D’Onofrio: La rottura Fiat-Confindustria

La decisione con la quale Marchionne ha definitivamente portato la Fiat auto fuori dalla Confindustria deve essere esaminata da una pluralità di punti di vista, a prescindere dalle eventuali ragioni personali della rottura medesima.

Qualora si legga infatti con attenzione la lettera con la quale Marchionne comunica a Emma Marcegaglia la decisione di portare la Fiat fuori da Confindustria si notano tre elementi essenziali:
1) Si tratta di una decisione che era stata già annunciata da tempo, a dimostrazione del fatto che non si è in presenza di una decisione repentina o improvvisata;
2) Il carattere nazionale della produzione di autovetture Fiat in Italia resta al centro delle sue decisioni, in qualità più di mercato nazionale dell’auto che non di Stato nazionale italiano.
3) La spinta crescente alla globalizzazione rende sempre più necessario un sistema di relazioni industriali progressivamente disancorato dalle dimensioni nazionali nel quale esso era nato e si era sviluppato anche in Italia.

Queste tre considerazioni attengono ad una complessiva strategia industriale della Fiat che si era venuta sviluppando nel corso degli ultimi due anni, e che aveva posto in evidenza proprio la connessione tra i tre elementi fondamentali ai quali si è fatto riferimento. Non si tratta dunque di una decisione repentina o improvvisata. Non vi è dubbio che sono state decisive le questioni connesse alla definizione di una nuova linea di relazioni sindacali concretizzatasi nel “famigerato” articolo 8 della manovra di agosto, ed ora rivelatosi quale traduzione normativa di un punto fondamentale della “famosa” lettera di Trichet e Draghi al Governo italiano. È infatti fondamentale cogliere questa strettissima connessione tra relazioni sindacali da un lato e strategia complessiva di abbattimento del debito pubblico dall’altro: si tratta infatti di una questione essenziale di politica generale, come dimostrano le non coordinate dichiarazioni politiche che si sono manifestate proprio in riferimento a questo passo della lettera Trichet-Draghi. Allorché si cerca di definire una linea complessiva di governo dell’Italia contemporanea, non vi è dubbio che il discrimine di fondo passa proprio in riferimento al rapporto tra relazioni sindacali da un lato e debito pubblico dall’altro. Siamo stati infatti abituati a considerare le relazioni sindacali parte sostanziale dello stesso indirizzo di governo per tutto il tempo che abbiamo chiamato della Prima Repubblica. È questo un punto fondamentale della stessa costruzione di una proposta di governo.

Per quel che concerne il secondo punto, è di tutta evidenza che la vicenda Marchionne-Confindustria ha avuto e ha una sua specificità connessa proprio alla produzione di autovetture. L’Italia infatti costituisce anche nel nuovo contesto un mercato molto rilevante proprio per quel che concerne le autovetture Fiat. Il riferimento esplicito che Marchionne fa nella sua lettera alla Marcegaglia induce infatti a ritenere che lo scontro non ha ad oggetto né il mercato italiano dell’auto né gli investimenti che la Fiat si è impegnata ad operare sul territorio italiano. Si tratta di punti molto rilevanti proprio per quel che concerne il lavoro: le reazioni che i maggiori sindacati italiani hanno avuto proprio su questi punti dimostrano che il rapporto tra quantità del lavoro da un lato, e relazioni sindacali dall’altro, è stato un punto di sostanziale differenziazione della posizione dei sindacati medesimi. Anche da questo punto di vista, pertanto, la rottura tra Marchionne e la Confindustria deve essere vista nel contesto specifico dell’oggetto della produzione.

Per quel che concerne infine il terzo punto, è di tutta evidenza rilevare che il contesto nuovo della globalizzazione costituisce lo sfondo imprenditoriale delle specifiche decisioni di Marchionne. Altro è guardare alla globalizzazione in un’ottica strettamente statual-nazionale, altro è guardare ad essa in un’ottica privato-competitiva sovranazionale. Si è molto discusso anche in Italia dell’emergere prima, e del diffondersi oggi, di un processo di globalizzazione che mette sempre più in discussione la dimensione nazionale dello Stato, che – soprattutto nell’Europa continentale – ha plasmato contestualmente Stato, mercato e democrazia. Le relazioni sindacali si sono lungamente modellate anche esse proprio nel contesto dello Stato nazionale, così come la democrazia si è venuta sviluppando prevalentemente su modelli elettorali tutti comunque rinchiusi all’interno dei confini nazionali. Il processo di integrazione europea aveva già rappresentato un significativo progetto di superamento degli Stati nazionali, senza peraltro che si giungesse ad una compiuta ipotesi di scomparsa delle relazioni sindacali medesime. Anche le ultime elezioni europee non hanno in alcun modo scalfito la dimensione nazionale delle singole democrazie statuali. Il contesto della globalizzazione in atto vede peraltro una significativa differenziazione proprio tra gli Stati europei da un lato e gli Stati Uniti dall’altro: unificati gli uni e gli altri nel contesto di “Occidente”, sono infatti diverse proprio le strategie concernenti debito pubblico e relazioni sindacali.

Sono queste le coordinate di fondo della lettera Trichet- Draghi; sono le ragioni essenziali del “famigerato”articolo 8 della manovra di agosto; sono le motivazioni ultime della lettera di Marchionne alla Marcegaglia. Si apre ora la questione nuova del rapporto tra grandi imprese sostanzialmente statali e sistema imprenditoriale privato: è questa la sfida nuova, di fronte alla quale si troveranno da un lato la Confindustria, dall’altro i sindacati e infine il governo stesso dell’Italia. Ma di questo aspetto sarà necessario uno specifico approfondimento.

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 5 ottobre 2011

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