DIREZIONE UDC 03.11.2015 – INTERVENTO ON. LORENZO CESA

DIREZIONE NAZIONALE UDC
RELAZIONE DEL SEGRETARIO NAZIONALE ON. LORENZO CESA

ROMA, 3 NOVEMBRE 2015
Buongiorno a tutti e grazie per la vostra presenza e partecipazione.
Ho ritenuto utile e importante riunire oggi la Direzione Nazionale dell’Udc perché sto registrando
da qualche tempo molti segnali che ci dicono che stiamo per entrare in una fase politica molto
delicata nella quale si possono aprire spazi fino a qualche tempo fa impensabili per la nostra area e
dunque per noi.
E credo che la Direzione Nazionale sia la sede più adatta per analizzare insieme questi segnali e
decidere i prossimi passi da seguire.
La mia opinione è che occorre assumere una iniziativa politica che rompa questa condizione di
immobilismo apparente nella quale si trova il nostro sistema politico, per provare a cogliere i
segnali più profondi che provengono dall’Italia vera, quella dei cittadini, delle famiglie, del mondo
del lavoro, dei professionisti, della piccola e media impresa.
Se infatti in superficie può apparire che la situazione politica sia ingessata intorno alla egemonia del
PD ed al protagonismo antagonista dei populismi di M5S e Lega, in profondità è evidente una
condizione di disorientamento, testimoniata in primo luogo dalla astensione arrivata a livelli
sconosciuti alla storia repubblicana.
Siccome siete tutti persone che la politica la conoscono bene da tempo, non credo di dovervi fare
molti esempi a supporto di quello che sto dicendo: basta osservare il caos che regna intorno alla
scelta delle candidature a sindaco delle grandi città in vista delle prossime elezioni amministrative.
Il Pd che sembra l’asso pigliatutto in realtà ha il terrore di perdere da Roma a Milano a Napoli e per
tentare di vincere è costretto a nascondere la sua classe politica e a fare la corte a questo o a
quell’esponente di successo della società civile.
Ma la cosa più incredibile è che pure i populisti, perfino il Movimento 5 Stelle, anziché opporre i
propri rappresentanti si prepara a fare un vero e proprio casting all’esterno per cercare a sua volta
candidati che non siano riconducibili al movimento di Grillo.
In pratica siamo arrivati al punto che non solo la politica si vergogna di mostrare se stessa, ma
perfino l’antipolitica non ha il coraggio di metterci la faccia.
E’ chiaro che siamo a un punto di non ritorno dunque, e che per senso di responsabilità nei
confronti del Paese occorre lavorare per costruire qualcosa di diverso.
Senza una politica alta, autorevole, capace di parlare a viso aperto anziché nascondersi, l’Italia non
ha futuro.
Solo assumendo l’iniziativa la politica dunque può fermare questa costante caduta verso il basso.
E noi vogliamo fare la nostra parte
Come dunque?
Restare in una posizione di attesa all’ombra del PD non ha alcun senso, perché una tale scelta ci
renderebbe privi di capacità attrattiva dinanzi a movimenti politici ed elettorali facilmente
prevedibili in forza della precarietà dell’equilibrio politico che vi ho appena descritto.
E allora, cominciamo col farci una domanda e poi col darci una risposta, come dice il mio amico
Gigi Marzullo.
La domanda è: possiamo dire che esiste una domanda di Centro?
Sì. Esiste, c’è.
E’ così, su questo non ho alcun dubbio altrimenti non sarei qui e credo nemmeno voi.
Esiste nel senso che esiste un pezzo della società italiana che è alla ricerca di rappresentanza.
Un pezzo di società che non si riconosce nel PD, ma che non va verso la preoccupante deriva
grillina o leghista.
Questo pezzo di società pone una domanda politica e di rappresentanza.
Questa domanda è di Centro nella misura in cui è una domanda di cambiamento ispirato dal buon
senso e dall’equilibrio e non dai radicalismi.
Ma è una domanda che non sapremo intercettare se pensiamo che basti fare un’operazione di Centro
solo nominalistica.
La geografia del posizionamento politico non parla alla difficoltà delle persone.
Perciò dobbiamo partire da una posizione identitaria dal punto di vista politico e culturale ed essere
coerenti sul piano delle proposte.
Dunque la questione non è: se esiste uno spazio politico a destra del PD; ma la questione è: come si
occupa questo spazio.
E’ del tutto evidente che l’operazione di Area Popolare si è ridotta ad una sommatoria di simboli.
Troppo evidenti le differenze di posizioni alle regionali.
Troppo evidenti le difficoltà non risolte all’interno di NCD.
Occorre fare una verifica sul percorso che, dopo la nascita dei gruppi parlamentari, avrebbe dovuto
vedere la celebrazione di assemblee democratiche per la nascita di un nuovo partito aperto alla
adesione di altri.
Questi erano i patti.
Invece, non solo non è accaduto questo, ma stiamo perdendo pezzi, sia noi, sia NCD.
Queste circostanze rafforzano la considerazione che il “come” si realizza questa operazione è
determinante.
Non si può pensare e tantomeno accettare che la nascita di questa forza passi per operazioni
parlamentari di pura sommatoria che vanno da Verdini a Scelta Civica.
Abbiamo già vissuto queste illusioni algebriche senza politica.
E’ invece necessaria una iniziativa chiara dal punto di vista della identità e delle proposta politica.
Ed è necessaria una iniziativa che parta dalle realtà territoriali, che non sono solo periferiche, ma al
contrario sono centrali.
Esistono una quantità di movimenti, associazioni, personalità che potremmo incrociare girando per i
territori coinvolgendole in questo disegno.
Per questo bisognerà partire dalle elezioni amministrative di cui ho accennato prima, specie nelle
grandi città dove il voto è più politico, ed organizzare questa posizione, partendo da nostre liste e
verificando con grande attenzione cosa emerge e può emergere in termini di nuove convergenze
politiche. Ad iniziare dal rapporto con NCD.
Quello è il banco di prova e non ce ne sono altri, dobbiamo esserne consapevoli.
O con un nuovo contenitore insieme ad altri amici che stanno dialogando con noi o con il simbolo
dello scudo crociato dovremo esserci.
E dunque dobbiamo lavorarci da subito, immediatamente.
Perciò riprendiamo una nostra iniziativa.
Il che non tradisce quanto fatto.
Anzi recupera le ragioni vere di quel percorso politico.
Del resto, dobbiamo rivendicare a voce alta che siamo su questa posizione dal 2008, mentre altri ne
hanno preso coscienza (forse parziale) solo di recente; e questa circostanza, se non vale come
merito in più, vale quantomeno come titolo a rivendicare che la guida di questa linea non la
dobbiamo affidare necessariamente ad altri, ma possiamo essere come gli altri nelle condizioni di
promuoverla.
Riprendere la nostra iniziativa significa in primo luogo fare un’operazione di rinnovamento e
rilegittimazione dell’UDC e dei suoi gruppi dirigenti attraverso una campagna di tesseramento
rapida e lo svolgimento dei congressi.
Apriamo subito, in questa settimana, un tesseramento leggero nel senso di veloce, con un costo di
iscrizione anche minimo, di 5 euro, ma che ci consenta di ripristinare le condizioni sui territori per
arrivare già all’inizio del prossimo anno alla celebrazione dei congressi provinciali e regionali.
Ci sono persone in questo partito che da qualche tempo hanno perso passione e voglia e rimangono
ad occupare una posizione di rappresentanza sul territorio acquisita in un passato che non c’è più
per pigrizia, senza avere più nulla da dare.
E ci sono tante persone, anche persone nuove, giovani e meno giovani, ma comunque persone
capaci e dotate di entusiasmo e passione che invece quella voglia di darsi dare fare e ricostruire il
partito sui territori ce l’hanno.
Sono queste le persone che devono trovare spazio.
Dobbiamo avere dunque il coraggio di cambiare, perché tanto è cambiato il mondo intorno a noi e
cambierà ancora e se non abbiamo il coraggio di cambiare anche noi semplicemente ci ritroveremo
fuori da ogni partita.
Riprendere l’iniziativa partendo dall’Udc dunque, avviare una fase di tesseramento leggero,
rinnovare e rafforzare la nostra presenza come Udc sui territori peraltro non è in contraddizione con
il disegno più generale.
Anzi è strumentale a realizzare quel disegno con una linea chiara e con un nostro forte
protagonismo.
La linea politica sulla quale ci dobbiamo muovere non può essere ambigua.
Io la sintetizzo così, in questi due punti:
Nessun ponte con la destra populista ed antieuropea e rapporto dialettico con il PD.
Il centrodestra che abbiamo conosciuto noi termina con la parabola del berlusconismo.
Quell’area è ora egemonizzata da Salvini e cio’ ne certifica l’impraticabilità politica e culturale per
noi.
Rapporto dialettico con il PD significa che nel nuovo bipolarismo fatto di competizione tra forze
democratiche e forze antisistema.
Dobbiamo privilegiare il dialogo e l’alleanza con chi sostiene le riforme che questo governo sta
portando avanti.
Il dialogo non vuol dire né sudditanza, né annessione.
Dialogo vuol dire salvaguardare la propria identità.
E vuol dire lavorare con quell’alleato per costruire una coalizione.
Consapevoli, questo è il punto fondamentale, che le coalizioni non servono a niente – se assommano
partiti grandi e partiti piccoli – tutti uguali:
se sono tutti uno la copia dell’altro alla fine i cittadini preferiscono solo il più grande e i piccoli
scompaiono.
Fino ad ora le differenze, dobbiamo avere il coraggio di riconoscerlo, non si sono percepite se non
sugli slogan: contare solo su qualche ministro di Area Popolare che ogni tanto prova a mettere la
testa fuori per dire “Quella cosa lì – approvata dal Governo Renzi sembra voluta da Renzi o dal Pd
ma in realtà era proprio quello che volevamo noi”, non serve a niente.
E’ inefficace e, permettetemi, è avvilente.
Se fosse stato diversamente non saremmo fermi nei sondaggi come Area Popolare; né può essere un
alibi per noi il movimentismo politico di Renzi, perché con tutta la sua velocità e i suoi spostamenti
il PD non sta allargando il proprio consenso, anzi lo riduce.
E proprio per questo siamo convinti che arriveremo ad un cambiamento dell’Italicum che apra la
strada alle coalizioni, con l’allargamento del premio di maggioranza dal primo partito a tutta la
coalizione.
Speriamo anche di ottenere le preferenze, ma su questo sappiamo che sarà più dura.
In ogni caso la battaglia la faremo.
La dobbiamo fare!
Ma tornando al fatto che Renzi non è un alibi per rimanere immobili, non possiamo nemmeno
pensare di cavarcela dicendo che il premier sta facendo politiche di centrodestra e quindi per noi
non c’è spazio.
Primo perché non erano quelle le nostre politiche, secondo perché gli elettori che hanno voltato le
spalle al centrodestra cercano qualcosa di alternativo e di diverso, non un suo surrogato.
Qual è il senso dunque di quello che sto dicendo? Il senso è che sul terreno delle politiche e delle
proposte in Parlamento bisogna iniziare ad alzare la voce.
Nelle realtà regionali dove abbiamo collaborazioni col PD occorre iniziare a far sentire la nostra
presenza e le nostre specifiche posizioni.
E c’è un solo modo per farlo: la collaborazione col PD deve essere costantemente messa in
discussione dal non accontentarci e non adeguarci alla logica del più forte.
Non è una posizione semplice, ma se sapremo interpretarla con intelligenza darà frutti.
Per essere ancora più concreto voglio fare qualche esempio preciso: sulle unioni civili noi siamo
naturalmente per il riconoscimento dei diritti, non siamo una forza che guarda al passato ma siamo
una forza che percepisce e recepisce i cambiamenti del tempo.
Ma sulle adozioni alle coppie dello stesso sesso, voglio dirlo fin d’ora forte e chiaro, voteremo no,
qualunque sia la posizione delle altre forze della maggioranza.
E se nonostante il nostro no dovessero passare le adozioni tra persone dello stesso sesso, l’Udc
scenderà in tutte le piazze d’Italia per raccogliere le firme e indire il referendum per cancellare
questo errore.
Per noi i diritti dei bambini vengono prima dei desideri degli adulti, e un bambino ha diritto di avere
un padre e una madre.
Qualche altro esempio: il Sud.
Finalmente si avverte un po’ di crescita.
Il Nord crescerà a fine anno dell’1%.
Ci vorranno anni per recuperare quello che si è perso in sette anni di crisi ma il Nord ce la farà.
Il Sud invece a fine anno crescerà dello 0,1%.
In pratica continuerà a perdere terreno nei confronti del Nord e del resto dell’Europa.
Il nostro Sud è sprofondato, le opere pubbliche sono ferme, i nuovi investimenti si fanno solo al
Nord, le infrastrutture sono promesse che non si avverano mai.
(Guardate quello che sta accadendo sulla ionica 106 e sulle ferrovie calabre).
Sui giornali si parla solo di Roma e di Milano, come se il resto d’Italia non esistesse.
Ma il nostro più grande problema è proprio il Sud, la sua economia azzerata, i suoi giovani costretti
ad emigrare.
Non possiamo fare finta che non esistano. Esistono e se non ce ne faremo carico succederà quello
che è successo in Polonia.
Guardate, nel Parlamento Europeo, abbiamo seguito questa vicenda della Polonia con grandissima
preoccupazione.
La Polonia oggi è una nazione in forte crescita, ha avuto tantissimo dall’Europa, e ora ha scelto di
farsi governare dai populisti antieuropeisti.
La Polonia è un campanello d’allarme che suona fortissimo e che non possiamo ignorare.
I populisti sono un pericolo vero.
E se il Governo continua a trascurare mezza Italia, il Sud e in parte anche il Centro, arriverà il
momento in cui quei cittadini esasperati presenteranno il conto con il loro voto alle elezioni: se oggi
i 5 Stelle sono percepiti già come un pericolo concreto che cosa potrebbe accadere se si saldassero
con Salvini?
Non è fantapolitica, anche se oggi lo negherebbero all’infinito, al momento delle elezioni un’ipotesi
così non è da escludere.
E per il Paese sarebbe una sciagura.
Se non aiutiamo il Mezzogiorno a riemergere,
dal Sud può partire uno tsunami che travolgerà tutta l’Italia.
Per cui non possiamo farci trovare impreparati.
Al contrario, dobbiamo essere attivi e propositivi. E chiedo ai parlamentari di esserlo fin dalle
prossime votazioni sugli articoli della legge di Stabilità.
Ci faremo sentire ogni giorno perché il Sud non sia più abbandonato.
Servono politiche di sviluppo e di sostegno alle assunzioni per il Mezzogiorno, servono
investimenti infrastrutturali, serve soprattutto una strategia che finora è stata solo annunciata ma che
non si è mai vista in concreto.
Concludo dicendo che tutto questo è fare politica.
E’ avere qualcosa da dire al proprio Paese e lavorare in ogni realtà per realizzare le proprie idee e le
proprie proposte.
Quello che vi chiedo oggi è una cosa sola: rimbocchiamoci le maniche e facciamo quello che
sappiamo fare meglio, facciamo politica.
Nell’interesse dell’Italia di oggi e di quella di domani.
Soprattutto nell’interesse dell’Italia intera e dell’Europa stessa che dell’Italia ha bisogno per
riprendere ad essere un soggetto protagonista delle sorti del mondo.
Per cui iniziamo a farci sentire subito, nei Parlamenti italiano ed europeo, nelle assemblee regionali,
nei consigli comunali e soprattutto sui territori, tra i cittadini.
Facciamoci sentire con le nostre proposte.
Sarà anche faticoso ma è per questo che siamo qui, perché abbiamo una passione che si chiama
politica e servizio per la nostra comunità.
Non vi chiedo niente di più che fare quello che sappiamo fare meglio di tanti altri.
Rimettiamoci a fare politica.
Con il coraggio di continuare a difendere i valori e le idee racchiusi nello scudo crociato.
Grazie!