D’Onofrio: Per la costruzione di un nuovo equilibrio

Appare del tutto comprensibile che le misure economiche e sociali adottate dal Governo Monti costituiscano – soprattutto ed innanzitutto – oggetto di riflessione e di valutazione da parte di quanti hanno più di un motivo per giudicarle all’insegna dei tre fondamentali obiettivi che lo stesso Monti aveva indicato: rigore; equità; crescita. Occorre del pari essere consapevoli che i gruppi parlamentari che hanno concorso a dar vita al nuovo governo finiranno comunque con il votare a favore delle misure medesime, perché non sarebbe comprensibile aver dato vita ad un governo del tutto straordinario, e impedire ad esso le misure necessarie per consentirgli di presentarsi in modo autorevole al vertice europeo di venerdì prossimo.

Occorre pertanto cercare di ragionare complessivamente sull’insieme delle questioni che saranno affrontate a partire dal prossimo gennaio, perché si tratta di questioni che pongono in evidenza il carattere non occasionale delle misure medesime.
È necessario essere consapevoli che occorre la costruzione di un nuovo equilibrio politico e sociale per giungere alla fine (ma solo alla fine) alla definizione di un equilibrio elettorale ed istituzionale nuovo sia rispetto alla cosiddetta “Prima Repubblica”, sia se riferito alla più volte declamata “Seconda Repubblica”. Nel discorso che ha premesso alla illustrazione delle specifiche parti della manovra, Monti ha infatti affermato: «Una crisi internazionale, una crisi e un disagio dell’economia e della società italiane che rischiano di compromettere quanto è stato costruito in sessant’anni di sacrifici da almeno quattro generazioni di italiani».
Si tratta in sostanza proprio di un equilibrio nuovo rispetto a quello che nel corso degli ultimi sei decenni è stato realizzato sia da un punto di vista strettamente e formalmente politico, sia da un punto di vista sostanzialmente sociale. Ancora una volta occorre dunque lavorare tra nostalgia e cambiamento: non di sola nostalgia dei vecchi equilibri si può vivere; non l’utopica attesa di cambiamenti totali può incarnare il nuovo, quasi che in qualche modo la storia debba evolvere senza memoria e senza passato. La coesione dunque deve restare a caratterizzare l’insieme di quel che lo stesso Monti definisce il bene prodotto dai sacrifici, che non deve essere compromesso né dalla crisi economica internazionale, né dal disagio sociale. La coesione va pertanto vista quale bene realizzato in passato, che deve peraltro tener conto dei nuovi equilibri territoriali che non esistevano al tempo della cosiddetta “Prima Repubblica”: integrazione europea innanzitutto; struttura anche federalista dell’Italia, che resta comunque – come ha più volte affermato il Capo dello Stato – «Una e indivisibile».

La coesione territoriale deve pertanto costituire la base per la ricerca di un equilibrio nuovo rispetto a quello antico, quasi del tutto chiuso all’interno dello Stato nazionale, che ha rappresentato la trama istituzionale essenziale della stessa Costituzione repubblicana. La coesione sociale – in secondo luogo – deve ormai concernere le strutture sociali presenti nei diversi Stati nazionali che concorrono al processo di integrazione europea. La coesione sociale è stata infatti declinata in modi diversi nei diversi Stati nazionali europei.
Oggi è necessario che la coesione sociale divenga sempre più europea, perché i differenziali nazionali concernenti proprio la coesione sociale non possono essere percepiti come insopportabili nel nuovo contesto europeo. Si tratta in sostanza di quel complessivo regime fiscale che la Germania sta ripetutamente richiamando in questi giorni, perché si tratta del mix tra imposte personali; imposte patrimoniali; imposte sui consumi. L’equilibrio che nel corso della “Prima Repubblica” era sostanzialmente basato sulla traduzione del notevole risparmio italiano in beni immobili deve essere sottoposto ad una sostanziale revisione proprio perché si tratta di un mix italiano troppo divergente dal contesto nel quale oggi l’Europa si trova a competere con il resto del mondo.
Coesione tra generazioni, infine. Si tratta della questione delle pensioni, perché il rapporto tra generazioni costituisce parte essenziale anche del patto intergenerazionale: non vi possono più essere discipline tali da essere capaci di tutelare le aspettative di pensione di chi oggi lavora, a scapito di chi non può neanche sperare di avere un giorno una tutela pensionistica.Vi sono infatti milioni di persone, soprattutto giovani, che non riescono a trovare dignitose occasioni di lavoro, anche in conseguenza del vigente regime pensionistico. Il nuovo equilibrio dovrà contemporaneamente pertanto riguardare il territorio, la struttura sociale, le generazioni.
Occorre un nuovo e grande senso complessivo dello Stato, nella consapevolezza che tutti e tre gli elementi sono coessenziali. Si è detto – e giustamente – che dopo la nascita del Governo Monti nulla sarà più come prima. Sta ora pertanto ai partiti politici concorrere a definire il nuovo equilibrio, ben sapendo che nessuno di essi rimarrà più come era prima che il Governo Monti nascesse.  

Di Francesco D’Onofrio, tratto da Liberal del 6 dicembre 2011

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