto – fa parte del dibattito complessivo della ricerca del punto di equilibrio, non potendosi ritenere infatti che il voto palese è di per sé modalità esclusiva della funzione politica, mentre quello segreto sarebbe di per sé garanzia assoluta di libertà di coscienza e non di azione politico-partitica. Il rapporto tra politica e diritto va pertanto ricercato nel senso di un equilibrio tra entrambi, e non nel senso di una sorta di contrasto insanabile fra di essi. Qualora si ragionasse in questi termini si finirebbe infatti con il ritenere o che l’autorizzazione è dovuta per il solo fatto che sia stata richiesta da una autorità giudiziaria, o che essa deve essere sempre negata per il solo fatto che a deciderlo sono alla fine i singoli parlamentari, che sono evidentemente titolari di poteri politici.
È questo il punto di fondo che da un lato distingue i garantisti dagli innocentisti, e dall’altro i sostenitori dell’equilibrio tra politica e diritto dai sostenitori del primato gerarchico della funzione giurisdizionale rispetto alla funzione politico-parlamentare. Si tratta pertanto di questioni di fondo che attengono a una visione complessiva dell’ordinamento costituzionale vigente, alla luce dei dibattiti anche filosofici che furono posti alla base della stessa Costituzione. Occorre chiedersi se siamo costretti a vivere tra due verità destinate a non incontrarsi mai (quella della politica che invoca l’elezione popolare quale legittimazione delle disuguaglianze tra parlamentari e non parlamentari, e quella di quanti vedono il principio di eguaglianza a o se si può individuare anche e proprio nella Costituzione vigente l’esistenza di strumenti che tendono all’equilibrio e non allo scontro. Viene in evidenza in questo contesto il ruolo specifico della Corte costituzionale, quando essa è chiamata a operare in sede di conflitto di attribuzioni tra i poteri dello Stato. Non si è forse sufficientemente riflettuto sul fatto che è proprio la composizione della Corte magistratuale, parlamentare e presidenziale a dimostrare che la ricerca di equilibrio va ricercata proprio in sede di conflitto di attribuzione.

Quando il Parlamento ritiene che la funzione giudiziaria ecceda dai propri poteri e invada in qualche modo il potere politico-rappresentativo del Parlamento medesimo, lo strumento del conflitto di attribuzione diventa lo strumento ideale perché la Corte possa pronunciarsi proprio in senso di equilibrio tra politica e diritto. Allo stesso modo i magistrati anche singoli possono a loro volta sollevare conflitto ogni volta che ritengano che le decisioni delle Camere siano assunte al di là del punto di equilibrio accettabile tra politica e diritto.
La strada della ricerca del punto di equilibrio è stata già ampiamente indicata proprio in quel principio di «leale collaborazione tra i poteri dello Stato», al quale ha fatto riferimento la Corte costituzionale, e che dovrebbe essere posto a fondamento sia delle decisioni parlamentari sia delle iniziative giurisdizionali.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 24 settembre 2011

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