Toghe: Binetti (Udc), magistratura più giusta non susciti dubbi

(DIRE) Roma, 30 mar. – “Non e’ stato indolore il dibattito che si e’ svolto oggi in Aula a proposito del ddl sulle Disposizioni in materia di candidabilita’, eleggibilita’ e ricollocamento dei magistrati in occasione di elezioni politiche e amministrative nonche’ di assunzione di incarichi di governo nazionale e negli enti territoriali. Da una parte la posizione di chi ritiene normale che un magistrato, una volta esaurito il suo ruolo politico, torni ad esercitare la sua professione; dall’altra la posizione di chi teme che la sua funzione giudicante persa in questo modo di terzieta’ e sia di fatto condizionata proprio dalle scelte politiche fatte in precedenza”. Cosi’ Paola Binetti, deputata UDC. “La legge e’ stata approvata- sottolinea Binetti- e quindi e’ ora affidata alla competenza professionale specifica e al rigore morale degli stessi magistrati. In teoria tutto chiaro e tutto facile; in pratica innumerevoli gli esempi presentati dai colleghi per dimostrare fatti evidenti di mancata terzieta’, ultimo tra tutti quello di Minzolini. L’essere stato giudicato e condannato da un magistrato, ex parlamentare di diverso partito, tornato nel pieno esercizio delle sue finzioni, ha gettato comunque un’ombra sulla condanna e ha ampiamente legittimato il giudizio espresso dai tanti senatori. La giustizia e’ cosa seria e la fiducia dei cittadini nei confronti della giustizia va preservata come uno dei beni piu’ preziosi di una democrazia. Per questo i magistrati oltre ad essere giusti devono anche sembrarlo”. I riti della giustizia in Italia “sono sempre troppo lunghi e non poche volte la Corte Europea ci ha condannato- ricorda Binetti- infiggendoci multe salatissime, perche’ la stessa durata del processo fa apparire il verdetto poco giusto; troppo lontano dal momento in cui si e’ verificato il reato. Ma appaiono poco giusti anche i lunghi processi ad alta densita’ mediatica, spettacolarizzati con ricostruzioni di scene del delitto come se si trattasse di una fiction, resi ancor meno accettabili dalla girandola di sentenze contraddittorie con cui si rincorrono. Che i magistrati facciano politica e che tornino successivamente a far magistratura puo’ arricchire l’esperienza umana di tutti e puo’ anche rendere piu’ giuste e piu’ umane sentenze che a volte appaiono fin troppo distanti dal sentire comune”. Ma per questo “e’ necessario che qualcuno svolga una superiore funzione di terzieta’ nell’affidare una causa ad un magistrato piuttosto che ad un altro; un ruolo di garanzia che non dia adito a sospetti di nessun tipo. E questo- conclude- e’ l’auspicio per la nuova legge: niente veti e niente percorsi privilegiati, solo una vera e propria applicazione di decisioni giuste a garanzia dei cittadini”.