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Fine vita | Antonio De Poli: Non è solo la disciplina di una procedura, le norme affermano valori – Avvenire

La sanità non può farsi carico di un protocollo per il diritto alla morte quando la sua ragion d’essere è curare e alleviare la sofferenza. Lo Stato deve garantire il diritto alla cura

Il dibattito sui temi etici è, per sua natura, trasversale. Non a caso, in entrambe le coalizioni politiche convivono sensibilità differenti anche su una questione delicata e importante come quella del fine vita.

Su questo argomento, l’Udc – Unione di Centro, che ho l’onore di guidare – come ha più volte sottolineato proprio su queste colonne la senatrice Paola Binetti, si è sempre schierata dalla parte della vita, che per noi rappresenta un valore sacro e irrinunciabile. Nei miei interventi pubblici ho cercato più volte di richiamare un concetto che, a mio avviso, rischiamo di perdere di vista: dietro ogni posizione politica c’è sempre un pensiero culturale, un sistema di valori che quella posizione esprime e sostiene. La politica, dunque, non può essere sganciata dall’etica e dalla morale.

Ho ascoltato con profonda attenzione le parole del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Matteo Zuppi: mi hanno colpito per la loro nitidezza e, soprattutto, per la profondità del richiamo alla responsabilità della politica.

Quando lo Stato interviene per legiferare su questi temi, infatti, non disciplina soltanto una procedura o una pratica sanitaria. Stabilisce anche quali valori intende tutelare e quale idea di persona e di società vuole affermare.

È questo il punto sul quale credo sia necessario interrogarsi. Se il primato non è più la tutela della vita, ma si arriva a porre sullo stesso piano la scelta di vivere e quella di morire, le conseguenze culturali possono essere profonde.

Lo dimostra anche l’esperienza dei Paesi che hanno introdotto forme di eutanasia e suicidio medicalmente assistito. Nei Paesi Bassi, ad esempio, i casi registrati sono passati dai 1.882 del 2002, anno di entrata in vigore della legge, ai 10.341 del 2025. È un dato che, al di là di ogni valutazione ideologica, impone una riflessione seria.

Gli interrogativi che abbiamo davanti sono enormi. Il dramma della sofferenza interpella tutti e ogni storia personale merita rispetto, ascolto e comprensione. Proprio per questo, però, non possiamo trasformare il dolore delle persone in un terreno di scontro politico.

Secondo noi dell’Udc, il compito dello Stato deve essere innanzitutto quello di curare, assistere e accompagnare. Di stare accanto alla persona che soffre, soprattutto nei momenti in cui è più fragile.

Il suicidio assistito e le diverse forme di eutanasia rischiano, a nostro avviso, di trasformarsi in una scorciatoia culturale, soprattutto se una persona malata dovesse arrivare a percepirsi come un peso per la propria famiglia o per la società.

La sanità pubblica non può farsi carico di costruire un protocollo per il diritto alla morte quando la sua ragion d’essere è, prima di tutto, prendersi cura dell’altro, alleviare la sofferenza e non lasciare solo chi è più fragile. Lo Stato deve garantire il diritto alla cura, non il diritto a morire.

È anche questo il senso del disegno di legge che, come Udc, abbiamo presentato in Parlamento per rafforzare il sistema delle cure palliative, ampliandone l’accesso anche nelle fasi non terminali delle patologie cronico-degenerative e rendendolo strutturale all’interno delle Rsa.

Perché la vera risposta alla sofferenza non può essere semplicemente quella di anticipare la morte. Deve essere quella di garantire alla persona vicinanza, cure, dignità e accompagnamento.

È questa, per noi, la civiltà giuridica e umana che vogliamo difendere.

Segretario nazionale Udc

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